martedì 15 marzo 2016
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Caro direttore, adozione di minori è uno strumento non per dare un figlio a chi non ce l’ha, ma per dare una famiglia a chi l’ha persa. Questo è il principio affermato per la prima volta in Italia dalla legge 431 del 1967, organicamente sviluppato nella vigente legge 184 del 1983, parzialmente modificata nel 2001, con una legge, la 149, che consacra formalmente quel principio dichiarando 'Il diritto del minore alla sua famiglia'. Di conseguenza il presupposto dell’adozione è l’abbandono materiale o morale del minore perché la sua famiglia è venuta a mancare. Nonostante tutto egli ha diritto a un padre e a una madre e la società deve fare il possibile per assicurargli una famiglia anche quando egli si trova in uno stato di abbandono. L’adozione è un rimedio ad un male, l’abbandono appunto. L’adozione cerca di attuare quanto già proclamato nella Dichiarazione Universale dei Diritti del Bambino nel 1959: 'Lo Stato deve dare al fanciullo il meglio di se stesso'. Così è stato raggiunto un traguardo di civiltà dopo un lungo percorso storico che merita di essere rivisitato nel momento in cui alcuni vorrebbero modificare la legge 184/1983 per introdurvi l’adozione da parte di coppie omosessuali legittimando anche la maternità surrogata. Può sembrare incredibile, ma i più grandi legislatori della Grecia antica, Solone e Licurgo, avevano addirittura affermato il dovere di abbandonare i neonati malformati o malati. Nella Roma che tutti considerano patria del diritto, Seneca poté scrivere: «Bisogna separare ciò che è valido da ciò che non può servire a nulla... uccidiamo cani idrofobi con un colpo alla testa, abbattiamo il bufalo furioso, accoltelliamo la pecora malata, distruggiamo la progenie snaturata, affoghiamo i bambini che al momento della nascita sono deboli o anomali».  Nell’antichissimo diritto romano il padre aveva il diritto di vita o di morte sui figli: il neonato veniva accolto se egli lo 'levava' da terra e lo alzava all’altezza del suo volto ('levatio', da qui deriva il nome di levatrice). A Roma esisteva la 'Colonna lattaria' dove potevano essere lasciati i neonati non voluti fatti così morire, oppure raccolti da chi li allevava per farne prostitute o schiavi. Ma poi venne il cristianesimo. Costantino punì l’infanticidio, ma non l’abbandono di neonati; il Concilio di Nicea (325) lo condannò; Giustiniano lo parificò a omicidio. Cominciò l’accoglienza della società: si moltiplicarono gli orfanotrofi e i brefotrofi; nel 1118 a Marsiglia fu aperta la prima ruota degli esposti per evitare l’infanticidio.  Nel 1800 in Italia le ruote erano 1.200. La cultura del Rinascimento dedicò le sue risorse più significative per accogliere i trovatelli: basti pensare allo Spedale degli Innocenti di Firenze, opera del massimo architetto dell’epoca, Filippo Brunelleschi. Ma proprio nell’800 le ruote furono tutte chiuse a causa di abusi che avevano determinato l’insostenibilità economica del sistema, perché venivano abbandonati figli al solo scopo di farli mantenere a spese pubbliche, salvo poi riprenderli nella famiglia una volta divenuti capaci di lavorare. Oggi, con il nome di culle per la vita rivivono le antiche ruote (sono 51 in Italia) promosse dal Movimento per la vita fin dal 1992 a seguito di drammatiche notizie su neonati trovati nei cassonetti delle immondizie, lungo le autostrade, nei bagni di alberghi e ristoranti. Per evitare l’abbandono con rischio di morte per il figlio e per la salute della madre la legge ha introdotto la possibilità del parto in anonimato. Il messaggio sia delle culle per la vita sia della norma giuridica è: i figli hanno diritto a vivere e crescere: se un padre e una madre non ce la fanno, la società li accoglie. L’adozione di minori è l’istituto moderno che realizza nel modo migliore questa logica. Il primo diritto del minore è non essere abbandonato, ma qualora purtroppo lo sia, il suo secondo diritto è di essere accolto in una famiglia che sia la migliore possibile per lui, cioè costituita da un padre e una madre stabilmente legati dal vincolo matrimoniale, che ricevono il minore come un dono. Si capisce allora l’antitesi radicale tra il diritto del minore alla famiglia e il preteso diritto degli adulti ad avere il figlio ad ogni costo. L’abbandono non può essere un rimedio alla sterilità. Non può esserci un atto volontario della società che lo provoca. È assurdo determinare un abbandono per potervi porre rimedio. L’articolo 30 della Costituzione fa obbligo ai genitori di mantenere i figli: l’abbandono è il contrario del mantenimento. Eppure proprio questo avviene nella fecondazione eterologa e, in forma estrema, nella maternità surrogata.  La donna che fa crescere un bambino nel suo seno al solo scopo di abbandonarlo a seguito di un contratto evoca il diritto- dovere di abbandono dei tempi più remoti. L’abbandono provocato da terzi, strutturato in organizzazioni che lo favoriscono, è la distruzione del traguardo di civiltà che era stato raggiunto. L’abbandono tecnologico, proposto come conquista di civiltà è, invece, un ritorno al buio di un passato in cui i figli erano considerati cose.
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