Un giusto contratto per i rider è possibile. «Cerchiamo una soluzione adatta a tutti»

Just Eat è oggi l’unica grande società di delivery che ha assunto direttamente i fattorini in Italia, circa 250 persone, mentre i principali concorrenti continuano a pagarli a cottimo. Ecco come funziona il loro modello
February 25, 2026
Un giusto contratto per i rider è possibile. «Cerchiamo una soluzione adatta a tutti»
Un rider di Just Eat per le vie di Milano
Un panorama disomogeneo sia in Italia che in Europa. L’inquadramento contrattuale dei rider è uno dei nodi essenziali da sciogliere per evitare lo sfruttamento sistematico di questi lavoratori, finito qualche settimana fa al centro di una nuova inchiesta della Procura milanese. Negli ultimi dieci anni, nonostante un serrato dibattito, i governi di casa nostra hanno deciso di non intervenire direttamente, mentre nell’ottobre 2024 la Ue ha varato una direttiva comunitaria finalizzata a combattere il fenomeno del false self-employement, prevedendo la possibilità di riclassificare alcuni lavoratori autonomi, tra cui i ciclofattorini, come dipendenti. Si tratta di indicazioni generiche, un quadro normativo, che l’Italia dovrà recepire entro la fine dell’anno. In alcuni Paesi come Germania, Olanda e Spagna i rider sono lavoratori subordinati in altri come la Francia il modello autonomo è quello prevalente. L’Italia non ha una visione univoca ma oscilla tra due poli opposti: quello della subordinazione, adottato da Just Eat e che riguarda una piccola parte, 2500 rider assunti con il Ccnl della logistica, e il contratto di Assodelivery-Ugl che di fatto prevede retribuzioni a cottimo (vale a dire a consegna) ed è applicato da Glovo e Deliveroo a circa 30mila rider ma viene bollato come “pirata” dai sindacati confederali e autonomi. Una situazione che mette in condizione di disparità i principali operatori del settore. Daniele Contini, Country manager Italia di Just Eat, proprio in occasione del clamore suscitato dall’inchiesta su Glovo, ha lanciato un appello ai competitor e alle istituzioni: trovare una soluzione che armonizzi le regole, garantisca la tutela dei lavoratori e al tempo stesso renda possibile competere ad armi pari. «Vogliamo collaborare per trovare una forma che possa armonizzare il mercato con un contratto equo e accettato da tutte le piattaforme, a qual punto il problema della sostenibilità economica non ci sarà più e la concorrenza si giocherà su altri aspetti» spiega Contini. Essere “un unicum” nel panorama italiano non è facile. È ovvio che il costo di una consegna per chi assume i lavoratori o per chi li paga a prestazione è differente, ma il consumatore questa differenza non la vede visto che le tariffe che paga sono uguali. Non per forza la soluzione deve essere l’assunzione, potrebbe esserci (come del resto anche la direttiva Ue ipotizza prevedendo collaboratori e dipendenti) un sistema misto. «Sappiamo che c’è anche una parte della popolazione dei rider che desidera avere un modello più flessibile e questa esigenza deve essere pienamente riconosciuta ma con regole solide. L’applicazione della direttiva Ue è il momento giusto per fare quel passo avanti che aspettiamo dal 2021» aggiunge Contini. L’importante è che sia una piattaforma contrattuale riconosciuta da tutte le parti in causa e che sia costruita in modo da non prestare il fianco a comportamenti scorretti (retribuzioni al di sotto della soglia di povertà pari a 2,50/3 euro a consegna) e agli interventi della magistratura.
Ma come funziona il modello Just Eat? Innanzitutto si parte con una selezione reale, non con l’apertura di un account da remoto, poi il rider viene assunto con un pacchetto base minimo di 10 ore settimanali distribuite su almeno tre giorni con una retribuzione di circa 9 euro l’ora. La sua attività può crescere sino a diventare un full time. L’orario di lavoro è frutto dell’incontro tra la disponibilità del lavoratore e le esigenze di un settore che ha nelle ore serali e nel week-end il punto massimo di richieste. «Stiamo parlando del mondo della ristorazione, quindi, è ovvio che si lavora con queste modalità. I nostri rider hanno ferie, malattie, assicurazioni, ricevono le dotazioni per svolgere le consegne» spiega Contini. Il tentativo di dotarli anche di mezzi aziendali invece è stato archiviato per via dei costi elevati mentre è allo studio l’ipotesi di un noleggio a carico della società. I rider di Just Eat sono per metà italiani e per un’altra metà stranieri, tutti con regolare permesso di soggiorno. L’età media è di 35 anni e nel 90% dei casi di tratta di uomini. Rispetto ad altre piattaforme la mobilità è inferiore: in media rimangono almeno un anno all’interno del perimetro aziendale. La peculiarità di Just Eat è che funziona sia come fornitore dell’intero servizio, vale a dire prenotazione e consegna dei pasti, ma anche da vetrina per i ristoranti che poi organizzano in modo autonomo le consegne. «Al momento la maggior parte dei nostri clienti si colloca in questa seconda fascia, c’è da dire che con il tempo abbiamo diversificato la tipologia di consegne: non solo pasti ma anche la spesa, fiori, parafarmaci. Gli italiani hanno ormai integrato il loro modo di fare acquisti con il digitale» spiega ancora Contini.
Il mercato del food delivery è comunque in forte crescita, in media il 6% l’anno, e sta subendo come già avvenuto negli Usa un consolidamento. Il segmento rappresenta da solo circa il 46% dell’e-commerce alimentare italiano con un fatturato di 4,6 miliardi di euro e uno scontrino medio per ordine tra i 22 e i 25 euro. Le commissioni delle piattaforme oscillano tra il 15 e il 30% ed erodono in maniera significativa la redditività, soprattutto per i ristoranti con volumi limitati.

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