venerdì 11 febbraio 2011
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Qui di seguito pubblichiamo il testo del discorso tenuto a Conegliano (Tv), a conclusione della Settimana Sociale della diocesi di Vittorio Veneto da mons. Mariano Crociata Segretario generale della Cei.

La questione meridionale accompagna la storia d’Italia dall’unità fino ad oggi; anzi, la questione meridionale nasce, in qualche modo, con l’unità d’Italia. Detta in modo così perentorio, l’affermazione si presta a fraintendimento; essa vuole, però, mettere in evidenza il carattere contestuale della questione stessa, senza che l’unità debba, per questo, considerarsi la causa che l’ha generata. La condizione economica e sociale del Mezzogiorno d’Italia non cambia per effetto di un suo repentino impoverimento al compiersi dell’unità del nuovo Stato, ma per la profonda modificazione dei rapporti nell’economia e nella società meridionali prodotti dall’incontro con l’economia e la società dell’intera nazione. L’equilibrio precario, che si poteva riscontrare nel meridione pre-unitario, per tanti versi si rompe con l’avvento dell’unità. Venuta meno la protezione assicurata dai confini del Regno borbonico, la condizione sociale del meridione si presenta in tutta la sua fragilità, ancora più vistosa rispetto alle dinamiche maggiormente avanzate delle altre parti d’Italia, con le quali fa fatica a reggere il confronto. La storia dell’Italia unita è anche la storia dei tentativi messi in opera per superare lo scarto e portare anche il sud a correre con lo stesso passo delle altre parti del Paese. Il fatto che ancora oggi tale traguardo sia dinanzi a noi, non raggiunto, colora il panorama dell’Italia di una tonalità di luce tutt’altro che brillante; ma colora ancora più tristemente il quadro in cui, complessivamente e non senza sue responsabilità, il Sud si vede inscritto e rappresentato.

La questione meridionale nella storia dell’Italia unita

La fine del Regno di Napoli (creato nel 1302 e così denominato ufficialmente nel 1500), per un breve periodo unificato con difficoltà al Regno di Sicilia nel Regno delle Due Sicilie (1816-1860), si consuma con l’Unità, determinando una sorta di frontiera interna all’Italia, una frontiera da superare perché è una linea che divide, anche se nello stesso tempo necessariamente unisce.

A tutt’oggi nessuna delle regioni meridionali supera nessuna delle regioni del centro o del settentrione nel reddito pro capite. Nessun altro paese avanzato mostra una tale spaccatura, con un blocco "arretrato" così consistente, compatto e persistente . Questa frontiera interna assume, a partire dal decennio successivo all’unificazione, il nome di "questione meridionale", che rapidamente si impone rispetto a quello, utilizzato da uno dei primi e più autorevoli "meridionalisti", Pasquale Villari, di "questione napoletana". Nel pensiero e nell’azione di questi intellettuali la "questione meridionale" rappresenta – lo si legge nel titolo stesso del volume di Villari – uno dei punti, forse quello di maggiore rilievo in Italia, della "questione sociale" che attraversa tutta l’Europa della fine del XIX secolo. Salvatore Francesco Romano certifica come autore di questa locuzione il deputato radicale lombardo Antonio Bilia, che alla Camera interviene il 5 maggio 1873 a proposito delle iniziative del ministero Lanza-Sella.

Il brigantaggio era finito da poco ed era stata la prima esperienza della difficoltà di misurarsi con la realtà dell’ex Regno . La commissione d’inchiesta sul brigantaggio è esplicita nella denuncia di un problema strutturale: «le prime cause del brigantaggio, recita un passo molto citato della relazione curata dall’on. Massari e letta il 3 maggio 1863, sono le cause predisponenti. E prima fra tutte la condizione sociale, lo stato economico del campagnuolo, che in quelle province è assai infelice». La fine del brigantaggio, che, quantomeno nella sua fase iniziale (il cosiddetto "grande brigantaggio"), aveva anche delle motivazioni politiche, legittimiste e secessioniste, non chiude, ma apre la "questione meridionale", appunto come frontiera interna. Il dibattito parlamentare sopra richiamato verteva sul primo, importante investimento in infrastrutture al sud, l’arsenale di Taranto, di cui si comincia a parlare dal 1865. Il progetto viene abbandonato, per motivi di bilancio, nel 1873 e non sarà approvato con una legge che nel 1882. Si esaurisce così, proprio all’inizio degli anni Settanta, la prima classe dirigente politica meridionale, quella legata alla Destra Storica, e rappresentata dagli ex-esuli ed ex-oppositori del regime borbonico, che erano rientrati nel 1860, governando dall’alto un progetto di modernizzazione che condividevano con il governo centrale, al quale erano chiamati in posti anche rilevanti.

Questi scontano, però, l’assenza di legami con una società meridionale, che, dopo la crisi post-unitaria, comincia a organizzarsi. Non si riesce, innanzi tutto certo per motivi di bilancio, ma anche di impostazione culturale e politica, a mettere mano a politiche di modernizzazione efficaci e differenziate, in particolare in agricoltura. L’applicazione delle politiche di unificazione legislativa non le innesca. Si pensi all’incameramento dei beni ecclesiastici e alla soppressione degli ordini religiosi, che si risolve, come scrisse Gaetano Salvemini, in una sorta di tassa di guerra del sud all’Italia unita. Forti capitali liquidi passano verso le casse dello Stato e poi sono investiti in gran parte al centro-nord o in pagamento dei beni dell’antico asse ecclesiastico o comunque trasferiti e investiti altrove dalle banche e dalle casse postali.

La crisi di questo assetto porta all’emergere di un ceto politico nuovo, privo però di solide basi. La coscienza dell’inferiorità economica e della sottorappresentazione politica genera una coalizione di scontenti, che vince le elezioni del 1874 e del 1876. Ne fanno parte anche elementi e interessi del cosiddetto "vecchio regime", mediati da un nuovo strato di borghesia. Questa vittoria del 1874 sotto le bandiere della cosiddetta Sinistra giovane cambia il quadro parlamentare ed è una delle condizioni perché si realizzi il cambio di maggioranza del 1876, poi confermato dalle elezioni dello stesso anno. Va al potere la sinistra (e non lo lascerà più fino alla guerra mondiale) e la deputazione meridionale rappresenta il nerbo della nuova maggioranza: questa nuova-vecchia classe politica meridionale entra a far parte del blocco di potere nazionale che gestirà l’Italia liberale.

