Il Testamento di san Francesco, la via del Cristo obbediente

Uno scritto per consegnare ai frati le sue ultime volontà. Una bussola per il cammino dei Minori. Il lascito di un uomo pacificato con sé stesso e la propria storia
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October 9, 2026
«Prossimo al termine della sua vita» – così Gregorio IX nella lettera Quo elongati –, Francesco consegnò ai frati le sue ultime volontà: ciò poté dunque accadere o nel palazzo del vescovo di Assisi, Guido II, o alla Porziuncola, dove poi volle andare a morire. Nondimeno, più elementi spingono a ipotizzare che la dettatura del Testamento abbia avuto luogo nell’episcopio: in effetti, alla Porziuncola egli si recò a morire, un gesto ultimo attraverso il quale volle stabilire un legame definitivo con quella chiesa cui si sentiva tanto legato e dove aveva vissuto momenti intensi e decisivi per il suo percorso di vita. Inoltre, le condizioni materiali delle quali poteva godere nel palazzo vescovile rendevano senza dubbio più facile la scrittura di un testo.
In quello scritto, che tanto ha influito sulla storia futura dei frati Minori, Francesco mirava a sottolineare che le tappe del suo cammino interiore erano state parte di un progetto di Dio e che la forma di vita da lui adottata gli era stata rivelata dall’Altissimo. Pur tuttavia, egli la sottomise al discernimento della Sede Apostolica: «l’Altissimo – scrisse – mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo. Ed io la feci scrivere con poche parole e con semplicità, e il signor Papa me la confermò». Non si possono non considerare attentamente le valenze di tale gesto, che ebbe profonde ripercussioni per le vicende della primitiva fraternitas e del successivo Ordine francescano.
Il Testamento , però – e sarebbe vano e puerile il volerlo tacere –, è anche uno scritto problematico e difficile: Francesco stesso ne era ben conscio! Uno scritto al quale egli affidava le sue ultime volontà, indicando al contempo le modalità di una presenza nella storia degli uomini che avrebbe dovuto essere contrassegnata dalle stesse caratteristiche di marginalità, di precarietà, di povertà che furono di Cristo. Per questo, ma non solo per questo, esso resta «effettivamente – come scrisse Giovanni Miccoli – il testo base, mai troppo sopravvalutato, dal quale si deve partire per studiare e capire le caratteristiche e le motivazioni con cui Francesco soggettivamente pensò e visse la propria esperienza religiosa di conversione e di vita».
Il Testamento , però, è soprattutto il lascito di un uomo pacificato con sé stesso e con la propria storia, che riesce perciò a trasmettere la pace inalterata ormai raggiunta da Francesco al termine di un percorso di vita anche scarnificante, che l’aveva infine portato a cogliere ciò che era davvero essenziale. Perché nel Cristo e nella sua obbedienza al Padre, egli era riuscito infine a trovare la chiave interpretativa della propria esistenza. Francesco lascia anche a noi questa sua pace; una pace che è frutto dello Spirito, segno della vittoria pasquale compiutasi nell’autore, ormai vittorioso con Cristo e con Lui passato dalla morte alla vita. Noi dovremmo essere, perciò, quella terra buona capace di accogliere il seme, di farlo germogliare, crescere, fiorire, far frutto. Il tempo dirà se ne saremo stati capaci e – soprattutto – se l’avremo voluto davvero...

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