«Nel Camerun lacerato dalla guerra, la Chiesa indica la via in salita della riconciliazione»

Parla l'arcivescovo di Bamenda, Andrew Nkéa Fuanya, presidente della Conferenza episcopale del Paese africano, dove è in arrivo il Papa. «Questa regione non è ancora pacificata, dopo anni di conflitto. Ma noi non smettiamo di lavorare per promuovere percorsi di perdono»
April 15, 2026
«Nel Camerun lacerato dalla guerra, la Chiesa indica la via in salita della riconciliazione»
L'arcivescovo di Bamenda, Andrew Nkéa Fuanya
Un viaggio nel più dimenticato tra i conflitti dimenticati. È quello che Leone XIV farà domani a Bamenda, capoluogo del Camerun anglofono, una tappa che sembrava impossibile sino a pochi mesi fa. In questa regione bellissima e maledetta, il Pontefice – che oggi atterra nella capitale Yaoundé – porterà anche qui un messaggio di pace che si inserisce in un contesto che fatica a lasciarsi alle spalle la guerra. «Non è facile, ma abbiamo fatto grandi passi avanti – ci dice l’arcivescovo di Bamenda, Andrew Nkéa Fuanya, presidente della Conferenza episcopale del Camerun –. Papa Francesco ci è stato molto vicino e adesso la visita di papa Leone è davvero una benedizione. È il coronamento di un lungo lavoro che abbiamo fatto e che continuiamo a fare, il consolidamento di uno sforzo che non è ancora finito».
La regione, del resto, non è del tutto stabilizzata. E, in effetti, non lo è mai stata in tutta la sua storia di “costola” anglofona mal tollerata dentro il Camerun francofono. Uno dei tanti retaggi coloniali che hanno lasciato ferite che sanguinano ancora oggi. Le regioni del Nord-Ovest e del Sud-Ovest furono, infatti, colonizzate dapprima dalla Germania e, dopo la Prima guerra mondiale, finirono sono mandato britannico, mentre il resto del Paese veniva controllato dalla Francia. Dopo l’indipendenza e un tentativo di federazione, il Camerun divenne un unico Stato nel 1972. L’ampia minoranza anglofona tuttavia rimase marginalizzata. Non solo: le popolazioni di questa regione collinare e rigogliosa, ricca di tradizioni e fiera della propria diversità, hanno sempre mal sopportato le ingerenze del potere centrale e i tentativi di imporre una nuova forma di colonialismo da parte del governo di Yaoundé. Insieme al malcontento e all’opposizione democratica si sono sviluppati anche movimenti di protesta che nel 2016 hanno portato dapprima a massicce manifestazioni brutalmente represse nel sangue e, successivamente, hanno fatto esplodere il conflitto vero e proprio con gruppi separatisti che hanno proclamato la Repubblica di Ambazonia, nel 2017. Il conflitto, che non si è ancora del tutto risolto, ha provocato migliaia di morti, la distruzione di centinaia di villaggi e un esodo massiccio di persone. Tuttora ci sono circa cinquecentomila sfollati interni e 1,5 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria. Più di un milione sono fuggite soprattutto nella vicina Nigeria. Strutture e infrastrutture sono state distrutte, le scuole sono rimaste chiuse per cinque anni e almeno settecentomila bambini sono stati costretti ad abbandonare gli studi. «L’aeroporto di Bamenda verrà finalmente riaperto per la visita del Papa dopo otto anni», fa notare l’arcivescovo.
Nel novembre 2020, aveva suscitato enorme scalpore e sgomento il rapimento sulla strada tra Bamenda e Kumbo del cardinale Christian Tumi, allora novantenne, arcivescovo emerito di Douala e una delle figure più illustri e rispettate del Paese, instancabile mediatore tra il governo e i separatisti. Il sequestro era durato 24 ore, ma aveva rappresentato una sorta di punto di non ritorno. «In questi anni – spiega l’arcivescovo Nkéa – abbiamo provato, con un gruppo di leader religiosi cristiani e musulmani, a portare pace e riconciliazione. Non è stato facile perché i separatisti ci guardano come coloro che vengono per conto del governo, mentre il governo pensa che siamo dalla parte dei separatisti. Adesso la situazione è politicamente più calma, però c’è ancora molto banditismo e ci sono gruppi criminali che sequestrano le persone per chiedere riscatti. La città di Bamenda è abbastanza tranquilla, ma nelle periferie e nelle zone rurali ci sono ancora problemi». Usa un linguaggio pacato l’arcivescovo Nkéa, ma sa bene - proprio perché lui stesso è impegnato nei processi di riconciliazione – che ci sono ancora molti ostacoli da superare e che una vera pacificazione richiede moltissimo tempo. «È facile predicare il perdono, ma quando hai di fronte la persona che ha bruciato la tua casa, ucciso un tuo familiare o violentato tua figlia non è facile metterlo in atto. È una grande sfida per la Chiesa che non ha mai smesso di lavorare per aiutare coloro che sono traumatizzati e per promuovere una riconciliazione vera, non superficiale».
Il problema si pone anche dal lato di chi ha abbandonato la lotta armata e ora trova inevitabilmente grandi difficoltà a reinserirsi nella società: «Alcuni hanno lasciato i gruppi ribelli – conferma l’arcivescovo – ma non possono rientrare nelle loro comunità. Ci stiamo interrogando su come aiutarli a ricominciare una nuova vita e a rinunciare definitivamente al conflitto». Sono tanti i temi e tante le fatiche che verranno condivise anche con papa Leone XIV. Tutta la popolazione dell’Ovest del Camerun lo aspetta con una speranza grande nel cuore: «Per noi è come Dio che viene in aiuto al suo popolo…».
Qualcuno avrebbe preferito che questo viaggio si facesse in condizioni di maggiore sicurezza. «Il Papa – taglia corto l’arcivescovo – viene al momento giusto, come un pastore che si prende cura delle sue pecore che stanno soffrendo. Viene per dare cibo a coloro che hanno fame, per dar da bere a coloro che hanno sete. Fa il suo lavoro di buon pastore». Anche a chi sosteneva che il Pontefice non sarebbe dovuto andare in Camerun tout court, l’arcivescovo risponde senza giri di parole: «Chi dice che non doveva venire ha motivi politici e non pensa alla popolazione che soffre, pensa solo ai propri interessi». Le polemiche, tuttavia, sembrano superate. Quello che si respira oggi è un clima di grande gioia e di attesa per la quarta visita di un Papa in questo Paese. Gioia e attesa cariche di particolare emozione e commozione soprattutto a Bamenda.

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