Il tornante degli anni Settanta è dunque cruciale: si formalizza la questione meridionale e nello stesso tempo partecipa stabilmente al governo la rappresentanza politica dello stesso meridione, che in prospettiva non ha interesse a cambiare il quadro, a innescare quelle politiche di intervento che i meridionalisti cominciavano a invocare e mettere a punto.

Il meridionalismo nasce dallo sconcerto per il fatto che al riscatto e all’unificazione della patria non corrisponda un’uguale unificazione economica. Nella prima fase (1861-1887) si addebitano i mali del sud al passato, ai residui del "barbaro" sistema feudale, agli effetti del passato malgoverno, in particolare borbonico. Ma nel contempo la critica si viene focalizzando anche sull’Italia nuova, che non sa risolvere i vecchi problemi o che ne crea altri. Si afferma così lo schema dualistico, sulla frontiera dell’ex regno. La questione meridionale, come ogni grande tema politico, ha due facce, l’una riguardante la realtà, l’altra la rappresentazione.

Si tratta in primo luogo di conoscere la situazione. Il dibattito condotto su riviste come la «Rassegna settimanale», o più tardi la «Riforma sociale», le brillanti inchieste private di intellettuali e politici liberali e moderati, ma radicali nell’affrontare i problemi sociali, Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, quelle parlamentari coordinate da Romualdo Bonfadini, da Stefano Jacini, da Claudio Faina, sull’agricoltura e sui contadini nelle regioni meridionali e in Sicilia, le statistiche ministeriali: dopo le prime denunce dello squilibrio si cominciano ad articolare i termini della questione, che permettono di "scoprire" il meridione. Giustino Fortunato contraddice definitivamente il mito della presunta feracità naturale del sud, e mostra i vincoli che ritardavano il suo sviluppo

Sonnino demistifica l’idea liberista che riconduce agli automatismi del mercato ogni prospettiva di miglioramento della condizione delle plebi. Riconduce il problema della mancanza di una classe media al nocciolo duro dell’oppressione di classe attorno alla quale prosperava il ceto dirigente locale. Ne risulta la necessità dell’intervento dello Stato per la tutela delle classi inferiori, come garanzia delle stesse basi dell’ordine civile: il suffragio universale avrebbe permesso di rafforzare le istituzioni attraverso un blocco tra la proprietà riformata e i contadini. Conclude Pasquale Villari: «senza liberare gli oppressi, non aumenterà fra noi il lavoro, non crescerà la produzione, non avremo la forza e la ricchezza necessaria ad una grande nazione».

Il problema irrisolto del meridionalismo, compreso quello dell’età giolittiana, è però quello del soggetto adatto a spezzare il circolo vizioso; anche perché una rapace piccola borghesia che faceva della politica la risorsa per sopravvivere, l’unica disponibile sul mercato, che si afferma nel già ricordato passaggio dei primi anni Settanta, rappresentava anche il nerbo di quello che si definisce il "partito della maggioranza", cioè la struttura di governo dell’Italia liberale sotto le successive leadership di Depretis, Crispi e Giolitti. Essa non esita a utilizzare la rappresentazione della questione meridionale per sottolineare il proprio ruolo "nazionale" e incassarne i dividendi.

È fuorviante l’equivalenza tra inferiorità economica e dipendenza politica del sud, laddove proprio l’uso del meridionalismo rappresenta l’ideologia e il linguaggio che consente alla classe politica meridionale di parlare al sistema politico nazionale, in sede di contrattazione e compensazione. Infatti un filone di studi sviluppatosi negli anni ’80 tende a superare quella che definisce la «costruzione ideologica del meridionalismo» e considerare il sistema politico italiano come una stanza di compensazione di interessi regionali, meridionali e non, scomponendo lo stesso meridione (continentale) in diverse realtà, anche alla luce dei cambiamenti avvenuti nel secondo dopoguerra.

I divari regionali e quello nord-sud, modesti nell’immediato periodo post-unitario, aumentano nettamente nella fase del decollo economico italiano, in cui il tasso di crescita è doppio al centro-nord rispetto al sud. L’età giolittiana vede gli interessi regionali trovare un punto di equilibrio anche grazie all’avvio di politiche territorialmente differenziate: è questa la strada che, al di là del fascismo, sarà seguita in età repubblicana.

Il nuovo secolo si apre con un grande dibattito parlamentare nel dicembre 1901, in cui si afferma una politica di intervento nell’ambito di quello che Luigi Luzzatti definisce un «criterio nazionale». Emerge un nuovo "meridionalismo", fortemente connotato in termini di rinnovamento politico, in senso autonomistico, in un arco che va da Luigi Sturzo, a Gaetano Salvemini, o in termini economico-produttivisti, nella versione "liberista" di Antonio De Viti De Marco e in quella "statalista" di Francesco Saverio Nitti. Questi gioca un ruolo rilevante come ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio: nel primo decennio del secolo si susseguono le "leggi speciali", che investono in primo luogo i poli opposti e convergenti del meridione, la città sovrappopolata (legge per Napoli, 1904, dopo una inchiesta sul governo locale e la camorra) e la campagna abbandonata e decadente (legge per la Basilicata, 1903, preceduta da una inchiesta e da un viaggio del presidente del consiglio Giuseppe Zanardelli). Il modello viene seguito in diverse altre occasioni, nonostante le critiche del meridionalismo liberista (e dello stesso Sonnino), che denunciava il rischio di clientelismo e la deresponsabilizzazione della classe dirigente locale. Si realizzano comunque importanti infrastrutture, come l’acquedotto pugliese e la ferrovia "direttissima" Roma-Napoli.

Antonio Gramsci analizza il processo in termini di egemonia e sottolinea gli elementi collanti che al sud tengono ben stabile il sistema politico, individuabili in un "blocco agrario" che lega grandi proprietari e contadini attraverso la mediazione degli intellettuali, termine corrispondente nel linguaggio gramsciano a quella che Salvemini definisce piccola borghesia. Di qui lo schema del blocco agrario-industriale che governa l’Italia unita.

