Perché il mestiere del pastore va riscoperto (anche dai più giovani)

La Fao ha scelto il 2026 come anno internazionale della pastorizia. Saba (Coldiretti): «È una delle poche attività che si attivano nelle zone rurali più fragili»
January 14, 2026
Perché il mestiere del pastore va riscoperto (anche dai più giovani)
Immagini della transumanza tra i segmenti tratturali Castel di Sangro-Lucera e Celano-Foggia ripresa nel maggio del 2024 dalla fotografa Greta Semplici
Sarà l’Anno internazionale dei pascoli e dei pastori: lo ha deciso la Fao, riconoscendo il loro ruolo cruciale nella sicurezza alimentare e nella tutela degli ecosistemi. Ma l’onore arriva in un periodo difficile, segnato da siccità, degrado del suolo, perdita di biodiversità e spopolamento delle campagne.
In tutto il mondo i pastori gestiscono circa un miliardo di animali, da pecore e capre a bovini, yak, renne e camelidi. Mentre i pascoli, coprendo circa la metà della superficie terrestre, rappresentano uno dei principali serbatoi di carbonio del pianeta. Svolgono, inoltre, funzioni chiave di regolazione idrica e di prevenzione del dissesto idrogeologico. Eppure, secondo la Fao, circa il 50% di questi ecosistemi risulta oggi degradato: «La progressiva riduzione del pascolo – spiega Tommaso Campedelli, coordinatore tecnico di Life ShepForBio, che con il sostegno dell’Ue promuove il pascolamento come strumento per la gestione sostenibile dell’ambiente – sta portando all’avanzata del bosco, alla chiusura delle aree aperte e alla banalizzazione del paesaggio». Migliaia di specie animali e vegetali dipendono proprio da ambienti aperti per sopravvivere: «Il pascolo è quindi uno strumento ecologico fondamentale per garantire la funzionalità degli ecosistemi».
In Italia la pastorizia non rappresenta più un comparto strategico dal punto di vista economico, soprattutto se confrontata con altri tipi di allevamento o con le colture agricole. Ma, come spiega Luca Saba, responsabile economico di Coldiretti, «è una delle poche attività che si attivano nelle zone rurali più fragili, collinari e montane e ha un altissimo valore sociale: la presenza dei pastori è spesso l’unico modo per abitare, vivere e presidiare quei territori».
L’allevamento estensivo comporta un lavoro impegnativo e all’aperto. Alla fatica fisica si somma quella psicologica, legata all’isolamento: «Durante la transumanza, soprattutto in passato, il pastore restava con gli animali per lunghi periodi, dormendo all’aperto anche tre o quattro mesi all’anno». Questi fattori, uniti allo stigma che riduce il pastore a figura folkloristica, hanno scoraggiato l’ingresso dei giovani: l’età media degli allevatori di ovini si attesta intorno ai 55 anni. Un problema serio, anche perché il ricambio generazionale contribuisce a innovare e rendere più attrattivo il settore.
La storia di Mariafrancesca Serra ne è la prova: ingegnera edile-architetto ha studiato a Vienna e lavorato in Giappone prima di tornare a Usellus, il paesino da 700 abitanti in provincia Oristano in cui è nata: «Mio padre non voleva che prendessi in gestione la sua azienda. – racconta –. Aveva altri piani per me e il fatto che fossi donna non aiutava. Ma sono anche sarda e testarda e non potevo accettare che, dopo 60 anni di attività, l’azienda chiudesse». Oggi guida l’allevamento biologico di famiglia, unendo tradizione e tecnologia. Si sveglia all’alba per spostare le pecore tra i 250 ettari di pascolo, sfruttando al contempo le proprie competenze ingegneristiche per ottimizzare la gestione dei capi. Sullo smartphone tiene una scheda digitale per ogni animale e ha acquistato un ecografo per monitorarne le gestazioni e seguire ogni fase, dal nutrimento al parto. «È un lavoro che richiede attenzione continua, come fare contemporaneamente il veterinario, l’ostetrica e la ginecologa. Ma ogni parto è per me un’emozione, anche se ne seguo circa 600 all’anno».
Presidente di Donne Coldiretti da due anni e allevatrice da quattro, Serra osserva quotidianamente gli effetti del cambiamento climatico sul lavoro in campagna: «In Sardegna, un territorio già in via di desertificazione, la scarsità d’acqua è un problema serio – racconta. – Si alternano periodi di sette mesi senza pioggia, fondamentali per la crescita dei pascoli e per l’allevamento, a giornate in cui cadono quantità eccezionali di pioggia, che danneggiano il terreno». Ma non bisogna cedere al sistema intensivo: «La pastorizia funziona come pratica sostenibile solo se le è permesso seguire la sua logica fondamentale: il movimento», spiega Greta Semplici, ricercatrice di antropologia. È un sistema che sfrutta e accompagna la variabilità ecologica: le piogge cambiano, cambia la vegetazione e gli animali si spostano alla ricerca delle migliori risorse. «Il problema nasce quando questo ciclo viene interrotto da proprietà private che impediscono il passaggio, da regolamenti sanitari che ostacolano la mobilità o dalla pressione della produttività a tutti i costi».
Semplici ha studiato per anni i sistemi pastorali in Africa orientale e Sud America, vivendo a lungo con famiglie di pastori in Kenya e nelle Ande peruviane. Oggi, insieme al suo compagno, ha un gregge di capre. La proclamazione dell’anno della pastorizia, però, l’ha lasciata indifferente: «Molti governi che sostengono l’iniziativa, come quelli di Mongolia ed Etiopia, adottano politiche restrittive o discriminatorie verso i pastori. Sensibilizzare sull’importanza del loro lavoro è fondamentale, ma basterà?».

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