Si va ancora in discoteca? Ecco dove vanno a ballare i giovani di oggi
La Gen Z tende a preferire esperienze più intime e locali piccoli per condividere musica e socialità. Così è cambiata la geografia della movida, insieme alle abitudini di chi nei fine settimana cerca nuovi spazi per divertirsi

Pestare i piedi, rovesciare un gin tonic sui pantaloni di qualcuno, perdere la sciarpa tra mille giacconi e tornare a casa, possibilmente, mentre fuori si stiracchia una nuova giornata. Dagli anni Ottanta fino ai primi del 2000 andare in discoteca è stato un rito, una liturgia che partiva dopo cena, o magari anticipata da una cena fuori. Il viaggio verso il locale, la coda infinita all’ingresso e poi l’inizio di una notte da ballare. Oggi quel paradigma che sembrava inscalfibile, è mutato. Dagli anni Novanta metà delle discoteche ha chiuso, di cui 2100 solo negli ultimi 15 anni: alcune sono state riadattate in centri commerciali, supermercati, parcheggi; altre ancora sono state semplicemente abbandonate. Questa trasformazione non dipende solo dalle conseguenze della pandemia sulle abitudini sociali. Il declino del clubbing tradizionale risente del calo demografico: se si confronta il picco di giovani raggiunto negli anni Novanta, il numero effettivo dei giovani è diminuito di quasi 5 milioni, una contrazione del 32%. A questo va aggiunto anche un cambiamento nelle esigenze della generazione Z, i ragazzi e le ragazze che oggi hanno tra i 16 e i 29 anni. Ma il progressivo allontanamento dalle discoteche non è un’esclusiva nazionale: nel 2022, un sondaggio su scala internazionale di Keep Hush, piattaforma specializzata nell’organizzazione di eventi musicali, ha riportato che il 25% delle persone tra i 18 e i 25 anni ha affermato di essere meno interessato a recarsi nei club dopo la pandemia. Secondo la Nighttime Industries Association (NTIA), il Regno Unito dal 2020 ha perso il 37% dei suoi locali notturni e il ritmo di chiusura è di circa 10 locali al mese.
Si è registrato un calo anche a Berlino, per decenni tempio delle esperienze notturne più estreme con club aperti a tutte le ore del giorno: feste che iniziavano il giovedì e finivano il lunedì, spazi dove musica e trasgressione si fondevano. Locali iconici come il Berghain o il KitKatClub continuano a essere il punto di riferimento per cultori della techno e della vita da discoteca, ma è sempre più raro trovarci giovanissimi. L’alone di esclusività che ammanta queste serate (al Berghain è vietato fare foto e video e si può restare per ore in coda senza essere ammessi) cozza con le esperienze notturne di cui è in cerca la Gen Z: contesti con una comunità di appartenenza riconoscibile per condividere una narrazione. Non un posto per tutti, ma il posto di chi si identifica in quell’esperienza. Emblematica è la diffusione dei listening bar, locali abbastanza piccoli con un’estetica molto curata in cui ci si ritrova per ascoltare insieme musica da impianti hi-fi di alta qualità o da giradischi per vinili, che proprio a Berlino stanno trovando la loro massima diffusione. L’atmosfera intima e di condivisione è la stessa che si può trovare agli eventi di coffee clubbing, feste mattutine a base di caffeina e dj set. Si balla su musica elettronica con ritmi morbidi bevendo un cappuccino o un matcha, una varietà di tè giapponese molto popolare tra i più giovani. A questo si lega la riduzione del consumo di alcol e un’attenzione maggiore al benessere mentale e fisico anche in momenti di festa.
Nei locali è sempre più facile trovare i mocktail, cioè finti cocktail realizzati con bevande analcoliche. Così prendono spazio queste varie forme di soft clubbing, una tendenza che riflette la ricerca di formati ibridi capaci di integrare performance artistiche con gastronomia e musica dal vivo, senza trasformarsi in maratone fino al mattino o notti sregolate. Eventi pop-up in posti non convenzionali come magazzini, atelier, cinema dismessi, attraverso una programmazione intermittente con date annunciate all’ultimo momento solo attraverso i social. Queste evoluzioni del modo di vivere lo svago sono ancora in una fase sperimentale e sono più diffuse nelle città più grandi e universitarie come Milano, Roma e Bologna. Secondo il rapporto Silb-Censis “Il futuro del popolo della notte” nel 2024 solo l’1,2% di chi esce la sera per ballare frequenta esclusivamente i locali notturni tradizionali e la maggior parte alterna discoteca, club, festival, live club e stabilimenti balneari.
Questi dati sembrano confermare la diffusione trasversale della pratica del bar-hopping, cioè girare per vari locali durante una serata. Aperitivi lunghi, piccole feste private e diversificazione delle esperienze sono le alternative che stanno emergendo rispetto al monocentrismo della discoteca. La socialità, fuori dai social, non si esprime più concentrandosi in un unico spazio chiuso, ma si costruisce attraverso spostamenti, incontri casuali, contaminazioni senza gerarchie o liste di ingresso. Il criterio fondamentale per interpretare questi fenomeni, ancora non sistematizzati e molto variegati, è la personalizzazione. Nella generazione Z sembra sia diffusa una sorta di diffidenza verso quello che si percepisce commerciale, standardizzato e costruito. Il clubbing alla vecchia maniera viene associato a rituali rigidi, musica generica, presenzialismo; la discoteca in senso tradizionale sembra non funzionare più con i giovani proprio perchè generalista. I grandi locali si riempiono ancora per serate a tema, sia revival anni ‘70, ‘80 e ‘90 o eventi fandom, dove i fan si riuniscono in una specie di concerto senza il cantante dove vengono proiettati i video Youtube dei brani più famosi.
La voglia di uscire, ballare e stare insieme non sembra sparita nella Gen Z si sta solo frammentando in esperienze più estetiche, intime e personalizzate.
La voglia di uscire, ballare e stare insieme non sembra sparita nella Gen Z si sta solo frammentando in esperienze più estetiche, intime e personalizzate.
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