Zuppi e Segre insieme al Binario 21. «Senza memoria si resta smarriti»
di Paolo Viana
Il cardinale per la prima volta al Memoriale della Shoah di Milano. «È un luogo che ci aiuta a vivere e a rivivere». La senatrice a vita: «In tanti mi odiano ancora, io intanto sono diventata una donna di pace»

«L’uomo rischia di non andare a scuola dalla storia, ma così si resta ignoranti, ci si schiera pensando di essere sempre dalla parte giusta...». Alla sua prima visita al memoriale della Shoah di Milano, il cardinale Matteo Zuppi, ha cercato di evitare link all’attualità, ma la sofferenza è ovunque, al binario 21, da dove Liliana Segre partì il 30 gennaio del ‘44 per Auschwitz. La senatrice a vita cammina al braccio del presidente della Conferenza episcopale italiana.
«Si può parlare di Gaza nel giorno della memoria», ha detto lei al Quirinale, «ma non si può usare Gaza». E la vicepresidente della fondazione del Memoriale, Milena Santerini, ha precisato che «si deve parlare dei conflitti ma non dobbiamo permettere di usarli contro la memoria e non dobbiamo far pagare alle vittime di ieri gli errori di oggi».
Alla cerimonia milanese che ricorda la deportazione dalla Stazione Centrale avvenuta il 30 gennaio 1944, organizzata da trent’anni con la Comunità di Sant’Egidio («rinnovare l’alleanza tra religioni diverse» è stata la chiave che offre Elisa Giunipero di Sant’Egidio, così come la Santerini), il presidente della fondazione, Roberto Jarach, ha affermato che la memoria «non colpevolizza, non è punitiva e deve aiutare i giovani a costruirsi una coscienza». Finora 500mila studenti hanno visitato il memoriale, anche se, ha ammesso, ora le visite sono in calo.
Il cardinale Zuppi ha spiegato che «ricordare una sofferenza come questa, che è passata vicino alle nostre case, ci deve portare a scegliere di stare dalla parte delle vittime di tutte le violenze». E ha lanciato un appello: «Ovunque si fermino le armi, anche queste scintille di pace e di tregua possano dare sbocchi che sono indispensabili». Rav Alfonso Arbib, rabbino capo di Milano, ha parlato tuttavia di una «rinascita prepotente dell’antisemitismo». Non si parla solo degli attacchi recenti alla senatrice Segre. «Possiamo superarlo: quando ci convinciamo di combattere per il bene tutto diventa accettabile. Nasce così l’antisemitismo dei buoni: persino i nazisti pensavano di fare del bene. Quando si pensa di agire per il bene, il rischio è che non si abbiano più dubbi. É un problema serio e di grande attualità». Dobbiamo «stare attenti a non fornire alibi all’antisemitismo» ha aggiunto, evidenziando il rischio che l’antisemitismo si alimenti anche di messaggi di odio in cui non si pronuncia mai questa parola.
Il presidente della Cei, subito dopo, ha ricordato la ferma condanna espressa, qualche giorno fa, dal consiglio permanente della Conferenza, per i fenomeni di antisemitismo di questi mesi ed è tornato a ribadire l’importanza di luoghi come il Memoriale. «Ci aiutano a rivivere. E a vivere», ha detto. Aggiungendo che «senza memoria si resta smarriti».
Il cardinale a questo punto ha esclamato: «Non siamo condannati all’istinto di Caino», anche se è nel cuore dell’uomo, ma «lo si può e lo si deve dominare, e lo diciamo in questi tempi di brutalità esibita e cercata, di polarizzazione malevola e arrabbiata, che crede di capire e di contare; e moltiplica l’odio».
Una seminagione - ha ammesso il porporato - «che poi nessuno controlla più» e che si alimenta di menzogna. La condanna e la mobilitazione della Chiesa è una costante storica, come ha ricordato, citando le prese di posizione di papa Francesco e di papa Leone e invitando la comunità delle nazioni a «essere vigilante perché non ci siano altri genocidi». Zuppi ha concluso citando il dolore della madre di un ostaggio ebreo: «Mi ha avvicinato auspicando che il suo dolore non ne provocasse altro». E ha ricordato un ebreo deportato nel 1942 e morto nel 1944 a Birchenau. Era Arpad Weisz, ungherese, grande allenatore dell’Inter campione nel 1930. «La cosa più brutta che possa accadere è esser dimenticato: non avvenga mai più per nessuno, lui era notissimo come sportivo ma poi fu cancellato...».
Dopo la testimonianza di un giovane migrante - l’egiziano Mohamed Batour - e di una studentessa dei Giovani per la pace - Adriana Dumitru -, la senatrice a vita Liliana Segre, una delle pochissime sopravvissute al campo di concentramento, ha portato infine la sua testimonianza. «Quando io e mio padre eravamo a San Vittore – ha detto – incontrammo la famiglia Morais, che abbiamo ricordato di recente con la posa delle pietre d’inciampo. La madre mostrava amore e pena per i figli. Mio padre la vide e poiché non avevo più la mamma mi affidò a lei che subito accettò. Durante il viaggio dai carri vedevamo passare l’Italia e quando scendemmo a calci e bastonate, mi misi vicino a lei, salutai mio padre che non vidi più. Ci interrogarono, lei non sapeva il tedesco e io sapevo dire solo “sola” perché l’avevo imparata ascoltando una canzone. Il soldato tedesco mi mandò a sinistra perché sapevo quella parola, mentre i Morais furono mandati a destra... Ancora oggi, a 95 anni, lo racconto. Quando scesi dal treno ad Auschwitz avevo tredici anni. Qualche anno fa non volevo più parlare di questi fatti perché è difficile testimoniare da “vecchia”. Poi capii che ho ancora 13 anni. Quella ragazza sola che sapeva dire di esser sola. Ecco. Da vecchia, nonostante tutti quelli che ancora oggi mi odiano, sono diventata una donna di pace. Questa sono io. Una donna di pace». Solo applausi.
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