Due linee strategiche emergono prima della Guerra per intervenire sulla questione meridionale, la redistribuzione fondiaria e il riassesto territoriale: interventi strutturali che però non possono che essere garantiti e realizzati dal governo centrale e il primo è troppo costoso in termini di consenso. Durante il fascismo, chiusa l’emigrazione, che rappresenta dalla fine dell’Ottocento un impoverimento sociale e morale significativo, ma anche un contributo cruciale alla stabilità e al controllo politico, oltre che alla bilancia dei pagamenti, i tecnici nittiani divenuti fascisti lavorano alla bonifica integrale. Tuttavia, anche per gli effetti della grande crisi mondiale, nel ventennio fascista, il divario nord-sud aumenta sensibilmente, passando da 26 a 44 punti percentuali. Nel 1951, un meridionale ha un reddito pro capite che è circa il 47 per cento di quello del centro-nord; in Calabria e Basilicata raggiunge appena il 37 per cento; in Campania, la regione più ricca del Mezzogiorno, il reddito medio è il 55 per cento di quello del resto del paese.

Negli anni del boom e del "miracolo" economico italiano il tasso medio annuo di sviluppo del Mezzogiorno è del 5,8 per cento annuo, superiore a quello del Nord è del 4,3. Stime affidabili misurano la riduzione del divario del Pil pro capite, nel 1973, al 66 per cento di quello del Nord. Protagonista di questa stagione è una nuova leva di meridionalismo cattolico, espresso nella DC, asse della governabilità dell’Italia repubblicana, tra cui spicca la figura di Pasquale Saraceno. Le tradizionali istanze per la riforma agraria, la lotta all’analfabetismo, la redenzione delle terre malariche, lo scorporo del latifondo, proprie del meridionalismo classico, sono affiancate da nuove prospettive. L’intervento statale era infatti destinato a diventare uno dei principali strumenti con cui si cercò di porre rimedio al sottosviluppo delle regioni meridionali, un intervento pubblico che avrebbe dovuto caratterizzarsi per una forte accentuazione tecnocratica e regionalistica, e fungere da sostegno e stimolo per una piena industrializzazione del Mezzogiorno.

Due sono i perni della fase di più forte impegno delle politiche meridionalistiche statali, che coincide con la migliore performance della sua economia, agganciata al nuovo dinamismo della più complessiva economia italiana. La riforma agraria del 1950 ridistribuisce 700.000 ettari e favorisce la piccola proprietà per altri 2 milioni di ettari, promuovendo poi un vasto impegno per la bonifica e il riassetto del territorio. Con la Cassa per il Mezzogiorno, istituita lo stesso anno, si realizzano importanti poli industriali e infrastrutture. Lo sviluppo di poli industriali nel meridione riesce in quanto complessivamente l’industria in Italia ricomincia a tirare. D’altra parte il patrimonio industriale resta essenzialmente localizzato al nord. Dunque riparte anche l’emigrazione: nel 1971 il 17% della popolazione dell’Italia centro-settentrionale è di origine meridionale. Non si manifesta nessun fenomeno di segregazione e si realizza un sostanziale riassorbimento anche delle situazioni di maggiore diffidenza nell’arco di una generazione. È anche questo un aspetto non trascurabile della "questione meridionale", in una fase di sviluppo e di rapida omologazione dello spazio culturale nazionale, grazie in particolare alla scolarizzazione di massa e alla televisione.

È paradossale, ma non inspiegabile alla luce del duplice aspetto della "questione meridionale" come realtà e rappresentazione, che in un momento di passaggio molto significativo la chiave culturalista venga (ri)utilizzata – dopo Turiello e Lombroso, all’inizio del Novecento – nel senso di riproporre la frattura, la frontiera meridionale nei suoi aspetti di "leggenda nera". Il sociologo americano Banfield conia la categoria del "familismo amorale", dopo uno studio su un paese lucano, svolto (con la moglie italiana Laura Fasano) nel 1954/’55: è perfettamente funzionale a proiettare la "questione meridionale" in una dimensione metastorica, metapolitica e dunque funzionale al mantenimento, fatalistico e inerte, dello statu quo.

La fase dello sviluppo non va oltre la prima crisi petrolifera, a metà degli anni Settanta del secolo scorso. La logica dei "poli" tuttavia, di per sé forzata, per innescare dinamiche di sviluppo, non è perseguita fino in fondo e si trasforma in interventi a pioggia. La classe politica (ri)assume a pieno titolo un ruolo di mediazione tra centro e periferia, che in parte continua quello tradizionale, in parte (maggiore) è del tutto nuovo. L’attuazione dell’ordinamento regionale non innova nel senso dell’efficienza, e anzi rafforza la classe politica locale e il "partito unico della spesa pubblica", così come era stato per le regioni a statuto speciale all’indomani della costituzione della Repubblica.

La fine delle politiche produttivistiche ha portato alla crisi industriale del Mezzogiorno, anche se risulta ormai difficile continuare a ragionare in termini monistici (cioè dualistici) di un unico Mezzogiorno, per la molteplicità delle traiettorie regionali e distrettuali, che nel frattempo si dispiegano. Il fatto che quella meridionale sia rimasta un’economia in certa misura basata su flussi finanziari provenienti dall’esterno ha favorito la parte peggiore della società politica, determinando il riemergere dei classici meccanismi del ventennio 1861-1880, a partire da quelli legati alla criminalità organizzata e alla sua capacità di controllo e di mediazione del consenso.

