Ma si può spostare Niscemi? Tutti i “traslochi” del passato e cosa non ha funzionato
La più famosa è Gibellina, ma ci sono anche Africo Nuovo, Poggioreale o La Martella: solo in alcuni casi l’urbanistica è stata “amica” di chi doveva vivere quei paesi creati da zero. Il grande rischio è lo sradicamento

Spostare Niscemi? Quando ti crolla il terreno sotto casa e questa si sgretola non c’è molta scelta. Il problema è come farlo, dove andare, come garantire che l’esperienza del disastro non si ripeta e che nel nuovo insediamento (che coinvolga tutto il paese oggi esistente o solo parte di esso è questione che può essere definita solo dalle analisi geologiche) gli sfollati possano sentirsi ancora e sempre a casa propria, non sradicati. Non mancano le esperienze di ricollocazione di interi paesi, sia in Italia sia all’estero. E presentano una gamma di soluzioni diverse. Tra i più noti: il caso di Gibellina. Il terremoto nel 1968 ne provoca il crollo, le persone fuggono, restano rovine come fantasmi. Si decide di costruire ex novo un villaggio a pochi chilometri di distanza e il sindaco del tempo, Ludovico Corrao, chiama grandi artisti e noti architetti per compiere l’opera. Le rovine del villaggio vengono imbalsamate in un’opera d’arte di Alberto Burri, il “cretto”, che con masse di calcestruzzo ripercorre le movenze delle vecchie vie. La nuova Gibellina ha edifici di assoluta contemporaneità, tutti concepiti da grandi firme dell’architettura. C’è una chiesa dal profilo fantastico, caratterizzato da una grande sfera attorniata da una gradinata raccolta al suo intorno sulla copertura dell’edificio a base quadrangolare. E un sistema di piazze di taglio razionalista dove si vedono opere d’arte di grandi autori quali Arnaldo Pomodoro o Fausto Melotti, e poi edifici firmati da archistar quali Gregotti, Samonà, Mendini. La nuova chiesa è parzialmente crollata nel 1994 – fare una sfera di calcestruzzo è forse pretendere troppo da quel materiale – ed è poi stata ricostruita. Gibellina Nuova è un museo a cielo aperto e quest’anno è Capitale italiana dell’arte contemporanea. Ma i vecchi vicoli coi piccoli edifici dai tetti a spioventi erano “casa” per gli abitanti di Gibellina vecchia: abitare in un museo è tutt’altra cosa. Il museo è per i visitatori, non per viverci dentro. Agli abitanti di Gibellina è stato chiesto di abitare non solo in un altro luogo, ma anche in un altro tempo, in un panorama estraneo – vicino sul piano geografico ma lontano mille miglia sul piano affettivo.

Anche Poggioreale fu distrutta dal terremoto del ‘68, come Gibellina, e diverse furono le frane che ne sconvolsero il paesaggio. La costruzione del nuovo borgo, vicino a quello di cui restano le rovine – mantenute tali quali e divenute set cinematografico nonché meta di visite turistiche – ha seguito anch’esso i principi della progettazione urbanistica dell’epoca: un sistema di tre piazze circolari attorno alle quali si dilatano le vie del nuovo abitato. Ma c’è stato un approccio più organico, più coerente con la natura del paesaggio; ci sono colonnati, loggiati, grandi scalinate che, seppure con linguaggio contemporaneo, riprendono soluzioni tradizionali. Architetture nuove ma non scollegate con quanto le ha precedute. E si svolgono sagre, feste paesane, spettacoli all’aria aperta. I villaggi non sono fatti di soli edifici, ma anche, soprattutto, di usanze e consuetudini: sono queste che creano l’ambiente domestico, che ti fanno sentire a casa, nella vicinanza coi concittadini e nel ricordo del passato condiviso che si rinnova nelle festività. Risalta quanto avvenuto ad Africo e Casalnuovo, in Calabria. Dopo l’alluvione che li devastò nel 1951 sorse l’idea di un nuovo insediamento nel vicino comune di Bianco. Non ci fu alcuna consultazione pubblica. Africo Nuovo è sorto dai primi anni ‘60 come per effetto di una lenta inerzia, viziata da influssi della criminalità. Col tempo si è venuto configurando. Ma attende ancora di consolidarsi. Se non c’è programmazione, un’opera complessa qual è quella di trasferire un intero paese resta inevitabilmente improba.
Diverso è stato il caso degli abitanti dei Sassi di Matera che, a seguito della denuncia contenuta nel libro di Carlo Levi “Cristo si è fermato a Eboli” (le persone vivevano nelle grotte insieme con gli animali in totale assenza di servizi quali acqua corrente e elettricità), nei primi anni Cinquanta furono spostati nel borgo di la Martella, costruito lì vicino. Erano altri tempi e per quanto anche in questo caso fossero mobilitate grandi firme della progettazione e dell’arte, il rispetto per i modi di vivere radicati non mancò. Le case del nuovo villaggio avevano tutte un orto e la possibilità di tenere animali vicini. Eppure anche per gli abitanti dei Sassi fu difficile ambientarcisi: grande era la differenza. Ma il miglioramento era evidente, quella della Martella è stata una modernità amica. Un problema forse non molto dissimile da quello che oggi affronta Niscemi sconvolse Campomaggiore in Basilicata nel 1885: smottamenti e frane distrussero l’intero borgo. Fu ricostruito a cinque chilometri di distanza: più o meno come era quello crollato. Con un sistema a scacchiera raccolto incentrato sulla piazza dominata dalla chiesa e dal palazzo comunale. Fu ricostruito dagli stessi abitanti, che lo rivollero così com’era: identico. Perché sono i turisti che cercano il cambiamento, vedere cose nuove e diverse. Conoscere novità, essere sollecitati da qualcosa di inconsueto. Ma quel luogo che chiamiamo casa richiede invece continuità, familiarità, consuetudine. In Svezia da alcuni anni stanno spostando la città di Kiruna per fare spazio a una miniera. In parte demoliscono e ricostruiscono gli edifici, in parte si erigono ex novo. Ma la chiesa è stata smontata e rimontata: sarà sempre la stessa. Il cuore dell’abitato che resterà tal quale era.
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