11 ottobre 1962: la “carezza del Papa” serale che rivela lo stile della Chiesa

Nel celebre “Discorso della luna” Giovanni XXIII mostra come la fede accende un’umanità più intensa
February 2, 2026
La sera delll'11 ottobre 1962 papa Giovanni XXIII si affacciò per salutare la folla che riempiva piazza San Pietro al termine della prima giornata del Concilio
La sera delll'11 ottobre 1962 papa Giovanni XXIII si affacciò per salutare la folla che riempiva piazza San Pietro al termine della prima giornata del Concilio / VATICAN MEDIA
Roma, l’11 ottobre 1962, sembra avere due albe. La prima è quella ufficiale: il Concilio che si apre in San Pietro, la processione di oltre duemila vescovi, il latino, i paramenti, la liturgia delle grandi occasioni. Ma la seconda alba nasce quando il giorno muore. È l’alba della sera, quella che non sta nei protocolli e non entra nei verbali: la piazza che si riempie, le fiaccole accese, il mormorio dei canti e una luna piena che – quasi per ironia evangelica – fa da lampadario a un evento che nessun cerimoniale aveva previsto.
L’antefatto è semplice e insieme rivelatore. L’Azione Cattolica di Roma ha organizzato una im-ponente fiaccolata in piazza San Pietro, in memoria della manifestazione con cui i cristiani di Efeso salutarono il III Concilio ecumenico di Efeso, guidato da Cirillo di Alessandria, che confermò che Maria è Madre di Dio (Theotokos). La piazza si accende a macchia d’olio. Un lume ne chiama un altro e in poco tempo la distesa scura della sera diventa un mare tremolante. Si canta, si prega, si aspetta. Qualcuno immagina che il Papa scenderà o si affaccerà.
In alto, nel Palazzo Apostolico, Giovanni XXIII è stanco, nel corpo e nell’anima. Ha vissuto una giornata impegnativa, con addosso quella miscela tipica dei giorni decisivi: l’emozione trattenuta e il peso della responsabilità. Ha aperto il Concilio con il discorso che già si capisce destinato a restare, la Gaudet Mater Ecclesia, e ora vorrebbe soltanto ritirarsi. Non ha alcuna intenzione di improvvisare un secondo discorso. Non l’ha preparato.
È qui che entra in gioco, con quella malizia birichina che a volte è quasi un’arte, monsignor Loris Francesco Capovilla, il segretario. Questi conosce bene il Papa: sa quando è serio, quando è stanco, quando si schermisce, e anche quando – sotto la ritrosia – c’è una porta che vale la pena socchiudere. Gli si avvicina con tatto. Non gli dice: «Santità, deve parlare». Sarebbe il modo migliore per ottenere un rifiuto. Gli dice, più o meno: «Santità, là fuori c’è il popolo. Sono venuti per Lei. La piazza è piena». Giovanni XXIII si schermisce: «Ma cosa volete che dica...». Capovilla insiste. Non con pressione, ma – quasi in punta di piedi – suggerisce, orienta, mette in moto. Dice al Papa: «Santità, venga almeno a guardare lo spettacolo attraverso le feritoie delle imposte…».
Si fa strada nel Papa l’idea di affacciarsi almeno per una benedizione. Solo un gesto, nulla di più. Poi però non sa resistere, si fa prendere la mano e fa ciò che gli riesce più naturale: parla come un padre, non come un sovrano. Parla senza fogli. Senza retorica. Senza l’armatura del discorso ufficiale. Parla con quella voce un po’ nasale, confidenziale, che sembra sempre sul punto di sorridere.
E la prima cosa che fa è togliere se stesso dal centro: «La mia persona non conta niente...». E poi il Papa si presenta come un “fratello” che è diventato “padre”; è un capolavoro teologico in mi-niatura del ministero petrino. Roncalli, in quel momento, sta dicendo qualcosa di enorme: il Papa non è il fine, è un tramite. È un servizio. È un segno. E il Concilio, ancor più, non è una celebrazione del potere ecclesiastico: è un atto di fiducia nella grazia, nello Spirito.
Poi Giovanni XXIII guarda in cielo: «Si direbbe che persino la luna si è affrettata questa sera». Ma il cuore di quella sera arriva subito dopo, quando il Papa, senza costruzioni, senza frasi “da documento”, consegna alla folla una delle immagini più limpide del suo magistero: al ritorno a casa ciascuno porti qualcosa di quella serata dentro la propria famiglia. E poi, con un colpo di genio pastorale che è insieme semplice e profondissimo, pronuncia la frase che attraverserà i decenni: «Date una carezza ai vostri bambini e dite: “Questa è la carezza del Papa”. Troverete qualche lacrima da asciugare. Fate qualcosa, dite una parola buona...».
È come se il Pontefice, in pochi minuti, dicesse al mondo che cosa sarà il Concilio, prima ancora dei testi: non un esercizio di potere, ma un rinnovamento dello sguardo; non una fortezza che si difende, ma una casa che apre le finestre; non un giudizio dall’alto, ma un accompagnamento. Il Concilio, certo, discuterà pagine complesse: liturgia, ecclesiologia, rivelazione, rapporto con il mondo moderno. Ma quella sera, in una frase sui bambini e in un pensiero per i malati, Giovanni XXIII consegna un criterio: la fede deve diventare umanità più intensa.
La sera dell’11 ottobre 1962, così, fa da contrappunto alla mattina. Al mattino, la Chiesa si è mostrata nella sua forma più solenne: nel suo diario Yves Congar ha notato persino una nota trionfalistica, quasi di sapore “tridentino”. Alla sera, la Chiesa si è rivelata nel suo volto più evangelico: una piazza, una luna, un Papa che improvvisa perché non può fare altrimenti, e un popolo che porta a casa una consegna disarmante. E l’allora giovanissima televisione italiana, ancora in bianco e nero, fissò quelle parole come si fissano le cose irripetibili: non per trasformarle in propaganda, ma per custodirle come un frammento di Vangelo entrato nella storia.

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