martedì 16 luglio 2019
Il Carroccio, che ha tentennato tutto il giorno sull'appoggio o meno a Ursula von der Leyen rischia di perdere il commissario europeo e il leader teme l'«inciucio»
Ursula von der Leyen subito dopo la votazione. La Lega si è espressa contro, il M5s a suo favore ed è stato decisivo (Lapresse)

Ursula von der Leyen subito dopo la votazione. La Lega si è espressa contro, il M5s a suo favore ed è stato decisivo (Lapresse)

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Sono bastati meno di 140 caratteri al premier Giuseppe Conte per schierarsi al fianco della nuova presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. «I temi economici, sociali, ambientali evocati così come la lotta ai traffici illeciti – il suo tweet istituzionale – lasciano sperare in una Europa finalmente più capace di avere cura del suo futuro e dei bisogni dei cittadini. La presidente potrà contare sul governo italiano».

O meglio, potrà contare sul presidente del Consiglio, sul partito di maggioranza relativo, M5s, e sui ministri "quirinalizi". Perché il punto vero è che i due alleati del suo esecutivo si sono spaccati allo spartiacque decisivo, l’Europa che sarà nei prossimi cinque anni. Con M5s che si schiera (non a sorpresa, ma con inatteso entusiasmo per essere «ago della bilancia» e la vaga speranza di vedersi aperte le porte di un eurogruppo) al fianco di Pd e Forza Italia. E risultano decisivi, i pentastellati nella nuova versione europeista.

Mentre la Lega, dopo vari tentannamenti, nel pomeriggio sceglie la strada del «no», con al fianco Fratelli d’Italia. Per loro, il discorso pronunciato in Aula da Ursula von der Leyen ha subìto «un progressivo spostamento a sinistra».

Non è un incidente di quelli che si verificano nelle aule parlamentari italiane. Siamo al cuore del contratto M5s-Lega, il «cambiamento dell’Europa», la difesa degli «interessi nazionali». Concetti che i due partiti, evidentemente, interpretano ormai in modo diverso. Il primo a rendersi conto delle potenziali conseguenze è proprio il premier Conte. Da Palazzo Chigi arriva l’allarme: ora la Lega rischia di perdere il commissario europeo che le spettava.

Si badi bene: la Lega, non l’Italia. Eppure, fa sapere il premier, anche ieri mattina, negli ultimi colloqui, Von der Leyen gli aveva assicurato che il patto reggeva: al governo di Roma spetta il portafoglio alla Concorrenza e una vicepresidenza, e "nulla osta" a che il nominato sia un leghista. Ma il Carroccio nel voto di Strasburgo si è tirato fuori dal governo. Cosa succede ora? Conte mette le mani avanti, dice solo che le eventuali conseguenze (ad esempio che il commissario italiano sia un tecnico o addirittura un pentastellato) saranno responsabilità del «no» della Lega. E punge, il premier: evidentemente, ragiona, loro hanno un’idea di «interesse nazionale» diverso dal suo.

Chiaro, chiarissimo il riferimento alla vicenda russa. Conte ed M5s scelgono l’Europa. Salvini, è il non detto, la Russia. E la reazione del leader della Lega è vigorosa. «Noi teniamo fede al patto con gli elettori – si sfoga Salvini – loro hanno fatto l’inciucio con Renzi, Macron, Merkel, è gravissimo... Poteva essere una svolta storica, noi siamo stati coerenti». È una questione che non finisce a Strasburgo. Anche la reazione del vicepremier leghista è piena di non detti.

L’accusa di «inciucio» si riferisce anche a possibili scenari italiani, che Salvini teme ogni giorno di più. Lo scenario che Conte ed M5s, scongiurato il voto a settembre, "mollino" la Lega a ridosso della manovra usando il caso Moscopoli, per poi rivolgere un appello per la responsabilità nazionale ai dem in vista della legge di bilancio. Sembra fantapolitica, e forse lo è. Ma Salvini ne parla, anche con preoccupazione. Potrebbe anche essere una manovra preventiva, una minaccia, per togliere definitivamente dalla testa del vicepremier l’idea delle urne anticipate. Ma il quadro si è improvvisamente complicato.

Eppure le cose sembravano dover andare diversamente. Al mattino, era stato lo stesso leader del Carroccio Matteo Salvini ad aprire uno spiraglio in favore della Von der Leyen. Alcuni punti, aveva detto, erano «interessanti», come «la lotta all’immigrazione clandestina, il cambiamento delle regole che vedono l’Italia come il centro di accoglienza europeo». Ma è poi al pomeriggio che prima il ministro per gli Affari Europei Lorenzo Fontana e poi l’europarlamentare leghista Mara Bizzotto chiariscono la posizione del partito: nessun sostegno alla candidata tedesca. Identica posizione espressa sin dal mattino dagli eurodeputati FdI, con Meloni che parlava di "Ursula" come della «nuova Juncker».

M5s-Pd (e FI) da una parte. Lega-FdI dall’altra. I primi nella maggioranza europea. I secondi all’opposizione. Salvini mette in fila gli eventi (gli audio di "Buzzfeed" a intermittenza, l’attacco di Conte sulla Russia e l’incontro con le parti sociali, l’asse tra Pd e Fico per accelerare l’informativa in Aula del vicepremier su Moscopoli, i freni di Tria sulla flat-tax) e a tarda serata spunta la parola più amata dalla politica italiana: «complotto».

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