In concreto si tratta di riformulare in termini di responsabilizzazione delle classi politiche locali quel "vincolo unitario" degli investimenti nazionali, che ha caratterizzato gli anni migliori dell’investimento per il sud, espresso anche in termini in senso lato tecnocratici. È, ancora una volta, nella sua ispirazione di fondo, la strada sturziana, quella autonomistica, la strada giusta, non solo in chiave economico-politica, ma anche etico-religiosa, nel senso appunto prima di tutto della soggettività sociale, della sussidiarietà e della responsabilità. Così Luigi Sturzo scriveva nell’immediato secondo dopoguerra: «Venendo al punto cruciale, tre sono le condizioni imprescindibili della rinascita del mezzogiorno e delle isole, senza le quali ogni discettazione riesce inconcludente e vana. Prima su tutte la libertà. […] Siamo su falsa strada: l’Italia si è imbarcata in un sistema ibrido di economia di stato per determinati settori dell'industria e della banca, in collaborazione con l’economia privata che risulta di fatto economia di sfruttamento delle risorse pubbliche. Occorre togliere […] la incrostatura burocratica statale; liquidare le industrie deficitarie che non potranno sostenersi da sole, trasformare le vecchie industrie belliche già decadute in industrie specializzate e rispondenti ai bisogni dell'attrezzatura attuale. Non tutto si può fare in un giorno; ma senza un orientamento ben deciso, si va verso uno sperpero di denari e di energie che si pagherà domani assai caro. L’ingerenza statale nell’industria ha creato una situazione insostenibile che si definisce in due parole: monopolio della grande industria che vive da parassita sulla nazione; paralisi industriale nelle regioni meno favorite dalla centralizzazione economica».Magistero e Chiesa di fronte alla questione meridionale nella storia dell’Italia unita

La Chiesa in Italia ha sempre, seppure in modi diversi, condiviso le sorti della popolazione nelle varie parti del Paese, fedele alla sua missione pastorale. Nondimeno è vero pure che la ripartizione dell’Italia pre-unitaria in tanti stati rendeva frammentata anche l’organizzazione ecclesiastica, che conosceva tanti episcopati e non ancora un unico episcopato nazionale. Non a caso, le stesse conferenze regionali dei vescovi rimarranno a lungo scarsamente influenti rispetto al senso di appartenenza ad una Chiesa che si percepisce unitaria all’interno di uno spazio geografico, culturale e civile nazionale. Ciò segnala come il processo unitario abbia avuto una sua incidenza sul modo di comprendersi della Chiesa in relazione al territorio e all’Italia, e sul modo di rapportarsi delle sue componenti, a cominciare dagli stessi vescovi delle varie regioni tra di loro. È operante, comunque, un’influenza della tradizione cattolica degli italiani sul senso stesso di italianità e sullo sviluppo del processo di unificazione, di cui è importante rilevare che il senso unitario del cattolicesimo italiano si confermerà e si svilupperà, soprattutto nei primi decenni del nuovo Stato ma poi anche in seguito fino al presente, attorno al rapporto di devozione e di amore al Papa.

Questo aiuta a cogliere una distinzione tra il rapporto della Chiesa con il processo di unificazione e con lo Stato unitario, e la sua presenza in mezzo al popolo dei fedeli. Proprio tale intreccio profondo con il territorio e con la sua gente ha fatto della Chiesa un fattore di unità sostanziale della nazione ben prima della sua unificazione statuale e ben oltre le contingenze conflittuali che hanno caratterizzato alcune fasi critiche dei suoi rapporti con il nuovo Stato, comunque insorgenti non per effetto di una ostilità diretta contro l’unità – peraltro contraddetta da quel sentimento di italianità che è stato un tutt’uno con lo spontaneo sentire delle popolazioni e con le espressioni di non poche figure di pensatori cattolici –, quanto piuttosto da una preoccupazione suscitata da, non solo presunte, minacce alla libertà della Chiesa.

La questione meridionale si configura, in tale contesto, come un ambito non secondario in cui si segnala l’apporto significativo della Chiesa al cammino di unificazione della nazione. Ciò risulta vero, innanzitutto, non in proporzione alle prese di posizione del magistero dei vescovi, che verranno in una seconda fase della storia nazionale, ma soprattutto in relazione alla presenza religiosa , in prima battuta, e al fermento sociale e culturale suscitato da una molteplicità di iniziative, successivamente. Nasce, poco più di un decennio dopo l’Unità, l’Opera dei Congressi, ma nasce anche una «rete di organismi cattolico-sociali creati nei decenni successivi [soprattutto dopo gli anni Ottanta], profondamente legati alla base parrocchiale cattolica e all’organizzazione ecclesiastica», con l’effetto di «inserimento modernizzante in un orizzonte nazionale di generazioni di contadini, piccoli proprietari agricoli, artigiani, lavoratori delle manifatture rurali, piccoli borghesi delle città».

Difficile dire quanto in questa prima fase fosse avvertita la distanza che si era già formata tra nord e sud, a cominciare dagli stessi vescovi delle regioni meridionali, tenuto anche conto del fatto che con il nuovo secolo si afferma una prassi che prevede spesso la nomina di vescovi del nord per le diocesi del meridione. «La "questione meridionale" non fu, però, mai oggetto, sia pure incidentalmente, di dibattiti nelle Chiese e nel movimento cattolico del Mezzogiorno e, tantomeno, a Roma. I cattolici, infatti, avevano ignorato i dibattiti sui problemi del Sud che pur impegnarono i rappresentanti dell’intellettualità del paese» .

«Non che le cento Chiese meridionali non conoscessero le difficoltà quotidiane dei contadini, il loro rapporto secolare con la terra, la conflittualità latente o meno col mondo feudale che stentava a scomparire, la miseria dilagante e la piaga dell’emigrazione e tanti altri problemi; li conoscevano perché gran parte del clero meridionale, per secoli, aveva vissuto in parallelo le stesse situazioni, era stato legato alla terra non meno profondamente del contadino, aveva lottato costantemente contro i soprusi dei signorotti. […] non c’era la coscienza e la mentalità adatta, non c’erano le condizioni generali, non c’era la sensibilità necessaria e se si interveniva il tono era sempre paternalistico e consolatorio. È vero, ci sono stati i così detti "preti del movimento", i preti sociali, qualche vescovo sociale alla fine dell’Ottocento e nei primi anni del Novecento, che non si sono persi in sterili discussioni ma che hanno agito ed offerto ad una parte dei "vinti" mezzi di riscatto che si chiamavano cooperative, casse rurali, circoli associativi, leghe ecc., ma mancava la complessiva consapevolezza di trovarsi di fronte ad una emergenza nazionale e ad un problema più vasto e generale».

