«No al campo solo per sinti a Pavia, è un ghetto, si scelga l’inclusione»

«Questi spazi monoetnici sono antistorici e antieconomici», spiega Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, che monitora gli insediamenti rom e sinti in Italia e aiuta i Comuni nel loro superamento
March 14, 2026
«No al campo solo per sinti a Pavia, è un ghetto, si scelga l’inclusione»
Un vecchio insediamento di Milano
«La città di Pavia sembra non riuscire a superare la logica della segregazione. Nonostante la Strategia Nazionale chieda chiaramente la chiusura dei “campi nomadi”, il Comune ha in programma un nuovo progetto a Bivio Vela», così il post dell’Associazione 21 luglio ha lanciato l’appello per bloccare la costruzione di una nuova area monoetnica nella quale trasferire 38 sinti che attualmente vivono nella storica baraccopoli aperta nel 1984, quella di Piazza Europa in cui risultano circa 275 residenti. «L’insediamento monoetnico è una pratica ormai superata, come abbiamo scritto anche nella missiva e in un ulteriore messaggio all’amministrazione, offrendo il nostro aiuto per trovare delle alternative», spiega ad Avvenire Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio. Incaricata dal Consiglio d’Europa di monitorare per l’Italia la situazione dei campi, ogni anno l’organizzazione presenta al Senato un rapporto sulla condizione delle comunità rom e sinte. Inoltre, offre consulenza ad amministrazioni locali interessate a superare i campi.
«In Italia non si fanno nuovi insediamenti monoetnici dal 2018. Una sentenza del 2015 a Roma li ha dichiarati discriminatori. Un concetto ribadito negli obiettivi europei», continua. Negli ultimi otto anni, sempre più città si sono impegnate nel superamento di spazi riservati a rom e sinti e i risultati sono evidenti: se nel 2016 si contavano 28mila rom e sinti tra insediamenti formali e informali, quest’anno se ne contano circa 10mila. Il 94% delle comunità, puntualizza l’associazione, vive in abitazioni convenzionali. Superare un campo rom e sinto equivale infatti ad avviare un percorso che faccia sì che quel ghetto non esista più e le persone vengano inserite in abitazioni civili, «ma finora dal Comune di Pavia non abbiamo ricevuto nessuna risposta alle nostre sollecitazioni». La necessità di spostare in una sistemazione “temporanea”, «che come dimostra la longevità dei campi, temporanei non lo sono mai», nasce dal progetto di riqualificazione dell’area. Gli insediamenti monoetnici, però, «hanno ricadute negative come ampiamente dimostrato. Sono anche antieconomici perché realizzarli ha costi almeno sette volte maggiori di quelli volti all’inclusione sociale, oltre a essere lesivi dei diritti umani perché al loro interno questi vengono sistematicamente violati. Crediamo che i soldi pubblici non possano essere usati per una discriminazione su base etnica». Anche se i soggetti interessati hanno acconsentito al trasferimento in un altro campo «si tratta sempre di affrontare eventuali resistenze e fare dei processi di riflessione che portino alla fine le persone ad andare in case convenzionali, coinvolgendo le comunità così come si sta continuando a fare nei 18 campi attualmente in superamento».
A Pavia sono previsti trasferimenti in soluzioni abitative, ma non per tutti, appunto. Eppure i buoni esempi non mancano. Uno dei successi più evidenti è il superamento, che si sta finalizzando, del campo in via della Chiesa Rossa, a Milano, avviato attraverso un percorso graduale di accompagnamento sociale e transizione verso soluzioni abitative ordinarie. È un processo scandito da fasi di ascolto, valutazione e contrattualizzazione, proprio come previsto dal modello Ma.Rea, elaborato dall’associazione per suggerire una prassi.
L’invito dell’associazione all’amministrazione, dunque, è di desistere dal progetto di costruzione di un nuovo campo e di ispirarsi alle numerose buone pratiche. «Rinnoviamo la nostra disponibilità a incontrare la giunta per individuare insieme delle alternative ragionevoli. Organizzeremo anche una tavola rotonda con l’obiettivo di far incontrare i vari attori coinvolti», conclude, promettendo l’azione legale al Tribunale civile in assenza di riscontri: «Il diritto alla casa non può avere un’etichetta etnica. Un’amministrazione non può usare i soldi dei cittadini per costruire spazi che, anziché includere e superare le barriere, ne cementificano di nuove».

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