La pace è la sola arma del Vangelo

La polemica sulle parole del Papa è una disputa teologica. C’è chi ancora crede che Dio possa essere invocato per i propri cannoni. Ma per i cristiani se quel Dio è morto sulla croce, al «terzo giorno» è risorto l’Amore
April 15, 2026
La pace è la sola arma del Vangelo
/ ANSA
Il Papa annuncia – «Dio non benedice alcun conflitto» – e qualcuno si scandalizza. Il presidente americano Trump ha attaccato Leone XIV con una volgarità che rivela più impotenza che forza. «Faccia il Papa, non il politico», gli intima. Perché lo sta facendo, però, dà fastidio: la voce del successore di Pietro, infatti, non è una opinione tra le altre; è la memoria viva del Vangelo. E il Vangelo, quando lo si prende sul serio, non lascia scampo alle sacralizzazioni della violenza. C’è una tentazione antica quanto l’uomo: quella di trasformare Dio in un alleato delle proprie armi. «Dio con noi» – lo hanno scritto su stendardi, vessilli, corazze, persino sui missili. Tuttavia il cristianesimo, se non vuole tradire sé stesso, deve avere il coraggio di dire: quel dio è morto. È morto sulla croce di Gesù Cristo. L’Antico Testamento stesso, con le sue pagine difficili che descrivono YHWH come «guerriero», non può essere letto contro la Pasqua. I Padri della Chiesa, da Origene ad Agostino, hanno insegnato che l’uomo, incapace di sostenere la rivelazione di un amore senza violenza, ha proiettato sul volto di Dio la propria furia omicida. Il «Dio guerriero» è l’idolo di un’umanità che sa pensare la potenza solo come sopraffazione. Gesù rovescia tutto: «Amate i vostri nemici, pregate per i vostri persecutori». Non è una strategia di sopravvivenza. È la rivelazione del volto vero di Dio. Un Dio che non ha nemici: non benedice eserciti; non sta dalla parte di nessuna trincea – se non dalla parte della croce, dove muore anche l’ultima pretesa di uccidere in suo nome. Certo, la storia del cattolicesimo è piena di tradimenti di questa verità. Crociate, guerre di religione, benedizioni di cannoni. Tuttavia il «genio del cristianesimo» non sta lì. Sta nel perdono come via di pacificazione universale. Il perdono non è oblio, non è debolezza, non è complicità con l’ingiustizia. Il perdono è la sola forza capace di spezzare la catena della vendetta. «Ti perdono» significa: non replicherò il male che hai fatto; uscirò dalla logica dell’equivalenza punitiva. È una rivoluzione antropologica prima ancora che etica. Perché il perdono non è un «valore» tra altri: è il modo d’essere del Dio di Gesù Cristo.
Perché gli uomini non dovrebbero farsi la guerra? La risposta comune – «perché la guerra uccide, distrugge» – è vera, ma insufficiente. La ragione profonda è teologica e insieme antropologica: l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio. E Dio, in Gesù Cristo, si rivela come amore trinitario, relazione pura, dono senza residui. L’uomo non è, perciò, homo homini lupus (lupo per l’altro uomo). L’uomo è homo homini homo: un uomo per l’altro uomo. L’aggressività non è originaria; è deviazione. Se l’uomo è immagine dell’Amore, allora la guerra non è solo un disastro: è una blasfemia. Ogni volta che un essere umano ne uccide un altro, profana l’immagine di Dio che è in entrambi. Benedire una guerra significa benedire la profanazione. Ecco perché le parole di Leone XIV fanno così paura a chi crede nel primato della forza. Il Papa non propone una politica alternativa. Propone qualcosa di più radicale: una conversione dello sguardo. «Beati i costruttori di pace» – ha ricordato ieri sul volo per l’Africa. Non è un programma elettorale. È il cuore del Vangelo. Trump insulta, sbeffeggia, chiama il Papa «debole sul crimine». La pace invece non è debolezza. È una forma esigente di forza interiore. Richiede il coraggio di non restituire il colpo. Di allenare ogni giorno uno sguardo non reattivo, un linguaggio non violento. Richiede, come ha scritto ieri il direttore Marco Girardo, di «non lasciarsi colonizzare dall’odio». La teologia della pace non è un’opinione tra altre. È la conseguenza necessaria di un annuncio: «Dio è amore» (1 Gv 4,8). Non «Dio è anche amore», non «Dio a volte è amore». Dio è amore. Punto. E amore significa, nel lessico biblico, hesed (fedeltà misericordiosa), agape (dono gratuito che arriva fino al nemico).
La polemica sulle parole del Papa è, in ultima analisi, una polemica teologica. C’è chi ancora crede che Dio possa essere invocato per i propri cannoni. C’è chi pensa che il Dio di Gesù sia, in fondo, lo stesso dio «guerriero di Giosuè», un «dio che ammazza tutti lui, con mano potente e braccio disteso, e addestra le mani dei suoi fedeli alla guerra». Il cristianesimo, già con Benedetto XVI e papa Francesco e ora con leone XIV, deve dire: no. Se "quel" dio è morto sulla croce, al «terzo giorno» è risorto l’Amore. E l’Amore non uccide. Non benedice chi uccide. L’Amore, semplicemente, ama. E chiede agli uomini di imparare a fare altrettanto. Alla fine, solo l’amore è credibile (Hans Urs von Balthasar). Anche – anzi, soprattutto – di fronte alla guerra. È questo il Papa «deve» annunciare in tutta libertà: la pace è la sola arma del Vangelo. Non un’arma tra le altre: l’unica che spezza per sempre il circolo della violenza. Così facendo, Egli è il profeta che il mondo, ubriaco di armi, non merita ma di cui ha disperatamente bisogno.
Presidente della Pontificia Accademia di Teologia

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