«Il nostro mondo ha bisogno di santità». Così l’Opus Dei lo testimonia ancora a tutti

Mentre si avvicinano i cent’anni ormai dalla fondazione, datata 1928, un corposo libro con la storia completa dell’Opera ne spiega la proposta cristiana alla luce di una documentazione inedita, facendo luce anche sugli aspetti meno chiari e conosciuti. La presentazione del volume a Milano con Delpini, Prosperi, de Bortoli e Muller
March 18, 2026
«Il nostro mondo ha bisogno di santità». Così l’Opus Dei lo testimonia ancora a tutti
La presentazione del libro a Milano
Una sorta di storia di famiglia. È quella raccontata con rigore scientifico, attentissima ricerca archivistica e uno stile brillante, nelle oltre 700 pagine del saggio “Opus Dei, una storia”, di John F. Coverdale e José Luis González Gullón (Ares, prefazione Agostino Giovagnoli).
Un volume che disegna il cammino della Prelatura senza dimenticare o nasconderne alcuni tratti anche problematici, come la ricerca di una forma giuridica adeguata, inserendo la vicenda, per gli inizi, nel tempo in cui san Josemaría Escrivá visse: il franchismo e la guerra civile spagnola.
Il libro è stato presentato nei giorni scorsi anche a Milano, presso la sala multifunzionale della parrocchia di San Francesco di Sales, gremita, in un evento molto atteso – moderato da Catia Caramelli vaticanista di Radio24 – e con relatori di eccezione: l’arcivescovo, monsignor Mario Delpini, il coautore, José Luis González Gullón, sacerdote e docente presso la Pontificia Università della Santa Croce a Roma, il presidente della Fraternità di Cl, Davide Prosperi, Ferruccio de Bortoli, presidente della Fondazione Corriere della Sera, e l’ordinario di Storia della Filosofia medioevale presso l’Università Cattolica, Paola Muller. (Qui la mappa delle presentazioni del libro in tutta Italia).
«Mi sono chiesto da cosa sia nata l’impressionante diffusione mondiale dell’Opera in tutti i continenti. La ragione è che con le sue proposte risponde a un bisogno umano – ha detto Delpini –. Fate vedere che siete santi. Oltre tutto quello che sapete fare, voi sapete che la santità non è una parola astratta». E anche se la preoccupazione per la santità laicale è stata presente in molti modi, anche prima della svolta conciliare – il presule cita l’Azione Cattolica e la paura che, per questo, fece al fascismo –, oggi come è recepito tutto questo?».
«Credo – ha osservato ancora l’arcivescovo – che ci siano tanti santi tra noi, ma che vi sia almeno una parola che invece è diventata impronunciabile: la vita eterna. Il desiderio del compimento della propria vita nella visone di Dio sembra proibito e i cristiani sono “costretti” a non parlarne. Questo è un punto critico. Mi pare che noi siamo incaricati di una contro-cultura per dire che abbiamo, invece, tale speranza».
Che cosa può fare, quindi, oggi l’Opus Dei per Milano? Come possono contribuire i laici impegnati nella prelatura e in altri movimenti ecclesiali a costruire il futuro? «Facendo sì che la città sia a servizio della santità. A Milano ne abbiamo bisogno».
«Ho scritto questo libro – ha sottolineato, da parte sua, don González Gullün – perché, come membro dell’Opus Dei, avevo delle domande e come storico, nell’archivio della Prelatura, potevo trovare le risposte». E così è stato, evidentemente, se l’autore aggiunge. «Quale è il nocciolo del carisma dell’Opera? Essere uniti a Gesù dove si abita, si lavora, si vive e questo è un fatto come diceva il fondatore. Se i laici, nella Chiesa cattolica, sono il 99,92%, questa è anche la vera forza per un annuncio capace di passare da persona a persona, dai genitori ai figli, dai giovani ai compagni di scuola».
San Josemaría Escrivá
San Josemaría Escrivá

San Josemaría Escrivá

San Josemaría Escrivá

Infatti, Escrivá «non scrive trattati di teologia come suoi primi testi, ma redige strumenti per poter aiutare la gente comune a ritrovarsi in Cristo, in particolare nella preghiera che, continuamente richiamata, diventa un modo di abitare la storia, anche in epoche terribili come quella della guerra civile in Spagna», spiega Muller.
A delineare «i moltissimi elementi di somiglianza tra san José Maria e don Giussani» è stato il presidente Prosperi indicando come nucleo fondamentale di ciò che hanno creato – l’Opera e Comunione e Liberazione – «la chiamata universale alla santità nella vita secolare».
Don Giussani comincia la sua attività pubblica nel 1954, Escrivá ha fondato l’Opus Dei il 2 ottobre 1928, ma entrambi si muovono in un contesto precedente al Concilio Vaticano II, che raccoglierà alcune intuizioni che li accomunano.
«Che dei sacerdoti, sia negli anni Cinquanta che un ventennio prima, avessero la preoccupazione del ruolo dei laici nella Chiesa, non nell’istituzione in quanto tale ma come vocazione alla santità e testimonianza per il mondo, non era per niente scontato. La solitudine che caratterizza il nostro tempo e le giovani generazioni, è vinta da un’appartenenza, non in senso corporativo, ma a Cristo. E questo può cambiare la vita», scandisce Prosperi.
Dall’osservazione – innegabile – dell’Arcivescovo relativamente alla sostanziale impronunciabilità dell’espressione “vita eterna” muove il suo intervento de Bortoli. «In verità, oggi l’aspirazione alla vita eterna è molto diffusa, ma è piuttosto una ricerca dell’eterna giovinezza, si tratta di egoismo. Al contrario, l’Opus Dei predica una santità per tutti, democratica, l’esaltazione anche di una cittadinanza adulta e consapevole vissuta con quel senso di libertà che si prova nell’essere cittadini inseriti nella società, nel privilegio del “noi” e non dell’“io”. Ma questo chiede una spiritualità che si è persa e un maggiore richiamo alla responsabilità nei confronti degli altri. Io penso che abbiamo più santi di quello che sospettiamo, per cui dovremmo avere più fiducia. E, forse, come operatori dell’informazione, il nostro compito è illuminare le parti più costruttive della vita».

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