martedì 7 agosto 2018
Il presidente della Casa della Carità di Milano: chi fa politica non usi la paura per costruire consenso. Tanti italiani hanno bisogno di assistenza: perché non riaprire i flussi per il lavoro?
Don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità di Milano

Don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità di Milano

«Xenofobia e razzismo? Non si può scherzare. Non si deve far finta di nulla. La preoccupazione c’è: qui in Casa della Carità, a Milano, come fra quanti, nelle 'periferie' del nostro Paese, aderiscono alle 'Reti della Carità', network di realtà impegnate nella lotta alla povertà. Avvertiamo un clima di paura, chiusura, ostilità verso gli immigrati che cresce. E che sta contagiando anche i giovani. Nel contempo percepiamo i timori e le sofferenze degli immigrati. Anche di quelli regolari, che sentono attorno a sé un clima che è cambiato: è come se dovessero giustificare la loro presenza fra noi, mentre da anni sono parte della nostra vita sociale e contribuiscono al nostro benessere».

È un fiume in piena, don Virginio Colmegna. Il presidente di Casa della Carità – l’opera-segno nata nel 2002 alla periferia di Milano per volontà dell’allora arcivescovo, il cardinale Carlo Maria Martini – guarda alle sfide del presente con la passione che fa la differenza fra il mero 'gestore' di servizi e il tessitore di relazioni buone.
Qual è la posta in gioco oggi, in Italia?
Il senso della dignità di ogni persona e la generosità straordinaria – che sono alla radice delle culture del nostro Paese e hanno alimentato a lungo la coesione sociale – rischiano di essere compromesse dalle paure, dalle parole d’odio, dall’ignoranza, dagli slogan politici, che mentre promettono più sicurezza, generano solo più insicurezza e paura.

Come possiamo reagire a questa deriva?
Serve un grande lavoro culturale, educativo e spirituale. Serve il coraggio della non violenza, della mitezza, della tenerezza, serve il rischio della profezia, come chiede papa Francesco. E serve intransigenza totale contro linguaggi e gesti di odio. Nel nostro Paese vedo più xenofobia che razzismo. E un drammatico vuoto educativo e di senso. Per questo è decisivo il ruolo della scuola e dei mass media.
Con altri avete condotto la campagna «Ero straniero » per superare la legge Bossi-Fini e promuovere leggi e politiche per l’inclusione sociale dei migranti. E ora?
La proposta di legge ha raccolto 90mila firme, depositate alla Commissione affari costituzionali della Camera. Chiediamo alla politica il coraggio di superare le urla e gli slogan e di affrontare davvero i problemi, riconoscendo anzitutto che a creare gli irregolari – i famosi 600mila irregolari che qualcuno vorrebbe rimandare tutti a casa, mentre è il primo a sapere che è impossibile – sono le nostre leggi e le nostre politiche. Si diventa irregolari perché si perde il lavoro. O perché non c’è altra via di accesso legale che la richiesta d’asilo. Che a tanti è negata. In Italia abbiamo 2,5 milioni di persone non autosufficienti. Hanno bisogno di assistenza: perché non riapriamo i flussi per lavoro? Inclusione sociale, cittadinanza attiva, lavoro: sono questi i cardini di una politica del- l’immigrazione che genera sicurezza per tutti. Dobbiamo essere intransigenti con l’illegalità e la corruzione, ma a partire dalla cultura della fraternità. Chi fa politica non usi la paura per costruire consenso e raccogliere voti.
Come sfidare le parole e la cultura dell’odio?
È tempo di un’obiezione di coscienza culturale, è tempo di promuovere cittadinanza non violenta. Nel nome del Vangelo. E della Costituzione. Contro i linguaggi della paura e del rancore. Contro una politica che vorrebbe mettere a tutti le armi in mano. Per questo – da ex direttore di Caritas Ambrosiana – mi rivolgo ai tanti adulti di oggi che, da ragazzi, hanno fatto la scelta dell’obiezione di coscienza: fate sentire la vostra voce! Diamo cittadinanza alla non violenza, alla mitezza, alla tenerezza, portandole nelle parole e nei gesti della vita quotidiana come nelle strutture della vita sociale.
Paura e diffidenza verso lo straniero li vede crescere anche tra i fedeli cattolici?
Sì, ed è una preoccupazione grossa.
La Chiesa fa abbastanza o deve fare di più?
Credo ci sia molto da fare, per far capire ai credenti che il nostro atteggiamento verso gli stranieri e l’immigrazione non è una mera questione sociale ma ha a che vedere col Vangelo e la fede. Se il Papa parla tanto di accoglienza, non è perché è un agit prop politico, ma ad ispirarlo è la cultura della fraternità e dell’universalità che nasce dal Vangelo. Oggi c’è una religiosità del distacco tra fede e vita, una deriva individualista e intimista, che rischia di corrodere la Chiesa dall'interno. Serve una sveglia! Serve il coraggio della profezia, serve quella 'evangelizzazione per attrazione' alla quale ci chiama il Papa. E se reagiamo a leader politici come Salvini che usano ipocritamente i simboli religiosi per la loro battaglia politica, non è per una polemica politichese, ma perché questo ha a che vedere con la visione della fede. Anche nella cappella della Casa della Carità c’è il Crocifisso. E ci sono i nomi dei poveri cristi che hanno perso la vita nel Mediterraneo. Lì ci troviamo a pregare. Lì nasce quello che facciamo. Perché la Chiesa, ci ricorda il Papa, non è una ong. Ma la fede non può nemmeno essere un comodo, tranquillizzante cuscino sul quale adagiarsi per nascondere o giustificare problemi e ingiustizie.

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