sabato 18 marzo 2017
Nel libro «Fedeltà e coraggio» ripercorsa la biografia del nuovo beato
Il beato con moglie e figlio

Il beato con moglie e figlio

«Noi sinodali eravamo in tutto 259. In modo simbolico e quasi amichevole, abbiamo considerato Josef Mayr-Nusser come il sinodale numero 260. Lo abbiamo pregato ogni mese nella sua chiesetta bolzanina di San Giovanni. Credo che ci abbia dato una mano». Ne è convinto Paolo Valente, direttore della Caritas di Bolzano-Bressanone e storico dell’Alto Adige, che ha dedicato al nuovo beato un fresco volume dal titolo Fedeltà e coraggio in cui evidenzia tanti motivi di attualità della testimonianza di Mayr-Nusser.

Qual è il principale, secondo lei?
Il primato della coscienza. Josef è uno che, nell’omologazione generale, ascolta la sua coscienza. Non solo: è uno che giorno per giorno ha lavorato alla formazione della sua coscienza, in modo da essere capace, di fronte a una scelta, anche la più dura, di dire di sì o di no. Mi sembra attualissimo.

Perchè Josef riuscì a maturare la consapevolezza di dover dire di no al giuramento a Hitler?
Insieme ai suoi amici dell’Azione cattolica aveva studiato i “sacri testi” del nazismo, a cominciare dal Mein Kampf di Adolf Hitler. Avevano capito molto bene che quell’ideologia era in radicale contrasto col Vangelo in cui credevano. Il giuramento delle SS chiede “fedeltà e coraggio” a Hitler, nonché “obbedienza fino alla morte”. Josef restò coraggiosamente fedele alle sue convinzioni e obbediente a Dio e alla sua coscienza “fino alla morte”.

Fu una scelta dettata più dalla fede o più dalla scelta politica?
Josef, come tutti i cristiani, crede in un Dio che è amore. In un Dio che vuole il Bene e, nella storia, ci chiama all’impegno per il bene comune. Questa è l’essenza della politica: agire in modo tale che le conseguenze delle nostre azioni siano positive per gli altri, possibilmente per tutti. Josef era ben consapevole della valenza politica della sua scelta. Era una scelta fatta per gli altri, per la polis. Disse: «Se mai nessuno ha il coraggio di dire loro che non è d’accordo con le loro visioni nazionalsocialiste, le cose non cambieranno». Il suo no è una scelta politica dettata da ciò in cui Josef crede.

Lei è direttore della Caritas, mentre Mayr-Nusser fu un leader della SanVincenzo locale. Come guardava ai poveri?
Diceva: «Dobbiamo prendere sul serio il povero». I poveri non sono solo i destinatari delle nostre “buone azioni” o utenti di un servizio sociale, ma sono sacramento della presenza di Dio nella nostra vita. Vanno presi sul serio, diceva, e trattati da pari a pari. Capiscono bene se il nostro servizio è sincero o se abbiamo secondi fini.

Il tema del coraggio, per lei che è anche un capo scout dell’Agesci? Ai ragazzi quale coraggio insegna il giovane “Pepi”
Soprattutto il coraggio di fare delle scelte nella consapevolezza di non essere mai arrivati. Il coraggio della progressione continua. Il coraggio di fermarsi a riflettere e il coraggio di riprendere il cammino. Anche il coraggio di riconoscersi sempre come persone, in relazione con gli altri, e perciò di camminare insieme. Il coraggio di vivere la propria vita come un dono.

Poi c’è il dialogo amoroso e spirituale con la moglie: possiamo parlare di una scelta di coppia?
Senz’altro. Hildegard, per Josef, è la compagna di viaggio. Credono insieme nel bene e nell’amore. Hanno parlato molte volte della situazione di quegli anni, hanno letto insieme il Vangelo e quando arriva il momento della scelta estrema, Hildegard è pienamente con lui. Pur sapendo che, se le cose vanno male, resterà sola. Questo, le conseguenze della sua scelta sulla sua famiglia, è il cruccio maggiore di Josef.

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