Maniago: «Celebrare, diritto e dovere di tutti»

L'arcivescovo e presidente del Centro di azione liturgica spiega come con la costituzione "Sacrosanctum Concilium", primo documento conciliare promulgato, il popolo di Dio non si limiti ad assistere, ma partecipi al culto
December 5, 2025
Domenica 7 marzo 1965, nella chiesa di Ognissanti, a Roma, Paolo VI celebra per la prima volta la Messa secondo la nuova formula della liturgia
Domenica 7 marzo 1965, nella chiesa di Ognissanti, a Roma, Paolo VI celebra per la prima volta la Messa secondo la nuova formula della liturgia / Archivio fotografico dell'Istituto Paolo VI di Brescia
L’arcivescovo di Catanzaro-Squillace Claudio Maniago è presidente del Centro di azione liturgica (Cal), realtà da quasi ottantott’anni impegnata nella promozione della centralità della liturgia nell’esperienza di fede cristiana.
Presidente, con la Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium - promulgata da Paolo VI il 4 dicembre 1963 - il Concilio Vaticano II apriva l’orizzonte della "riforma liturgica". Cosa significava allora questa espressione, e che valore ha oggi?
La Costituzione che riguarda la liturgia è il primo documento conciliare. E non è un caso. Paolo VI, a conclusione del Concilio, con la sua consueta precisione e incisività, sottolineò che si trattava di una scelta prioritaria: in un momento di riflessione così importante come quello del Vaticano II, non si poteva che ripartire dal rapporto con il Signore che è fondamentale per la vita della Chiesa. La liturgia, questo è il grande messaggio del Concilio, è un patrimonio importante, non accessorio, non sussidiario, per il cammino ecclesiale. La riforma liturgica, come dice espressamente la Sacrosanctum Concilium, nasce dalla consapevolezza di avere un tesoro, qualcosa di prezioso e importante, immutabile perché è una consegna da parte del Signore alla sua Chiesa, da rendere però sempre fruibile, accessibile in ogni tempo e in ogni luogo. Riformare significava "riallineare" la ricchezza fondamentale per la vita della Chiesa a quelle che erano le sfide del mondo contemporaneo. Oggi, parlare ancora di riforma liturgica, vuol dire tenere in considerazione questa attenzione del Concilio a far sì che sempre si possa fruire del prezioso tesoro della liturgia custodendo i gesti e le parole lasciati dal Signore per accedere alla Sua persona e vivere l’esperienza più profonda della fede.
I padri conciliari sottolinearono anche la necessità che il cambiamento fosse accompagnato da «un’adeguata formazione per una piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche» (Sacrosanctum Concilium 14). Eppure, oggi, le Celebrazioni eucaristiche sono sempre più disertate. Sono mancate le occasioni di formazione?
La Sacrosanctum Concilium, nel ricercare la natura più profonda della liturgia, torna alle radici e ripropone, nel contesto ecclesiologico del Concilio intero, cioè quello del popolo di Dio, l’idea di una liturgia a cui tutto il popolo è chiamato a partecipare. Non dimentichiamo che venivamo da secoli in cui la liturgia era, almeno nella sua parte più importante, appannaggio del clero e quindi al popolo di Dio spettava, più che altro, un’assistenza al culto. Con il Concilio si comincia a parlare di partecipazione, una categoria che oggi è quasi scontata ma che va ovviamente metabolizzata spiritualmente in modo tale che si possa arrivare a dire che tutti celebriamo, tutti viviamo l’esperienza della liturgia e siamo chiamati a viverla. Non è un caso che la Sacrosanctum Concilium dedichi diversi numeri al discorso della formazione a tutti i livelli, dai pastori a tutto il popolo di Dio, perché parte da un concetto importante: che ogni battezzato ha il diritto e il dovere di celebrare perché è da lì che passa l’esperienza di fede. Sessant’anni sono tanti ma sono anche relativamente pochi per cambiare una mentalità, è necessario ancora impegno perché tutti possano avere consapevolezza di quello che è la liturgia per potervi partecipare, come ricordato da papa Francesco con la lettera apostolica Desiderio desideravi e recentemente da papa Leone XIV nel discorso rivolto ai partecipanti al Corso di aggiornamento per incaricati diocesani di pastorale liturgica promosso dal Pontificio istituto liturgico Sant’Anselmo.
Anche nel Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, Lievito di pace e speranza, si sottolinea che «la distanza percepita tra le celebrazioni liturgiche e la vita concreta delle persone rende necessario ripensare gesti, linguaggi e stili, come pure un’iniziazione ai gesti e ai linguaggi della liturgia e una cura particolare dell’ars celebrandi». C’è quindi bisogno di nuova bellezza?
La partecipazione consapevole alla liturgia può certamente crescere se, nel momento in cui si realizza la liturgia, lo si fa nella «nobile semplicità» citata dalla Sacrosanctum Concilium, cioè con la valorizzazione della bellezza che nasce dal mettere in atto gesti e sequenze rituali con attenzione e dignità. La bellezza non è tanto una pomposità esteriore, ma la bellezza di gesti sinceri e veri accompagnati da parole importanti e da parole che esprimano il nostro spirito, il nostro cuore. E questo richiama la responsabilità prima di tutto dei sacerdoti che, come ricorda papa Francesco in Desiderio desideravi, sono coloro che devono prendere per mano le assemblee per far entrare i fedeli nel mistero dell’incontro col Signore. Quando un’assemblea, che può essere la piccola assemblea di un paesino di montagna o la grande assemblea di una parrocchia popolosa di una città, persegue la "nobile semplicità" che il Concilio raccomanda, quella semplicità che permette a tutti di partecipare alla liturgia, nella dimensione di popolo di Dio, fa sperimentare cosa voglia dire essere Chiesa.
A fine agosto, a Napoli, si è tenuta l’ultima Settimana liturgica nazionale. Uno dei momenti più toccanti è stato il prodigio della liquefazione del sangue di san Gennaro. La pietà popolare può essere d’aiuto per una nuova consapevolezza liturgica?
La tentazione di fronte alla pietà popolare, soprattutto a certe esperienze di pietà popolare, sarebbe quella di dire «questa non è liturgia, è meglio emarginarla o addirittura toglierla», quasi considerandola una sorta di ripiego infantile. Ma, premessa chiaramente l’importanza della liturgia, che è la possibilità del popolo di Dio di vivere la comunione col suo Signore, bisogna considerare che la pietà popolare è un’espressione della fede del popolo di Dio, con potenzialità in ordine all’evangelizzazione e capace di condurre, se correttamente intesa e vissuta, alla liturgia come momento culminante, come momento fontale. Se la liturgia, come dice il Concilio, è culmine e fonte di tutta la vita della Chiesa, direi che una pietà popolare sana ha nella liturgia il suo culmine e prende ispirazione e nutrimento dalla stessa liturgia. 

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