sabato 1 febbraio 2020
«Aprite le porte alla vita» è il titolo della 42esima Giornata promossa dai vescovi intaliani. Il racconto di Pina Socci: da oltre vent’anni il mio impegno per accogliere e accompagnare i più piccoli
Una mamma e 48 figli in affido
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«Aprite le porte alla vita». Nel messaggio per la Giornata della Vita che domani, nella prima domenica di febbraio, si celebra in tutte le diocesi come avviene da 42 anni, i vescovi italiani invitano a rispettare e promuovere la dignità di ogni persona. «A riconoscere e valorizzare ogni differenza», come unica via per maturare quei frutti di verità che ci permettono di vivere «affidati gli uni altri altri». Riconoscere e rispettare la vita, «aprire le porte alla vita», ci dicono i vescovi, vuol dire anche «ospitare l’imprevedibile», lasciandosi coinvolgere «e partecipando con gratitudine a questa esperienza potremo andare oltre quella chiusura che si manifesta nella nostra società ad ogni livello». In preparazione della Giornata, domenica scorsa il nostro mensile Noi famiglia & vita è stato interamente dedicato, come da tradizione, ai temi indicati, con un ampio approfondimento, tra l’altro, alle attività dei Cav (esperienze da Cologna Veneta, Abbiategrasso, Roma, Cecina, Catanzaro e Cassano Jonio) di Progetto gemma, la straordinaria esperienza che ha permesso di salvare 24mila bambini in 25 ani di storia.

Una mamma e 48 figli. «Come dice il messaggio della Giornata di domenica? "Aprite le porte alla vita". Negli ultimi vent’anni ho aperto le porte di casa a 48 figli. Ecco tutto. Ci tenevo che lo sapeste». Punto. Fosse per lei la telefonata finirebbe qui.

Ma per raccontare l’esperienza di Pina Socci, origine molisane, da tanti anni trapiantata nella Bergamasca, non basterebbe lo spazio di questa pagina. Quasi 50 bambini in affido in poco più di vent’anni. «Tanti dei miei ragazzi sono uomini e donne. Li ricordo tutti, uno per uno. E con la maggior parte di loro siamo ancora in contatto».

Faceva la caposala in ospedale. Tanti incontri, tante mamme in difficoltà con bambini piccoli. «Sono sposata da 32 anni, non ho avuto figli naturali. Mi sono sono chiesta: cosa possa fare per questi bambini?». La vocazione per l’affido è nata così. Con la semplicità di tutte le cose grandi.

L’incontro con l’Associazione Fraternità ha fatto il resto. Inizia nel Cremonese, dove il marito ha un’azienda a agricola. Poi per 7-8 anni si trasferisce a Sondrio. Infine arriva la comunità alloggio a Osio sotto, a pochi chilometri da Bergamo. «Ho abbracciato tanti bambini segnati dalla vita. Ho visto in faccia l’abuso fisico, i maltrattamenti. Ma anche tanti casi che si sono risolti bene dopo essere stati staccati dalle famiglia. E altri, in cui il sostegno alle famiglie d’origine si è rivelato vincente. A Natale uno dei miei ragazzi era da noi, con tutta la sua famiglia. Missione compiuta».

Non si può dire per tutti i ragazzi, ma il bilancio appare largamente positivo. «Su 47-48 ragazzi, almeno una quarantina ce l’hanno fatta». E mentre lo dice la voce s’incrina pensando a quei pochissimi figli che non è riuscita ad aiutare. Da quando è andato in pensione, anche il marito, Giancarlo Agazzi, è impegnato a tempo pieno con la comunità alloggio.

«Adesso stiamo accogliendo due mamme con due bambini a testa. Ragazze madri. Una, non credente quando è arrivata da noi, ha espresso il desiderio di battezzare il bambino». E per tirare avanti? «Non è semplice ma ce la facciamo. I Comuni di provenienza pagano una retta alla nostra associazione. E per ogni ospite abbiamo stabilito una quota di 600 euro mensili. Il minimo».

Ma quando ci sono spese straordinarie, e capita quasi sempre, occorre attingere ad altri fondi. Una delle attuali ospiti, di origini bosniache, aveva urgente necessità di cure per la bocca. «È arrivata con una situazione disastrosa. Per il preventivo del dentista non sarebbe bastate le rette di quattro mesi».

Ogni figlio una storia. Un lento, complesso percorso di rinascita che lascia nel cuore memoria e affetti. «Il mio primo affido? Adesso è una ragazza di 32 anni, è stata con me per 12 anni. Ne aveva cinque quando è arrivata da noi. Tanti mi chiamano ancora mamma. Qualcuno adesso anche nonna...».

Per tanti di questi ragazzi si è anche aperta la strada dell’adozione. E Pina, dopo l’accoglienza generosa ha accompagnato altrettanto generosamente i suoi figli verso un’altra famiglia. «Sono scelte del Tribunale per i minorenni che noi rispettiamo. La maggior parte arriva da situazioni difficilissimi. Ragazzini che all’inizio non riescono a pronunciare una parola. Poi, quando si sentono al sicuro, cominciano a raccontare. Ho ascoltato cose terribili. Tanti ragazzi abusati arrivano a pensare che il comportamento del padre-orco sia normale. E alla fine si stupiscono del contrario: "Ma tuo padre non ti faceva quelle cose?". Atroce. Per fortuna c’è il supporto dello psicologo Noi siamo supportati dallo psicologo, del neuropsichiatra e della logopedista. C’è un progetto specifico per ogni bambino, in accordo tra assistente sociale e giudice».

Il sospetto che ora grava su queste figure non la distoglie dal suo impegno: «C’è chi lavora con impegno e chi no. Ma non ho mai avuto esperienze negative». Sembra già abbastanza. «No, per favore racconti anche che ho creato un gruppo facebook, "le toste", che raccoglie 5mila adesioni tra le donne che sono guarite dal cancro. Siamo un gruppo di auto-aiuto. Anch’io nel 2012 mi sono ammalata e ce l’ho fatta. Mi ha salvato l’amore dei miei ragazzi». Già. Quando, si "aprono le porte" la corrente della vita, come lo Spirito, soffia dove vuole.

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