sabato 8 dicembre 2018
Trucidati tra il 1994 e il 1996. Becciu: dalla loro morte frutti di riconciliazione. Il muftì Djaber: questo rito dice al mondo che musulmani e cristiani possono fare cose buone insieme
I monaci di Tibhirine (Image by © Corbis Sygma)

I monaci di Tibhirine (Image by © Corbis Sygma)

Nella nuova moschea di Orano, il Gran muftì Djaber entra accompagnato dalle autorità cattoliche e dai familiari dei diciannove martiri d’Algeria mentre sotto le volte arabesche salgono in canto i versetti del Corano che parlano di Gesù e di Maria, Dio misericordioso. Fuori datteri e mandorle sono offerti dalle donne avvolte nei veli tradizionali algerini come segno augurale.

È un clima di armonia e festa quello che segna un evento significativo non solo per la storia di questo Paese nordafricano. L’onore degli altari per le vite donate fino all’effusione del sangue di questa piccola e radicata Chiesa algerina sono iniziati qui, con questo abbraccio di fratellanza e di riconciliazione da un passato ancora bruciante che ha lacerato il tessuto di questo Paese e che ha visto mietere dalla stessa violenza musulmani e cristiani.

Mentre si scambiano i saluti ai margini dell’incontro in moschea, Mustafà Djaber dice chiaramente il significato di questo gesto: «I martiri cristiani sono stati uomini di pace e di buona fede che avevano una missione ben determinata nel diffondere la pace tra le persone». «Questa – dice il muftì ad Avvenire – è la beatificazione di uomini di Chiesa che sono stati uccisi durante la grande tragedia nazionale e a questo avvenimento noi assistiamo pieni di gioia. È un segno del vivere insieme. Un simbolo di costruttori di pace. E con questa celebrazione noi vogliamo dire a tutto il mondo che cristiani e musulmani possono fare buone cose insieme e non abbiamo nessun dubbio del valore che questa può aggiungere alla nostra vita comune».

«Non bisogna dimenticare che gli imam trucidati per non aver rifiutato la fatwa nel decennio nero della guerra tra islamisti e forze militari degli anni Novanta in Algeria sono stati centinaia», ricorda l’ambasciatore italiano ad Algeri, Pasquale Ferrara.

Il vescovo di Orano, Jean Paul Vasco, è il successore della stessa congregazione del vescovo martire Pierre Claverie. Prima di seguire la delegazione verso il monte Murdjaio che sovrasta la seconda capitale d’Algeria per la celebrazione di beatificazione, tiene a sottolineare: «Stiamo vivendo un momento importante, soprattutto perché condiviso. Noi vogliamo che questo momento in moschea e la beatificazione siano in continuità, siano una sola cosa».

Al rito della beatificazione, ai piedi della bianca statua di Notre-Dame de Santa Cruz che veglia sull’azzurro golfo di Orano dalla fine della peste del 1846, fedeli e iman siedono gli uni accanto agli altri. In più di mille sono saliti quassù e non solo i cattolici hanno voluto collaborare alla realizzazione della testimonianza di fraternità.

«La Chiesa ha chiamato per nome diciannove nuovi beati. Tutti, pur consapevoli del rischio che li assediava, decisero coraggiosamente di restare al loro posto fino alla fine; in essi si sviluppò una forte spiritualità martiriale radicata nella prospettiva di sacrificare se stessi e offrire la propria vita per una società riconciliata e di pace», dice nell’omelia in francese il cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle cause dei santi presiedendo la celebrazione come inviato speciale di papa Francesco.

Accanto ai nomi dei martiri il vescovo di Orano ricorda anche il giovane Mohamed colpito insieme al vescovo Claverie dall’esplosione che li ha uccisi e ha letto il suo testamento nel quale esprime la sua scelta di non abbandonare il vescovo. «Con questa beatificazione vorremmo dire all’intera Algeria solo questo: la Chiesa non desidera altro se non servire il popolo algerino, testimoniando amore verso tutti». Perché «questa è la nostra missione di cristiani – precisa Becciu – seminare ogni giorno il seme della pace evangelica, per gioire dei frutti della giustizia».

Il postulatore della causa, Thomas Georgeon, rileva come per la Chiesa di Algeria sia certamente «un incoraggiamento nel modo di vivere e di essere Chiesa qui in un Paese musulmano e mostra come questo compiuto dai martiri vent’anni fa continui anche oggi». Una presenza che si mostra in forma umile e semplice come riprende il vescovo di Orano: «Da più di cinquant’anni vuole testimoniare una fraternità vissuta. Vogliamo far comprendere il senso della nostra presenza qui». Al termine della Messa donata al cardinale Becciu la stola usata dal vescovo Claverie.

Leggi anche: Viaggio a Tibhirine

© Riproduzione riservata