11 ottobre 1962: l’alba (inattesa) del Concilio Vaticano II

Il gesto che aprì i lavori conciliari non fu un semplice rito formale ma il manifesto di una Chiesa in cammino sulle vie del mondo.
Anche se non tutti colsero la portata del “gaudet mater Ecclesia” di Giovanni XXIII
January 25, 2026
11 ottobre 1962, Giovanni XXIII apre il Concilio con duemila vescovi / VATICAN MEDIA
11 ottobre 1962, Giovanni XXIII apre il Concilio con duemila vescovi / VATICAN MEDIA
L’11 ottobre 1962, oltre duemila vescovi attraversano piazza San Pietro in processione. La scena è ripresa dalle tv e commentata a mezza voce dai cronisti accalcati ai margini del sagrato. Basta un colpo d’occhio. La Chiesa non è più chiusa in un baricentro culturale unico; non c’è solo l’Europa, ma l’Africa che avanza, l’Asia che entra, l’America Latina con le sue inquietudini. Poi, in Basilica, il rito comincia. Il copione prevedeva l’inaugurazione, parole di circostanza, una benedizione paterna, e via. E invece no. Giovanni XXIII entra, parla, e spiazza tutti. Non è un prologo, ma un manifesto. Non un saluto, ma un’inversione di marcia. Non una cornice, ma la chiave di volta. Gaudet mater Ecclesia (“gioisce la madre Chiesa”) non è un incipit casuale: è una postura spirituale. Roncalli mette subito in guardia contro i “profeti di sventura”, sempre pronti ad annunciare il peggio, quasi la storia volgesse al tramonto. È un passaggio disarmante: non si negano calamità – fascismo, nazismo, Shoah, comunismo, Gulag, la Guerra fredda, il divario Nord-Sud – ma si rifiuta l’atteggiamento della paura. Qualcuno in aula si irrigidisce; altri avvertono che il Concilio non sarà una passerella cerimoniale. È un invito a non trattare la modernità come avversario da arginare, ma interlocutore da capire, mondo da abitare.
Poi arriva la seconda sottolineatura che tocca lo stile stesso della cattolicità. La scelta di non lanciare anatemi contro gli errori moderni punta a non confondere errori con erranti e all’adozione di un dialogo franco e aperto con la cultura contemporanea, critico ma non polemico. Oggi – dice il Papa – la sposa di Cristo preferisce la “medicina della misericordia” a quella del rigore, volendo farsi carico del compito di guidare e sostenere le coscienze in ordine alla salvezza dell’umanità tutta, secondo il piano di Dio. Il Vaticano II non sarà un concilio di routine, un’operazione di restauro dottrinale, un tribunale intentato contro il mondo moderno. Si è aperta una strada diversa: la Chiesa intende parlare al mondo per annunciare in modo credibile il Vangelo dentro la lingua del suo tempo. Poi ecco il vero colpo di teatro: il Papa invita a un “balzo in avanti” verso una penetrazione dottrinale e a una formazione delle coscienze in fedeltà all’autentica dottrina: «Altra cosa è la sostanza dell’antica dottrina, del depositum fidei e altra è la formulazione del suo rivestimento», identificando poi il programma di “aggiornamento” in un «magistero a carattere prevalentemente pastorale». È una distinzione destinata a diventar celebre: sostanza e rivestimento (linguistico). Eppure, a rileggerla bene, non è una frase così semplice. Da un lato, tranquillizza chi teme che un Concilio “pastorale” diventi un concilio “cedevole”. Dall’altro, si apre un orizzonte enorme: se il linguaggio conta, se la forma non è un dettaglio, allora la Chiesa deve imparare a tradurre senza tradire, interrogandosi come la fede, rimanendo se stessa, possa aggiornarsi, tornare comprensibile e attraente.
Il discorso pronunciato in italiano conobbe forzature non marginali nella traduzione ufficiale. Per il Papa la sostanza del messaggio cristiano corrisponde alla verità della persona di Gesù; viceversa, la versione latina parlava del depositum fidei come di un insieme di veritates (si noti il plurale). Il Papa opta per un linguaggio agile, paterno, immediato; la Curia tendeva a irrigidirlo nella forma tradizionale. Egli richiama la coppia “sostanza/rivestimento” secondo il senso comune, mentre la manina latina riproponeva la distinzione tra verità dottrinali e loro formulazione linguistica. Il discorso, da un punto di vista teologico, è assai tecnico e complesso (si può rinviare alla sinossi dell’allocuzione giovannea proposta da Alberto Melloni).
La cosa più interessante, però, è che l’insistenza sulla distinzione di contenuto forma produca una “felice incongruenza”: più si cerca di rendere vivo e attuale il messaggio cristiano, più ci si accorge che non basta cambiare le parole, bisogna puntare al cuore. E la stessa teologia insegnata nelle facoltà e dei seminari muterà in un battibaleno. Il testo parla poi della Chiesa come madre che genera alla fede e accompagna. È un’immagine forte, che non nega l’istituzione, ma la ricolloca dentro il Vangelo. Prima della norma, la relazione; prima dell’imposizione, la cura; prima della sentenza, la misericordia.
Nel giro di poche settimane, l’assemblea conciliare farà ciò che nessuno si aspettava davvero: respingerà gli schemi preparatori. Un atto di libertà. Un sussulto sinodale. Un segnale chiarissimo: il Concilio non sarà “paracadutato dall’alto”, ma discusso, sofferto, riscritto, conquistato. Il discorso inaugurale resterà una bussola: si deve custodire la fede senza trasformarla in un museo; parlare al mondo senza diventare mondana; dialogare senza dissolversi; riformarsi senza perdere la sorgente. Giovanni XXIII non si mette al centro come dominus dell’evento. Apre il Concilio e poi, con disarmante fiducia, sollecita l’assemblea a divenire soggetto attivo del discernimento. Perché lo Spirito non ama i monologhi, lavora (e accompagna) attraverso il confronto sinodale.

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