Ricordate Niscemi? C'è chi se n'è andato, chi ha chiuso, chi sogna «una ricostruzione diffusa»
Siamo tornati nel centro siciliano, 100 giorni dopo la frana che ne ha cambiato per sempre la storia. I cittadini evacuati sono stati 500, diversi commercianti hanno delocalizzato le loro attività produttive, mentre gli immobili in zona rossa andranno demoliti. Gli ingegneri: nessuna ricetta magica, ma vogliamo aprire un dibattito sul futuro

Sospeso e discreto, a Niscemi, a 100 giorni dalla frana, il passeggio non è più solo abitudine, ma attesa. La gente si riappropria timidamente della piazza e delle sue strade che corrono lungo il Belvedere. Ci si spinge fino a dove è consentito, il limite ora è segnato da alcune fioriere installate per mascherare le transenne. Si sosta nei punti in cui la vista si apre ancora. Un piccolo rito quotidiano, come nel “Don Giovanni in Sicilia” di Vitaliano Brancati, che è anche un modo per ascoltare la città. La domanda è sempre la stessa: come sarà questo luogo quando la terra avrà finito di parlare? L’ultima risposta certa è contenuta nel “Programma per interventi di demolizione degli edifici, pubblici e privati, rientranti nell’area di frana e nella fascia di rispetto perimetrata” redatto dalla Protezione Civile. Il documento conferma che gli immobili ricadenti in zona rossa, il cui perimetro è in corso di definizione e aggiornamento «sono destinati alla demolizione e l’area risultante sarà successivamente mantenuta libera da edificazione».
La mappatura nuova sarà definita «sulla base degli esiti delle attività di indagine geologica e geotecnica, di monitoraggio strumentale del territorio e studi di valutazione della pericolosità dell’area». Fino a questo momento, si legge nel dossier che «le disposizioni del piano di demolizione si applicano agli immobili ricadenti nelle aree individuate provvisoriamente come a elevata criticità». L’operazione interesserà 50 mila metri quadrati di area, costerà circa 22 milioni di euro e il materiale proveniente dalle demolizioni civili è stimato in circa 500mila metri cubi di volume, per un peso complessivo di poco meno di 300mila tonnellate.
Nel piano è precisato che «il programma si conclude con la completa liberazione dell’area a rischio, il trasferimento delle famiglie in abitazioni equivalenti situate in aree sicure e la restituzione della zona rossa a usi compatibili con le condizioni geomorfologiche del territorio». I cittadini evacuati a seguito della frana sono 500. Il monitoraggio del movimento franoso più grande d’Europa è tuttora in corso e con l’arrivo della stagione estiva si paventa il rischio incendi nell’area rurale ricadente in zona rossa. «Se accadesse, sarebbe necessario l’intervento immediato di un elicottero poiché si tratta di una zona impervia e impossibile da raggiungere via terra», ipotizza Salvatore Cantale, comandante dei Vigili del Fuoco di Caltanissetta intervenuto a margine di un convegno dell’Ordine degli Ingegneri siciliani. I professionisti del territorio, architetti, ingegneri e geologi, in due mesi e mezzo, hanno raccolto e catalogato, per documentare l’evento, oltre ottomila fotografie su circa 300 missioni effettuate.
Poi ci sono i numeri della ripartenza che hanno il sapore amaro per tanti commercianti che hanno delocalizzato le attività commerciali o peggio sono stati costretti a chiudere. «Ci sono 200 famiglie in meno qui», dice Davide Debenedetti, proprietario di una pizzeria in via XX settembre, di fronte alla Biblioteca “Mario Gori”, fino a qualche settimana fa epicentro della zona off-limits. «Il nostro fatturato è calato di oltre il 50% perché molte famiglie hanno cambiato quartiere o addirittura città, la movida si è spostata nei centri vicini di Gela e Caltagirone anche perché con le strade transennate è impossibile parcheggiare. Nel mio locale, compresi gli spazi esterni avevo oltre 150 coperti, oggi ne ho appena 40 dentro e una decina fuori». «Stiamo organizzando una protesta», si intromette Damiano Schembri. Il suo pub era collocato a strapiombo sulla zona rossa e verrà demolito certamente. Nei giorni scorsi ha affisso un manifesto funebre «provocatorio e di richiesta d’aiuto alle Istituzioni», spiega. «Sì, ho ricevuto i ristori, ma devo anche pagare il mutuo della casa e il mio incasso è pari a zero perché il mio locale non aprirà più. Con l’aiuto dei Vigili abbiamo smantellato ciò che è stato possibile, ma in 60 minuti non riesci a portare via tutto quello che vorresti recuperare. Ad alcuni, ad esempio, è stata data la possibilità di smontare pure i termosifoni, impensabile per il mio locale che è in zona nera. Avevo investito 150mila euro da poco più di un anno».
A 100 giorni dalla frana, intanto, Niscemi volge lo sguardo «ad un modello di ricostruzione diffusa più che alle cosiddette “New Town” che di fatto svuoterebbero e devasterebbero la città. Non abbiamo una ricetta magica. Vogliamo essere un luogo di dibattito e un incubatore», per usare le parole di Fabio Corvo, presidente della Consulta regionale degli Ordini Ingegneri di Sicilia. Lo sportello Caritas della Diocesi di Piazza Armerina, con il suo sportello cittadino «continua a raccogliere istanze», riferisce il diacono Salvatore Gueli. «Oltre al sostegno concreto, c’è un canale di ascolto molto frequentato che ci permette di condividere e incrociare le richieste che arrivano anche alle istituzioni per evitare accavallamenti e soddisfare quanti più solleciti possibili». C’è voglia di serenità a Niscemi. Anche se al momento, tornare a far coincidere quella porzione di città franata con l’idea di futuro, appare difficile, oltreché lontana.
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