7-8 dicembre 1965. Un porto d'arrivo? No, da qui inizia la rotta
La chiusura del Vaticano II aprì una nuova stagione: cambiarono le strutture, ma soprattutto lo stile

Se l’11 ottobre 1962 è l’alba, il 7-8 dicembre 1965 è il tramonto che compie il giorno. Non meno decisivo, non meno carico di storia. All’esuberanza profetica di Giovanni XXIII risponde, in un contrappunto necessario, l’intelligenza pastorale, la prudenza e la diplomazia di Paolo VI. Soltanto il primo poteva convocare un concilio quasi d’improvviso. Soltanto il secondo poteva governarne la rotta, vincere le correnti e condurre in porto una nave che navigava in alto mare. Paolo VI non vuole terminare senza un gesto che abbia il sapore di una conversione istituzionale: la riforma del Sant’Uffizio. Quando il cardinale Alfredo Ottaviani, con voce incrinata, difende la Suprema Congregazione, Montini non si lascia intimidire. Ascolta, ma decide. E dà soddisfazione al coraggio del cardinale Joseph Frings, arcivescovo di Colonia, che ne aveva denunciato i metodi di investigazione, divenuti ormai inaccettabili. È la fine di un sistema che aveva visto teologi giudicati con procedure opache. Il Papa suggella il passaggio con una parola decisiva: «Il perfetto amore bandisce la paura» (1Gv 4,18). Nello stesso giorno, un gesto attraversa i secoli. Il vescovo Johannes Willebrands legge la dichiarazione comune di Paolo VI e del patriarca Athenagoras: le scomuniche del 1054 vengono cancellate. Non è ancora unità realizzata, ma è la fine ufficiale di un millennio di gelo e la riapertura di un cammino di fraternità tra Oriente e Occidente cristiani. L’aula, che ha conosciuto un’infinità di tensioni e schermaglie, si concede alla fine perfino un sorriso. Il cardinale Léon-Joseph Suenens ringrazia Pericle Felici. Poi come avviene dal tempo del concilio di Calcedonia si leva un coro: «Feliciter! Feliciter! Feliciter!». E qualcuno, con garbo tagliente, sussurra: «È stato l’unico modo per far tacere, Felici, segretario del Concilio». L’allocuzione finale di Paolo VI fa da pendant con la Gaudet Mater Ecclesia. Ecco un passaggio decisivo: «La Chiesa del Concilio, sì, si è assai occupata, oltre che di se stessa e del rapporto che a Dio la unisce, dell’uomo, dell’uomo quale oggi in realtà si presenta: l’uomo vivo, l’uomo tutto occupato di sé, l’uomo che si fa soltanto centro d’ogni interesse, ma osa dirsi principio e ragione d’ogni realtà. [...] L’umanesimo laico profano alla fine è apparso nella terribile statura ed ha, in un certo senso, sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Poteva essere; ma non è avvenuto. L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso [...]. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo». Intanto, la teologia registra con soddisfazione il fecondo e costruttivo rapporto con l’episcopato durante l’intera assise. Persino il teologo progressista Hans Küng riconosce che il Vaticano II, pur tra qualche ambiguità, ha superato di gran lunga le attese – segno che qualcosa di irreversibile è accaduto. E poi un dettaglio, apparentemente minore, ma rivelatore dello stile di Montini. Egli consegna a ciascun padre conciliare un anello. Qualcuno si irrigidisce, temendo un gesto poco evangelico. In realtà è una lezione sottile. Gli anelli sono ultraleggeri, non d’oro, ma semplicemente dorati. Non v’è ostentazione, semmai pedagogia: si suggerisce di sostituire l’anello d’oro massiccio con ametista con quello conciliare, sobrio ed essenziale. L’8 dicembre, in una piazza San Pietro gremita all’inverosimile, il Concilio si chiude. Paolo VI affida al mondo sette messaggi: ai governanti, agli uomini di pensiero e di scienza, agli operai, agli artisti, alle donne, ai malati, ai giovani. Non sono testi approvati in assise, ma discorsi al mondo, preparati anche con l’apporto di Jac-ques Maritain. E poiché la storia grande non rinuncia mai a una smorfia ironica, circola una freddura raccolta ne Le bolle del Concilio: il futuro Vaticano III – si dice – terminerà con quattro cerimonie. In piazza San Pietro, circoncisione del cardinale Bea ed esorcismo di monsignor Carli; all’ingresso della Basilica, abiura del cardinal Ottaviani; in sacrestia, taglio di capelli del cardinal Léger; davanti al Sant’Uffizio, inaugurazione della Statua della Libertà donata dagli americani. E i progressisti, instancabili, si chiedono: non sarebbe meglio trasferirsi direttamente in Cina, inaugurando il concilio Pechinese I? Ironie a parte, il messaggio dell’ultimo Concilio risultò tradizionale e insieme rivoluzionario, rassicurante ma profetico. In un mondo sempre più contrassegnato da discordie, odio, conflitti e minacce di guerra totale, la sua voce era controcorrente e nello stesso tempo rispondeva alle aspirazioni umane più radicali: pace in terra e buona volontà verso tutti. Dell’ultima sessione colpisce lo schizzo impressionistico del disegnatore Lello Scorzelli (unico laico ammesso con il suo lapis in aula dopo l’extra omnes); dopo aver abbozzato in bianco e nero il bozzetto dell’assemblea lo tinteggia con l’acquarello: la Chiesa è dipinta "a colori", per indicare vivacità, tonicità, scioltezza e dinamismo spirituale sperimentati durante i quattro anni di lavoro conciliare.
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