Dobbiamo arrivare al secondo dopoguerra per incontrare le prime autorevoli prese di posizione. Il primo è dei Vescovi pugliesi (Per la rinascita delle popolazioni pugliesi, Lecce, 27-28 aprile 1944) sui problemi delle popolazione della regione. Porta la data del 19 giugno 1945 un documento dei vescovi di Calabria in cui si chiede un nuovo ordinamento sociale. Del 25 gennaio 1948 è, invece, il documento dell’episcopato dell’Italia meridionale su I problemi del Mezzogiorno. Il suo testo era stato redatto dall’arcivescovo di Reggio Calabria, Antonio Lanza, e poi sottoposto alla firma dei vescovi (mancò quella dei siciliani per volontà dell’arcivescovo di Palermo, cardinale Ruffini). Pur non avendo avuto molta fortuna, esso presenta una posizione ecclesiale organica sui problemi del Mezzogiorno. La sua prospettiva è dettata dalla dottrina sociale, in base alla quale ricostituire un ordine sociale giusto. La motivazione che l’ispira è profondamente religiosa (cf. n. 2), da cui scaturisce il richiamo alle esigenze della giustizia: «Non possiamo, infatti, rimanere indifferenti o inerti di fronte alla persistente miseria di alcune classi del popolo, alla precarietà di vita e instabilità del bracciantato, al reddito estremamente basso di alcuni lavoratori e coloni, all’evidente ingiustizia di talune forme contrattuali, all’insufficienza di alcune strutture economiche, ai complessi e gravi problemi connessi col persistere del latifondo» (n. 3).

Il documento si diffonde sui problemi legati al mondo agricolo, alla proprietà terriera, ai rapporti contrattuali che li concernono, preoccupato della difesa della dignità dei lavoratori, non solo economica ma anche spirituale, in conformità alle esigenza di verità e di libertà. Non si limita a richiamare i doveri dello Stato, ma enuncia anche quelli dei cattolici, come pure incoraggia l’iniziativa privata, l’associazione dei lavoratori, la cooperazione e tutte le opere economiche e sociali che possono trovare promotori. A segnalarsi, nella coscienza raggiunta della questione sociale del Mezzogiorno, è un’ansia di giustizia direttamente ispirata dal Vangelo. «Spiriti attenti e pensosi dei compiti e dei destini del cristianesimo hanno messo chiaramente in evidenza che esso, come fede e disciplina di vita, non può venir confuso con le varie civiltà nelle quali, lungo il corso dei secoli, è successivamente penetrato, cercando di vivificarle, per poi superarle in una più compiuta armonia. […] nell’attuazione del suo messaggio di carità e di giustizia il cristianesimo ha un’inesauribile potenzialità purificatrice ed elevante» (n. 4). Scriveva Giorgio Rumi che il documento tocca «il nodo centrale del rapporto tra fede e storia, tra religione e politica. La Chiesa non può essere usata per la conservazione di un qualsivoglia ordine sociopolitico: il tempo non è fonte – di per sé – di legittimazione, ma solo l’incarnazione dei valori del Vangelo».

Sulla spinta del documento del documento del 1948 e in seguito alla riforma agraria del 1950, i Vescovi lucani e pugliesi fondano nel 1952 la Charitas socialis, una sorta di comitato per l’assistenza religiosa, morale, educativa e sociale alle popolazioni più disagiate. «La Chiesa al fine di esercitare la sua influenza morale e in continuità con il primo slancio della ricostruzione, si era mossa in sintonia con le nuove politiche per il mezzogiorno sviluppatesi negli anni Cinquanta, inserendosi nel campo dell’educazione, dell’assistenza e del servizio sociale grazie alle opportunità offerte dalla riforma agraria, dagli interventi della Cassa per il Mezzogiorno e dalle diverse occasioni di finanziamenti statali e locali di nuove strutture ecclesiastiche che potevano derivare in genere dalla spesa pubblica» . Ci troviamo di fronte a una sorta di «nuovo meridionalismo della Chiesa locale» e allo «sforzo di rendere concreta la pastorale collettiva del 1948 e soprattutto di mantenere nel tempo questa concretezza: centri sociali, servizi sociali per le famiglie dei lavoratori, cappellani del lavoro, azione capillare socio-religiosa nelle zone della riforma fondiaria, creazione di un ufficio studi col compito di preparare inchieste utili a rilevare le tipologie di interventi per risolvere i vari problemi delle zone depresse» . Nella convinzione che nel Mezzogiorno, insieme a una depressione materiale, ve n’era anche una di carattere spirituale e umana: «Era sorto all’orizzonte un nuovo meridionalismo che metteva insieme le emergenze ecclesiali e quelle socio-economiche».

Di seguito, dalla fine degli anni ’60 a tutti gli anni ’70, assistiamo a una sequenza di interventi di singoli vescovi, come quelli di mons. Aurelio Sorrentino, di Reggio Calabria, e di mons. Guglielmo Motolese, di Taranto, o di conferenze episcopali regionali come quelle dell’Abruzzo e della Sicilia, come pure della Lucania, che nel 1973 affrontano il problema dell’emigrazione, o come quella della Calabria che, sempre nel 1973, lamenta i numerosi problemi della regione, dalla crisi dell’agricoltura, alla carenza di impianti industriali, alla scarsità del lavoro e del reddito, alla povertà di strutture scolastiche e ospedaliere.

La Conferenza episcopale nazionale, che tiene la sua prima assemblea nel 1966, viene messa al corrente della situazione sociale ed economica del Mezzogiorno nell’assemblea dell’aprile 1969. L’approvazione data al testo presentato dall’allora presidente, cardinale Giovanni Urbani, rimane il segno di una attenzione dell’episcopato, seppure non fu seguita da una pubblicazione. La questione del Mezzogiorno viene richiamata dal cardinale Corrado Ursi nel Consiglio permanente del maggio 1973; ma anche questa iniziativa, trascinatasi fino al 1974 , rimarrà senza seguito. Nello stesso anno, l’arcivescovo Aurelio Sorrentino, allora a Potenza, pubblica una sua lettera nel venticinquesimo anniversario del documento dell’episcopato meridionale sui problemi del Mezzogiorno . Egli denuncia la questione meridionale come rilevante per tutta la nazione, e non solo per il sud, lamenta la piaga dell’emigrazione e stigmatizza la responsabilità degli stessi meridionali. La sua attenzione non si ferma alla dimensione economico-sociale; si porta invece all’interno della Chiesa, chiedendosi se tutta la Chiesa in Italia sente il problema e quindi se non si debba parlare di una questione meridionale ecclesiale. Nel 1975 interviene con un suo documento la Conferenza episcopale calabra , che denuncia, per la prima volta, con determinazione la criminalità organizzata. Un contributo significativo ulteriore è dovuto al vescovo di Ugento, mons. Michele Mincuzzi, il quale, all’indomani del convegno ecclesiale nazionale su Evangelizzazione e promozione umana, in una riflessione su Comunità ecclesiali e Mezzogiorno d’Italia dichiara che il problema del sud si identifica, in radice, con il problema dell’uomo del sud, ha cioè un carattere culturale.

Sarà il magistero di Giovanni Paolo II, a partire dal discorso ai vescovi campani del 21 novembre 1981, in cui parla della questione meridionale come di una questione ecclesiale nazionale, a sollecitare una riflessione nell’episcopato che viene presentata al Consiglio permanente del gennaio 1988 e si orienta, non senza difficoltà, a una ripresa dell’iniziativa dell’episcopato meridionale di quarant’anni prima da parte, questa volta, di tutto l’episcopato italiano. Il documento, in effetti, fu elaborato e pubblicato il 18 ottobre 1989, con il titolo Chiesa italiana e Mezzogiorno. Sviluppo nella solidarietà.

I vescovi si presentano mossi da una preoccupazione di tipo etico, avendo di mira «un impegno di sviluppo autonomo e integrale delle regioni meridionali» (n. 4). Sono consapevoli che «il Mezzogiorno d’Italia non è una realtà omogenea» e che la questione meridionale è «una questione nazionale» (n. 7), denotando una crisi che è di tutto il Paese. Inoltre il ritardo del Mezzogiorno non è da ricercare sul piano del benessere materiale e del solo reddito, ma «nella capacità di produzione e nell’occupazione» (n. 8). La diagnosi della situazione si svolge trattando del lavoro, delle distorsioni dello sviluppo, della persistenza di valori tipici del sud, di un suo ethos, ma anche dei rapporti di dipendenza da meccanismi interni distorti ad opera della mediazione politica e dei gruppi di potere locale in genere, generando una «modernizzazione senza un vero e proprio sviluppo» (n. 13). Forte è la denuncia della criminalità organizzata, definita «una malattia, un cancro» (n. 14), a cui rispondere con la legalità, la «trasparenza etica di chi governa» e «un comportamento onesto di ogni cittadino» (ib.). Di fronte a tale quadro, il compito primario della Chiesa si ripresenta come servizio alla formazione delle coscienze. «Bisogna superare il vittimismo e la rassegnazione, riattivare la moralità, la certezza del diritto, la stabilità nelle regole della convivenza sociale, la sicurezza della vita quotidiana […]. Sono necessari, e doverosi, l’aiuto e la solidarietà dell’intera nazione, ma in primo luogo sono i meridionali i responsabili di ciò che il sud sarà nel futuro» (n. 15).

Il richiamo agli elementi costitutivi della dottrina sociale della Chiesa fa appello alla necessità di una prospettiva etica e di un giudizio su una situazione che «non è il frutto di una fatalità storica, ma di precise causalità» (n. 16), richiama le esigenze di un’etica economica e incoraggia il vero sviluppo come sviluppo di tutto l’uomo. Se ne trae la conseguenza di una necessaria «coerente politica meridionalistica» (n. 19), che miri al territorio e che richieda «un diverso protagonismo della società civile meridionale» (n. 21).

Le linee pastorali suggeriscono una solidarietà reciproca fra le varie parti del Paese che permetta una conoscenza reciproca, e quindi una nuova evangelizzazione che abbia attenzione soprattutto a una pietà popolare purificata. «L’evangelizzazione non mira in alcun modo al soffocamento delle manifestazioni della "pietà popolare", ma soltanto alla sua purificazione, che ne metta in evidenza gli aspetti positivi, quali il profondo senso della trascendenza, la fiducia illimitata in Dio provvidente, la "via del cuore" nella percezione di Dio, l’esperienza del mistero della croce nella sua drammaticità, ma anche nella sua valenza salvifica, la confidenza filiale nella Madonna, il senso tipicamente cattolico dell’intercessione dei santi. Al contempo ne qualifichi la gestualità e il riferimento alla natura, impedendo che diventi "l’alternativa dei poveri" alla liturgia. Senza questa purificazione data da una nuova evangelizzazione, la pietà popolare, pur essendo aperta e orientata alla trascendenza, può ridursi a essere domanda senza risposta, croce senza risurrezione, gestualità senza contenuti, memoria di pure emozioni, solidarietà senza comunione» (n. 26). Non c’è da trascurare, in questa prospettiva, l’esigenza di saldare fede e storia, l’impegno politico e in generale il ruolo dei laici, tra i quali i giovani e le donne in particolare. Non manca, insieme ad altri temi, un riferimento al fenomeno delle migrazioni.

«Tale documento – disse a suo riguardo Giovanni Paolo II a Napoli nel novembre 1990 – può ben essere considerato la traduzione non solo pastorale, ma anche politica, nel senso più alto del termine, del progetto di organizzazione della speranza nella vasta area del Mezzogiorno». È questo il primo documento dell’intero episcopato italiano e segnala uno sforzo di organicità nel trattare la questione, senza perdere di vista l’ottica specifica dell’iniziativa episcopale con il suo carattere etico e pastorale. Sullo sfondo di uno sviluppo storico più che secolare si coglie la maturazione dell’identità di un episcopato nazionale che si fa carico, con senso di responsabilità pastorale, dei problemi e della vita del Paese. Nella distinzione degli ambiti di competenza, tuttavia, la fede, e quindi la comunità ecclesiale a partire dai suoi pastori, non può considerare in modo dissociato la vita dei suoi fedeli, come pure di tutti i cittadini, ma vi deve cogliere l’inestricabile intreccio di coscienza credente e responsabilità civile, di fede e storia.

