Trump e la "teoria del pazzo": se non sanno cosa farai, saranno costretti a temerti

di Elena Molinari, New York
Lo scontro totale con Meloni è solo l'ultimo atto della strategia apparentemente "non sense" del presidente Usa. Da Zelensky a Macron, passando addirittura per Putin, tutti sono finiti nel mirino. Elogi e offese verso leader alleati e nemici si susseguono in continuazione: questo in diplomazia pesa tantissimo
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June 20, 2026
Trump e la "teoria del pazzo": se non sanno cosa farai, saranno costretti a temerti
Donald Trump nel giardino della Casa Bianca davanti a una selva di microfoni, all'inizio del suo secondo mandato
Giorgia Meloni è in buona compagnia. Chiunque, nel primo anno e mezzo del secondo mandato di Donald Trump, si sia seduto al tavolo del presidente americano ha imparato la stessa lezione: la sfida non è conquistarne la stima, ma indovinare quanto durerà. Elogio e sgarbo, alla Casa Bianca di Trump, possono scambiarsi di posto nel giro di poche settimane. O di poche ore.
Il primo a capirlo è stato Volodymyr Zelensky. Il 19 febbraio 2025 Trump lo liquida come «un dittatore senza elezioni che farebbe meglio a sbrigarsi, o resterà senza Paese». Otto giorni dopo, nello Studio Ovale, a chi gli chiede se lo pensi ancora risponde con un'alzata di spalle: «L'ho detto io? Non posso credere di averlo detto. Prossima domanda».
Il voltafaccia funziona anche in direzione opposta. Vladimir Putin è stato per anni “l’amico” con cui Trump rivendicava un «ottimo rapporto». Finché, il 25 maggio 2025, dopo l'ennesima ondata di raid russi su Kiev, è arrivato lo strappo: «È diventato completamente pazzo», dice il tycoon. Due giorni più tardi, il rincaro: «Sta giocando col fuoco».
Parabola rovesciata con Xi Jinping. Il secondo mandato si era aperto con una guerra commerciale feroce, i dazi sulle merci cinesi spinti fino al 145% nell'aprile 2025. Sei mesi dopo, in Corea del Sud, Trump usciva dall'incontro con il leader cinese assegnandogli un voto fuori scala: «Da zero a dieci, gli do un dodici». Xi era improvvisamente diventato «un grande leader di un grande Paese».
Nemmeno gli alleati più stretti sono al riparo. Benjamin Netanyahu, che considera Trump «il più grande amico che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca», si è sentito dare del pazzo nel pieno della trattativa per chiudere la guerra con l'Iran. Già nel giugno 2025, esasperato dalle violazioni della tregua, il presidente aveva sbottato che israeliani e iraniani «non sanno cosa diavolo stiano facendo» — usando un'espressione molto più colorita —, dichiarandosi «davvero scontento di Israele». Narendra Modi, accolto a febbraio 2025 con un abbraccio e definito «un mio grande amico», pochi mesi dopo si è visto colpire da dazi fino al 50% e da una penalità per gli acquisti di petrolio russo, accompagnati da una battuta gelida: «Non mi piace ciò che sta facendo in questo momento».
Poi c'è Emmanuel Macron, che con Trump balla questo tango da quasi un decennio. Nel giugno 2025, al G7 in Canada Macron aveva detto che Trump rientrava a Washington per lavorare a un cessate il fuoco tra Israele e Iran; Trump lo ha subito smentito: «Il presidente Macron, in cerca di pubblicità, ha detto erroneamente che ho lasciato il G7 per tornare a lavorare a un “cessate il fuoco”. Sbagliato, come sempre!» Ad aprile 2026 il presidente americano lo dileggiava in pubblico, arrivando a ironizzare sul suo matrimonio e spingendo il francese a ribattere che certe uscite non erano «eleganti» e invitandolo a «essere serio». E pochi giorni fa, al G7, lo stesso Macron accompagnava un Trump radiante e cordiale a Versailles per firmare l'intesa che ha segnato la fine della guerra con l'Iran.
Lo stesso strappo ha investito la «relazione speciale» con Londra. Per mesi Trump e il premier laburista Keir Starmer avevano coltivato ottimi rapporti: a luglio 2025 il presidente lo aveva ospitato nel suo golf club in Scozia, ripetendo di amare il Regno Unito. Poi, quando Starmer ha esitato a concedere agli americani l'uso delle basi britanniche per i raid su Teheran, è arrivata la stoccata nello Studio Ovale: «Non è certo Winston Churchill quello con cui abbiamo a che fare».
Se la trama dunque è ormai nota, la spiegazione del suo perché dipende da chi la legge. Per gli ammiratori del presidente Usa l'imprevedibilità è frutto di un calcolo e tenere tutti sul chi vive è una forma di potere che costringe l'interlocutore a concedere per primo, impedendo a chiunque di dare per scontato l'appoggio di Washington. È la “teoria del pazzo” applicata alla diplomazia: se nessuno sa che cosa farai, tutti devono trattarti con cautela. Per i critici, invece, dietro le giravolte non c’è una strategia ma un temperamento fatto di reazioni a caldo, suscettibilità personale e il bisogno di avere sempre l'ultima parola che trasforma la politica estera in una questione di umore.
Infatti non è infido soltanto l'insulto, è infida anche la lode. Il leader ricoperto di complimenti oggi può ritrovarsi bersaglio domani, e nessuno dei due poli offre terreno sicuro. Da qui la corsa, soprattutto tra gli europei, a corteggiare il presidente con cerimonie su misura – da cene di gala a visite a castelli – fino a comunicati che ne celebrano la leadership, nella speranza di fissare per qualche giorno un momento volatile. È una logica transazionale portata alle estreme conseguenze: conta ciò che puoi offrire adesso, non ciò che ti era stato garantito ieri.
Qualunque sia la spiegazione, i leader mondiali devono amministrare l'incertezza. Alcuni puntano sull'adulazione, altri sulla pazienza. Ma tutti sanno che un comunicato congiunto, una stretta di mano o un elogio caloroso non garantiscono nulla sul giorno dopo.

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