venerdì 5 gennaio 2018
Le anticipazioni della presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, Chiara Braga (Pd), dopo l'incendio nel Pavese
Il capannone in disuso tra Corteolona e Genzone (Pavia) incendiato

Il capannone in disuso tra Corteolona e Genzone (Pavia) incendiato

Il Pavese come la terra dei fuochi. Sono in tanti a farci un pensiero: c’è chi se lo tiene per sé, chi lo scrive sui social e chi invece lo ritiene un paragone insostenibile. Certo è che l’ultimo incendio scoppiato in provincia in ordine di tempo nel comune di Corteolona e Genzone, Bassa Pavese, nel tardo pomeriggio di mercoledì 3 gennaio, con un rogo di sospetta origine dolosa in un capannone in disuso che raccoglieva materiale plastico e gomma ha riproposto un film già visto: esattamente come era accaduto il 5 settembre del 2017 a Mortara, sempre in provincia di Pavia, con le fiamme allo stabilimento Eredi Bertè (stoccaggio di rifiuti speciali e metalli). Gli abitanti della zona sono tornati così in queste ultime ore a fare i conti con gli appelli dei sindaci e del prefetto che raccomandano di non uscire di casa, di tenere serrate porte e finestre e di non consumare frutta e verdura dagli orti.

L’incendio alla Bertè era andato avanti per ben otto giorni, si era parlato di pericolo diossina, le colonne di fiamme e fumo erano visibili in tutta la provincia di Pavia ma anche in altre zone della Lombardia e la preoccupazione dei residenti in realtà non si è mai assopita del tutto. Senza contare le fiammate che spesso si sprigionano dallo stabilimento Eni di Sannazzaro de’ Burgondi (uno dei più grandi d’Italia): nell’ultimo anno sono stati ben tre gli episodi di incendio (dicembre 2016, febbraio e maggio 2017) che hanno messo in allarme l’intera zona anche a causa degli intensi boati che hanno preceduto le fiamme.

Che cosa succede?

«Quella zona era già stata oggetto di un nostro approfondimento specifico a dicembre, con un sopralluogo nell’impianto di Mortara che aveva avuto un incendio a settembre». Lo ricorda Chiara Braga, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti che il 10 gennaio presenterà una specifica relazione sugli incendi negli impianti. «A Camere sciolte – spiega la parlamentare del Pd – non possiamo più svolgere attività di indagine, sopralluoghi, audizioni che su questo nuovo caso sarebbero state molto interessanti. Possiamo solo concludere il lavoro istruttorio». Ma già gli elementi raccolti sono molto importanti.

La parlamentare Chiara Braga (Pd), presidente della Commissione d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti

La parlamentare Chiara Braga (Pd), presidente della Commissione d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti

«È il primo monitoraggio su scala nazionale di questo fenomeno che ha riguardato negli ultimi tre anni circa 260 episodi, il 10% in discariche, tutto il resto in impianti di selezione, trattamento, stoccaggio. Il 40% di questi episodi, dati forniti dalle Arpa e dalle Procure, è al Nord. Abbiamo fatto una panoramica di tutto quello che siamo riusciti a ricostruire di questi ultimi tre anni. E con alcuni focus di approfondimento, con missioni e audizioni a Vidor, in provincia di Treviso, Bedizzole, in provincia di Brescia, Mortara, in provincia di Pavia, Cinisello Balsamo, in provincia di Milano e Caserta».

Sicuramente i casi sono molto diversi. Per un terzo sono ancora in corso le indagini della magistratura. «Per alcuni si è trattato di cattiva gestione degli impianti. Ma la dimensione, l’articolazione e anche le caratteristiche del fenomeno . continua Braga - ci dicono che è sbagliato guardarli come singoli episodi mentre sono spesso casi spia di pezzi del ciclo dei rifiuti che non funzionano correttamente. Può esserci l’illecito, la mala gestione, certamente sono questioni su cui bisogna alzare il livello di guardia a tutti i livelli, sia quello della prevenzione che quello delle indagini». E spiega che nella relazione si tenterà di dare anche qualche indicazione su come provare ad analizzare, studiare, contrastare questo fenomeno alla luce dei dati certificati e raccolti. Invece di guardare i singoli casi, insomma, leggendoli nella sua complessità si possono aprire gli occhi su alcune caratteristiche utili per prevenirlo e contrastarlo meglio.

Gli incendi «sono episodi spia»

Il Nord d'altronde sta diventando attrattivo per alcune filiere di rifiuti differenziati fatti in tutt’Italia dove magari non ci sono impianti o ci sono forti carenze, e la filiera lascia molto a desiderare. «Il mercato si allarga e all’interno è possibile che entrino operatori non corretti - continua Braga -. Ci può essere una pressione eccessiva di impianti in certi territori e forse anche, come spesso accade e accertato dalle indagini, la presenza di attività illecite». Che ci sia la criminalità organizzata o no è da verificare e dimostrare con le indagini, «però che ci sia una zona grigia di cattiva gestione del ciclo dei rifiuti, questo è certo». Tutti elementi che concorrono a un fenomeno che negli ultimi tre anni è cresciuto in maniera molto significativa.

Gli incendi poi sono episodi spia di problemi più ampi che stanno dietro. «Quando c’è il fuoco è perché dietro forse ci sono questioni più complesse, illecite, che vengono in qualche modo "risolte" facendole sparire con le fiamme. Il caso di Mortara - conclude la parlamentare - è molto significativo: l’impianto era molto pieno, era previsto un sopralluogo dell’Arpa proprio in quei giorni e casualmente c’è stato l’incendio. Non si può dire che sia stato appiccato dolosamente, sono in corso le indagini…ma certo la coincidenza c’è».

La Cina e la mafia

Di diversa opinione il consigliere Roberto Pennisi, che coordina il gruppo della Procura nazionale antimafia sui crimini ambientali: «Da quando c’è stato il blocco dell’esportazione di rifiuti di plastica verso la Cina - spiega - i nostri trafficanti hanno cominciato ad avere problemi. E così hanno trasformato l’Italia in Cina. Soprattutto le regioni del Nord». E torna a denunciare: «Questa non è ecomafia, ma attività imprenditoriale criminale. È da tempo che lo diciamo. Fin quando c’è stata la disponibilità della camorra veniva comodo rivolgersi a loro - continua Pennisi -. Ora è proprio il sistema economico a muoversi illegalmente. Perché mancano gli impianti. La verità è che ci vogliono i termovalorizzatori, ovviamente gestiti bene. Invece i nostri rifiuti li mandiamo all’estero dove vengono bruciati producendo energia. Oppure ci rivolgiamo al mercato illecito nazionale». Che utilizza capannoni e stabilimenti per l’acquisizione a più non posso di rifiuti: «Li prende e poi quando non ne può più… i rifiuti bruciano».

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