Gli episcopati regionali non mancarono di prendere iniziative, orientate ad un impegno pastorale più intenso, testimoniato dal Messaggio alle Chiese del Mezzogiorno delle conferenze episcopali di Basilicata, Calabria, Campania e Puglia dell’11 gennaio 1996, il documento dei vescovi campani sulla disoccupazione dello stesso anno, come pure il documento per i cinquant’anni dello Statuto regionale da parte dei Vescovi siciliani , la Lettera pastorale del Vescovi calabresi del 13 febbraio 2005 , il documento conclusivo del convegno dei laici della Basilicata del 2008. E poi, ancora, sono da segnalare convegni pastorali di varie regioni ecclesiastiche e convegni di studio promossi dalla Facoltà teologica dell’Italia meridionale.

Questo stesso movimento di riflessione, di iniziativa pastorale e di studio conduce alla proposta dell’episcopato meridionale all’episcopato italiano di intervenire nuovamente in occasione dei vent’anni dalla pubblicazione di Chiesa italiana e Mezzogiorno. Il Consiglio permanente del gennaio 2008 affida ai presidenti della conferenze episcopali regionali del meridione d’Italia di promuovere un incontro di studio che prepari la stesura del documento. Il convegno sarà celebrato a Napoli il 12 e 13 febbraio 2009. L’elaborazione del documento richiederà circa un anno. Il 21 febbraio di quest’anno esso è stato pubblicato con il titolo Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno.

In esso si può rilevare la significativa continuità con il precedente. Ciò dice l’intendimento dei vescovi innanzitutto a tenere alta l’attenzione sulla questione meridionale. La circostanza denota la viva sensibilità dell’episcopato per la questione e per il connesso tema della nazione e della sua unità, ma permette anche di segnalare alcuni cambiamenti, pure significativi, verificatisi negli ultimi venti anni. In generale si può notare uno spostamento di accento dall’etico all’ecclesiologico, allo spirituale, al pastorale. Si confida meno su ricette di azione pastorale e più su alcune scelte di fondo, coerentemente con le esigenze ben più essenziali che si sono evolute e sono maturate negli ultimi decenni.

Il perdurare della questione meridionale nel quadro dei mutamenti che si sono prodotti sul piano della crisi economica, delle trasformazioni politico-istituzionali e dell’evoluzione socio-culturale rende plausibile la decisione di tornare sull’argomento. Viene messo in gioco un atteggiamento di fiducia, «per dare un contributo alla comune fatica del pensare», alla «responsabilità del pensare insieme e gli uni per gli altri», a un «peculiare pensiero solidale», capace di attivare «la tensione alla verità da cercare, conoscere e attuare», nel tentativo di «valorizzare al meglio il patrimonio di cui tutti disponiamo, cioè la nostra intelligenza, la capacità di capire i problemi e di farcene carico, la creatività nel risolverli» (n. 2). L’indicazione di stile e di metodo è la condivisione, disegnata sul calco dell’impronta eucaristica.

Nel descrivere lo scenario, già significativamente mutato nel giro di venti anni, insieme alle annotazioni già riportate, a cui va aggiunto sul piano politico-istituzionale il rilievo dato al processo di riforma in senso federalistico, vanno segnalati la globalizzazione dei mercati, la situazione dei Paesi che danno sulle sponde del Mediterraneo e il nuovo rapporto che si profila tra Europa e Mediterraneo, la questione ecologica, ma anche le zone di consolidata povertà, disoccupazione ed emigrazione. Torna ad essere evidenziato il passaggio incompiuto alla modernità per effetto di una mancata elaborazione del processo di modernizzazione, che spiega la persistenza di fenomeni come il particolarismo familistico, il fatalismo, la violenza, ma anche l’assimilazione dell’individualismo e del nichilismo che non si contrappongono ma integrano «forme tradizionali di socializzazione, di falsa onorabilità e di omertà diffusa» (n. 6). Importante rilevare, infine, accanto a una condanna ferma e articolata della criminalità organizzata, il ruolo delle classi dirigenti, spesso invischiati in «meccanismi perversi o semplicemente malsani nell’amministrazione della cosa pubblica», mentre ci sarebbe bisogno di «una cultura politica che nutra l’attività degli amministratori di visioni adeguate e di solidi orizzonti etici per il servizio al bene comune» (n. 5). Il problema non tocca soltanto la classe dirigente, ma anche il senso civico del comune cittadino. Così, la resistenza ad ogni possibile trasformazione per effetto di cause endogene, unita all’egoismo individuale e corporativo che è diffuso in tutto il Paese, con l’effetto di trasformare il Meridione «in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo» (n. 5), produce l’effetto di un blocco di ogni sua possibilità di sviluppo.In realtà non mancano segni di speranza: manifestazioni di un nuovo protagonismo della società civile e della comunità ecclesiale, della quale è espressione eloquente il progetto Policoro, come la possibilità di far leva su valori e risorse di cui ancora generosamente dispongono le popolazioni meridionali. In questa prospettiva vanno recepite le indicazioni pastorali, le quali puntano su alcuni motivi qualificanti, fuori dagli schemi ripetitivi di un mero richiamo a tutti i compiti e i ministeri nella comunità ecclesiale. In linea con il senso del ministero pastorale, i vescovi innanzitutto affermano che il primo e più importante contributo anche su una questione così complessa e radicata che la Chiesa possa dare è assolvere fedelmente e diligentemente alla sua missione. Ciò vale da due punti di vista. Innanzitutto:

Le comunità cristiane costituiscono un inestimabile patrimonio e un fattore di sviluppo e di coesione di cui si avvale l’intero tessuto sociale. Lo sono in quanto realtà ecclesiali, edificate dalla Parola di Dio, dall’Eucaristia e dalla comunione fraterna, dedite alla formazione delle coscienze e alla testimonianza della verità e dell’amore. Fedeli alla loro identità, costituiscono anche un prezioso tessuto connettivo nel territorio, un centro nevralgico di progettualità culturale, una scuola di passione e di dedizione civile. Nelle comunità cristiane si sperimentano relazioni significative e fraterne, caratterizzate dall’attenzione all’altro, da un impegno educativo condiviso […]. Questo è il rinnovamento sociale cristiano (n. 14).

