sabato 10 novembre 2018
Dalla società civile al sindacato di polizia Siulp fino all’Anm, ecco le voci contrarie. Beretta (Opal): già ora è più facile ottenere il porto d’armi che la patente
Tutti i rischi della legittima difesa «allargata»

La riforma della legittima difesa? Non è necessaria e rischia di portare a una silenziosa corsa all’acquisto delle armi da parte degli italiani. C’è un vasto fronte della società civile che si oppone alla riforma approvata per la prima volta dal Senato il 24 ottobre scorso a tutela di chi ha reagito a un’aggressione subita in casa, ma la maggioranza di governo intende andare avanti, forte anche del sostegno di quella parte della cittadinanza che si considera sotto minaccia della criminalità comune.

In realtà, la percezione di insicurezza non si spiega con i numeri: stando ai dati diffusi dal Servizio studi del Senato, i casi giunti in dibattimento per eccesso colposo di legittima difesa sono stati appena cinque in quattro anni (dal 2013 al 2016): non proprio quella che si definirebbe un’emergenza. Se poi si allarga lo sguardo sul più ampio orizzonte della sicurezza nel nostro Paese, che la narrazione di chi ha promosso questa legge vorrebbe sempre più violento, si può notare come il tasso di omicidi sia calato costantemente dal 1992 al 2016, passando dai quasi 2mila casi del 1991 ai 397 del 2016 (numeri del ministero dell’In- terno elaborati dal sociologo Marzio Barbagli). Stesso discorso per furti e rapine, in continua diminuzione dal 2014 al 2017 (dati Istat).

Eppure, secondo quanto riportato dal Censis, tra gli italiani sta crescendo la voglia di sicurezza 'fai da te' e circa il 39% dei nostri concittadini è favorevole all’introduzione di criteri meno rigidi per il possesso di arma da fuoco. Per il New York Times, che in prima pagina ieri ha dedicato un’analisi alla strategia del vicepremier Matteo Salvini, l’Italia sta allentando le regole in materia di armi. Ora, considerando che il ddl in arrivo alla Camera vincolerà la sempre riconosciuta proporzionalità della difesa al possesso legale di un’arma, il rischio sembra essere davvero quello di un aumento vertiginoso dei cittadini armati, tanto più che il prezzo di una pistola usata è generalmente inferiore a quello dell’installazione di una porta blindata o di un sistema di allarme.

«In sostanza, prima lo Stato diceva al cittadino: 'Ti permetto di armarti, ma se usi le armi per difenderti in casa dovrai dimostrare la legittimità e la proporzionalità della difesa' – spiega ad Avvenire Giorgio Beretta, analista dell’Opal, l’Osservatorio permanente sulle armi leggere –. Ora invece, introducendo una sorta di presunzione di legittimità della difesa, l’utilizzo delle armi sarà sempre giustificato dalla legale detenzione ».

E il pericolo sta proprio qui perché, continua Beretta, «oggi è molto più facile ottenere una licenza per detenzione di arma da fuoco che la patente di guida: basta essere incensurati, non soffrire di problemi psichici, non avere dipendenze da droga o alcol, fare un esame alla Asl e un breve corso di maneggio delle armi». Con una licenza per tiro sportivo, per caccia o con un nulla osta si possono tenere in casa tre armi comuni, 12 armi di tiro sportivo (e cioè armi vere e proprie), un numero illimitato di fucili da caccia, e un’ingen- te quantità di munizioni. Sono ammessi anche fucili semiautomatici Ar-15, come quello usato dal 19enne Nicholas Cruz per il massacro della scuola di Parkland, in Florida.

La proposta dell’Opal è quindi quella di introdurre una licenza dedicata alla difesa in abitazione e negli esercizi commerciali, che preveda una formazione specifica e l’utilizzo di proiettili non letali, oltre al divieto di detenzione di munizioni in casa per le altre licenze. C’è poi un’altra questione: nel 2016 gli omicidi compiuti per furto o rapina sono stati 19 (16 nell’anno successivo), mentre quelli per lite o rissa, sommati a quelli in ambito familiare, sono più di sei volte tanto: 128. Vista la spinta che il provvedimento potrebbe produrre nella corsa all’acquisto di un’arma, il rischio, ragiona ancora l’analista Opal, «è quello di armare un ambito criminogeno che appare di gran lunga più letale di quello riferito alle rapine in casa».

Il paradosso è ancora più evidente se si confrontano gli omicidi per furto con quelli commessi da legali detentori di armi o con armi legalmente detenute. In questo caso parliamo almeno di 40 episodi solo nel 2017 (quelli compiuti a scopo mafioso sono 44 secondo l’Istat), ma si tratta di un numero non ufficiale che Beretta ha raccolto con la semplice analisi di fonti aperte. «Prima di apportare delle modifiche alla legge – conclude Beretta – sarebbe necessario avere dal Viminale un rapporto ufficiale sugli omicidi e tentati omicidi compiuti da legali detentori di armi e con armi legalmente detenute: solo in questo modo si può capire se le attuali norme sono sufficienti a salvaguardare la sicurezza dei cittadini. Allo stato attuale possiamo dire che le armi nelle case degli italiani uccidono quasi quanto i mafiosi».

Opal a parte, sono molte le istituzioni che si sono opposte al disegno di legge. Oltre alla posizione dell’Anm – di cui Avvenire ha già dato conto – e della Rete disarmo, c’è anche il Siulp, il sindacato della Polizia di Stato, che pur riconoscendo la necessità di una risposta al sentimento diffuso di insicurezza, resta convinto che la legittima difesa non possa prescindere dal principio di proporzionalità. D’altro canto, a rilevare alcune storture dell’attuale normativa è l’Osservatorio nazionale sostegno vittime che ha invece appoggiato il ddl proponendo quattro suggerimenti di modifica (tutti accolti). «Abbiamo chiesto che a un aggressore ferito in casi poi riconosciuti come legittima difesa sia preclusa la possibilità di chiedere i danni in sede civile – chiarisce la presidente Elisabetta Aldrovandi –. Si tratta di procedimenti molto lunghi, un vero e proprio calvario giudiziario».

Si deve all’Osservatorio anche la misura che sposta il costo delle spese legali a carico dalle Stato, indipendentemente dai limiti imposti dal gratuito patrocinio, per tutti i casi in cui l’indagato venga prosciolto o assolto, oltre alla creazione di corsie preferenziali nelle procure. «È chiaro che il principio di proporzionalità sempre riconosciuto è una forzatura – ammette però Aldrovandi – ma c’è una discrezionalità troppo ampia nell’interpretazione dei singoli fatti ed è necessaria più uniformità di giudizio».

© Riproduzione riservata

ARGOMENTI: