Ora che è crollato il "ponte" con gli Usa, il governo guardi oltre il sovranismo

Giorgia Meloni è finita nella ruota di Donald Trump, che gira veloc e e tende a intrappolare i nemici del momento. Però è arrivato il momento di riconoscere che la strategia di avvicinamento con Washington tentata per più di un anno è fallita (e al momento si intravede solo la palude)
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June 20, 2026
Ora che è crollato il "ponte" con gli Usa, il governo guardi oltre il sovranismo
È il 4 gennaio 2025: Giorgia Meloni raggiunge Donald Trump negli Usa per chiedergli una mediazione con l'Iran sul caso di Cecilia Sala. È l'inizio di un idillio durato oltre un anno / Epa
Il ponte - quello, virtuale, che Giorgia Meloni voleva creare con l’amministrazione Trump - è crollato (definitivamente?) sotto le frasi scomposte del tycoon, dopo i primi scricchiolii di marzo per lo scarso appoggio su Hormuz. E ora che si fa? Ieri sono volati gli stracci fra la Casa Bianca e Palazzo Chigi, istituzioni protagoniste di uno scontro davvero senza precedenti che adesso apre un interrogativo assillante per la nostra premier.
La ruota trumpiana gira veloce e ieri è toccato a lei, ma prima è capitato a tanti: Zelensky, Macron (definito di fatto un incapace), Merz, Carney, Starmer, la presidente messicana, persino il Papa. Certo, più di qualcuno si era affannato nei giorni del G7 di Evian a parlare di “disgelo” fra i due, ma in realtà le immagini uscite dal vertice avevano trasmesso sempre una certa freddezza di fondo, lontana dagli antichi entusiasmi. E in fondo era stato lo staff di Palazzo Chigi ad affannarsi mercoledì, a fine vertice e tramontata l’opzione di un bilaterale ufficiale, a diffondere una foto di un colloquio fra Giorgia e Donald che doveva “rassicurare”.
Anche se la stessa Meloni in conferenza stampa aveva ammesso: «Siamo persone con caratteri forti, che difendono l’interesse nazionale». Trump, per di più, è un leader ossessionato dall’idea di mostrarsi forte (in questo caso anche con una punta di “machismo”) e di dimostrare forza, tanto da volere un inconcepibile show di arti marziali sul prato della Casa Bianca per i suoi 80 anni. Il punto politico, però, è che Meloni ora è in stallo. Perché è chiaro che non poteva non rispondere alle offese di Trump, ma - fatto questo - non resta altro. Ha cercato di avere un ruolo da protagonista in asse con Trump, ma non c’è riuscita (anzi, forse le è stato preferito Macron, non proprio un amico per Giorgia) e si ritrova, per paradosso, nei panni dell’antagonista. E dire che, per stargli vicino, non aveva protestato sui dazi, era rimasta fuori dal tavolo dei “Volenterosi” (anche per via di quell’avversione all’europeismo che resta nel dna del suo partito), si era spinta a definire «legittimo» il blitz contro Maduro, non aveva protestato per il mancato preavviso sull’Iran.
Aveva anche voluto la prefazione di Trump jr. al suo libro negli Usa. Tutto ciò non è bastato, perché i presunti “potenti” sono storicamente abituati a volere vassalli senza ulteriori pretese. Giorgia Meloni ha eretto ora la schiena su questioni anche difficili da classifi-care, ma lo fa dopo averla tenuta non troppo diritta in questi anni di fronte al caos generato da Trump. Per ergersi davvero le sarebbe utile ricordare che, a voler giocare nel campo dei sovranisti, il rischio è di trovarne uno più sovranista che ti vuol sovrastare. Che sia tempo di guardare altrove?

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