E poi:

Il cristiano non si rassegna mai alle dinamiche negative della storia: nutrendo la virtù della speranza, da sempre coltiva la consapevolezza che il cambiamento è possibile e che, perciò, anche la storia può e deve convertirsi e progredire (n. 14).

In questo orizzonte, le prospettive di azione ecclesiale sono dettate dalla condivisione ecclesiale, a tutti i livelli (all’interno delle Chiese e tra le Chiese, negli ambiti regionali e su scala nazionale, coinvolgendo presbiteri e consacrati, ma anche laici), dalla promozione di una cultura umana ed etica, dall’assunzione della missione educativa.

Ripresa conclusiva

A uno sguardo d’insieme sullo scorcio storico ed ecclesiale percorso, la prima considerazione da fare riguarda proprio l’oggetto messo a tema nel titolo, ovvero il magistero della Chiesa in rapporto alla questione meridionale. Esso si intreccia con la vita della Chiesa in tutte le sue articolazioni ed esprime la sollecitudine pastorale verso un aspetto peculiare dell’Italia nella sua dimensione sociale e culturale, pur dentro una visione d’insieme dei problemi e in una maturazione storicamente elaborata della coscienza di essi. Il magistero sociale dei vescovi italiani – in costante comunione e ascolto del magistero pontificio – diventa così un esempio significativo di esercizio del discernimento pastorale sulla vita sociale della nazione alla luce dei principi ispiratori della dottrina sociale della Chiesa. L’essere arrivato gradualmente alla formale presa in carico del problema e l’accelerazione temporale che la sequenza degli interventi denota, testimonia nel magistero un servizio di vigilanza e di guida che domanda di essere accolto, assecondato e accompagnato nell’assunzione da parte dei fedeli tutti della responsabilità a cui il Signore chiama nella storia.

È davvero in gioco, innanzitutto, anche in questo caso – ed è la seconda considerazione – l’identità e la missione della Chiesa. Non a caso abbiamo cercato di guardare i temi dell’unità nazionale e della questione meridionale dal punto di vista della Chiesa e non viceversa. Non è questione di spingere in secondo piano i problemi concreti di una collettività e di tante persone, ma di fedeltà alla propria vocazione originaria e quindi anche di aderenza alle istanze concrete per affrontarle e rispondere ad esse. Come abbiamo già notato, il contributo proprio della Chiesa, non solo nella sua espressione magisteriale, è in prima battuta sempre conforme alla sua identità sacramentale e alla sua missione spirituale e pastorale. Quando la Chiesa fa questo fornisce l’aiuto più significativo possibile alle questioni anche di ordine sociale proprio in quanto tali. E la parola che essa pronuncia sulle questioni concrete producono tutto il loro effetto in quanto accolte nello spirito e nell’ottica in cui vengono pronunciate e proposte. Essa guarda sempre a tutta intera la persona, come singolo e inseparabilmente come comunità, e sa di promuoverne il bene quando ricorda e cerca di assicurare che il bene complessivo di ogni essere umano e di tutti gli esseri umani rimanga l’orizzonte di ogni progetto e di ogni sforzo di riforma e di progresso sociale.

Bisogna poi non trascurare che in un crescendo senza arresti, ben presto già a cavallo tra Ottocento e Novecento, non solo il rapporto tra Chiesa e unità d’Italia si è rappacificato, ma addirittura alla distanza di oggi, e già da tempo, la situazione si può definire capovolta, poiché la coscienza e l’impegno della Chiesa per l’unità della nazione risultano ben più avvertiti e determinati di quelli che si possono riscontrare in istanze pur autorevoli della società nel suo insieme. È in questa ottica che viene anche letta la questione meridionale, appunto come questione nazionale. E non nel senso, innanzitutto, che una parte del Paese si deve prendere cura di un’altra, ma piuttosto che nel senso che il Paese intero nel suo insieme deve saper affrontare tutti e singoli i suoi problemi, tanto più quando la loro ricaduta ha una portata generale; e in questo caso si tratta di prendere atto tutti delle responsabilità di ciascuno, non per recriminare ma per assumerle onorevolmente e insieme. In questo senso la riforma in senso federalista non è una minaccia per il sud, ma è un banco di prova per il Paese di essere un solo Paese, appunto, una nazione e una patria: un mondo coerente e unitario in cui tutti siamo nati e in cui ci sentiamo e vogliamo essere un’unica famiglia. Si tratta di raccogliere la sfida di riconoscerci tutti italiani e di decidere di continuare a volerlo essere. Detto questo, bisogna imparare a tradurre ciò che l’ultimo documento dei vescovi mette bene in evidenza, ovvero l’esigenza di coniugare il senso di responsabilità, e quindi di farsi carico dei problemi e degli impegni necessari da parte della classe dirigente meridionale e dell’intera società civile meridionale, e l’esigenza che le istituzioni centrali dello Stato nazionale siano in grado di pretendere come condizione questo impegno dalle regioni meridionali, per poter conferire gli strumenti necessari volti ad assicurare i servizi vitali alla collettività nel suo insieme.

Infine, ai cattolici tutti tocca farci carico di questo impegno là dove siamo posti, con coscienza credente, con competenza etica e professionale, con la capacità di tenere le distanze da tutto ciò che tradisce inseparabilmente la nostra identità e la soluzione dei problemi nel perseguimento del bene comune. Nel mondo globalizzato, dobbiamo guardarci dalla chiusura nella illusoria difesa di interessi particolaristici, come pure dall’abbandono di sé e degli altri ad una logica di puro profitto, dimentichi del proprio volto e della propria storia. Siamo ad un punto in cui i problemi o si affrontano insieme, oppure non solo non si risolvono, ma si aggravano. Come Chiesa non rinunceremo a dire la nostra parola e a fare la nostra parte, come vescovi e come comunità di credenti.

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