giovedì 27 aprile 2017
Nel 2016 fatturato da 15,6 miliardi. Record di bombe, missili e caccia
Un eurofighter

Un eurofighter

Sarà anche «politica con altri mezzi», ma di certo la guerra è il business più redditizio del nostro tempo. Nell’Italia in crisi, con indici di crescita ai minimi, le esportazioni di armamenti non hanno rivali: 15,6 miliardi di euro. In proporzione, +196,9% rispetto al 2014, +84,9% in confronto al 2015. La conferma arriva dalla relazione annuale del ministero degli Esteri, inviata al Senato ieri e ottenuta da Avvenire. Ai primi 14 posti tra gli importatori di munizioni e sistemi d’arma “Made in Italy” vi sono 7 Paesi coinvolti direttamente in guerre nel Medio Oriente, e specialmente la coalizione saudita che sta bombardando lo Yemen e su cui pendono le ripetute accuse dell’Onu per crimini sui civili: Kuwait, Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti. Ci sono poi le forze armate della Turchia, impegnate sul doppio fronte Siria-Iraq, oltre a Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito, che hanno dispiegato diversi contingenti in varie aree di crisi. Secondo la Farnesina, «nel quinquennio 2011-15 si è scesi da 6,022 miliardi di euro del 2011 a 4,967 miliardi nel 2012 e 2,650 miliardi nel 2013, per poi iniziare a risalire con euro 2,854 miliardi del 2014». Nel 2016 si è registrato complessivamente un balzo che sfiora l’85% sul 2015, quando il valore delle licenze è stato di 8,474 miliardi, che a sua volta costituiva quasi il 197% in raffronto al 2014, quando vennero fatturati 2,854 miliardi.

«Sul valore delle esportazioni del 2016 – si legge – incide una licenza di Euro 7,308 miliardi per la fornitura di 28 aerei da difesa multiruolo di nuova generazione “Eurofighter Typhoon”, che saranno realizzati in Italia». Senza questa licenza, «il valore delle esportazioni del 2016 sarebbe stato -7% rispetto al 2015» si affrettano a precisare dalla Farnesina. «Il nostro export di morte continua a salire », osserva il senatore Roberto Cotti (M5s) che con insistenza ha chiesto di poter accedere alle informazioni sugli affari italiani in tema di armamenti. «Un giro d’affari che cresce nell’indifferenza dei tanti e per l’esultanza di pochi affaristi che - ribadisce - si arricchiscono incentivando guerre e terrorismo. Pecunia non olet, evidentemente. E il nostro Paese ha sempre più le mani sporche di sangue». Tra le munizioni si fanno notare quelle con sigla Mk82/Mk84. Si tratta delle micidiali bombe sganciate proprio dalla coalizione saudita nello Yemen e che vengono prodotte dalla filiale italiana della tedesca Rwm, come aveva rivelato Avvenire già il 30 ottobre 2015. Stando alla relazione, nel 2016 sono state consegnate 21.822 bombe, ma sul numero di pezzi realmente esportati sono in corso due inchieste a Cagliari e Brescia.

Nel 2015 furono rilasciate licenze per 1.050 ordigni, segno che l’escalation militare in Yemen non conosce sosta, a beneficio della multinazionale che, a quanto risulta, per il suo stabilimento in Sardegna beneficia delle norme per chi investe in zone economicamente depresse, tanto che la Rwm è stata esentata dal pagamento della Tasi. Sebbene la relazione sia improntata a una maggiore trasparenza, non sono piaciuti «i toni trionfalistici usati per sottolineare il 'successo' delle armi italiane», annota Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo. «Si è preso nota da studi internazionali che per il 2015 - si legge nel report del governo - l’Italia è stata classificata terza per numero di Paesi di destinazione delle vendite, dopo Usa e Francia, a dimostrazione di una capacità di penetrazione e flessibilità dell’offerta nazionale all’estero». Un enfasi che trascura gli 'effetti collaterali'. Proprio ieri l’Unicef ha lanciato l’allarme per i 2 milioni di bambini malnutriti nello Yemen, dove non passa giorno senza che piova un po’ di 'Made in Italy'.

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