Nidi, si riduce il divario tra bambini e posti disponibili: un effetto del calo delle nascite

Secondo l'Istat, in media ci sono 31,6 posti ogni 100 bambini: un valore lontano dal target europeo sul tasso di frequenza fissato al 45% entro il 2030
February 3, 2026
Nidi, si riduce il divario tra bambini e posti disponibili: un effetto del calo delle nascite
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Il dato positivo è che sempre più bambini accedono agli asili nido. Si riduce dunque il divario tra numero di bambini e posti disponibili, anche se va ricordato che questo è uno degli effetti del calo delle nascite, più che dell'aumento dell'offerta, che rimane insufficiente. Le liste d'attesa, infatti, continuano a crescere, mentre permangono le disuguaglianze nell'offerta tra Nord e Sud. È quanto emerge dal report dell'Istat presentato oggi su "Offerta di nidi e servizi integrativi per la prima infanzia. Anno educativo 2023/2024".
In particolare, nell'anno in esame sono attivi 14.570 nidi e servizi integrativi per la prima infanzia, per un totale di quasi 378.500 posti autorizzati: un'offerta in aumento del 3,4% rispetto all'anno precedente. Come detto, anche per effetto dell'inverno demografico che riduce gli utenti potenziali dei servizi, il divario tra numero di bambini e posti disponibili diminuisce gradualmente. Anche per chi sceglie di avere figli, infatti, il momento della scelta è sempre più ritardata: l'età media alla maternità in Italia è di 34 anni, come oggi ricorda anche la Fondazione Onda Ets al Ministero della Salute. Istat rileva che in media ci sono 31,6 posti nido ogni 100 bambini. Un valore che non ha permesso - spiega l'Istat - il raggiungimento del target europeo sul tasso di frequenza fissato per il 2010 (al 33%) e rende ancora lontano l'obiettivo del 45% entro il 2030. Se si considerano, oltre ai bambini frequentanti i nidi e gli altri servizi educativi specifici, anche i bambini anticipatari alla scuola d’infanzia, la quota dei bambini fino ai 2 anni che frequenta una struttura educativa si ferma al 34,5%: un valore decisamente inferiore al 71,5% dei Paesi Bassi, quasi il 70 della Danimarca, seguiti da Francia (57,4%), Spagna (55,8%) e Portogallo (55,5%).
Nello stesso anno scolastico 2023/2024, circa la metà dei gestori di nidi e sezioni primavera ha rilevato un aumento delle domande di iscrizione rispetto all'anno precedente, mentre nel 43,6% sono rimaste stabili e solo nel 5,4% dei casi le domande sono diminuite. L'aumento di domande è stato tale, che quasi il 60% dei nidi e delle sezioni primavera non è riuscito ad accogliere tutte le domande di iscrizione per carenza di posti, quota che risulta in aumento negli ultimi anni (era del 49,1% nel 2021/2022). La presenza di bambini in lista d'attesa è più frequente nel settore pubblico (al 68,9%), ma riguarda anche la maggioranza del settore privato (54%), a dimostrazione che l'offerta è ancora insufficiente. Mettendo le liste d'attesa in rapporto alle richieste d'iscrizione, le domande insoddisfatte superano il 10% in quasi il 70% dei casi e superano il 25% nel 22,9% dei casi. Nel Mezzogiorno, l’esubero delle domande rispetto ai posti si distribuisce in maniera uniforme tra servizi pubblici e privati, mentre al Nord e al Centro riguarda maggiormente i nidi comunali. La capacità ricettiva del sistema è insufficiente su tutto il territorio, ma le liste d'attesa più lunghe sono al Sud, dove nel 28,9% dei casi rimane inevaso oltre un quarto delle domande, contro il 19,9% al Centro e il 21,3% al Nord.
Le divergenze tra Nord e Sud vengono evidenziate dall'Istat su più fronti. Nelle regioni del Sud e delle Isole, con la sola eccezione della Sardegna, il rapporto tra bambini e posti disponibili è inferiore al 20%. Il Centro presenta invece il valore più elevato (40,4%), seguito da Nord-est (39,1%) e Nord-ovest (36,6%). Le forti asimmetrie territoriali si riscontrano anche nell'investimento territoriale su questi capitoli di spesa. La media che i Comuni destinano ai servizi educativi per ciascun bambino residente sotto i tre anni è di 1.183 euro, con punte che vanno dai 234 euro in Calabria, ai 3.314 euro nella Provincia autonoma di Trento. Come ricorda l'Istat, la spesa corrente dei Comuni e delle loro forme associative risulta quindi fondamentale non solo per garantire la presenza di strutture pubbliche con tariffe agevolate in base alla situazione economica delle famiglie, ma anche per sostenere l’offerta privata attraverso sovvenzioni, convenzionamenti e contributi economici alle famiglie dei bambini iscritti. Questa spesa è in graduale aumento: ai servizi all’infanzia venivano destinati un miliardo e 37 milioni di euro nel 2003, passati a un miliardo e 751 milioni di euro nel 2023, con un incremento complessivo del 68,9% e un andamento di progressiva crescita, interrotto solo nel periodo 2013-2017 dalla crisi economica e finanziaria, e nel 2020 dalla pandemia da Covid-19. Al netto della contribuzione delle famiglie, le risorse comunali dedicate ai servizi per la prima infanzia sono aumentate del 64,5%, e nel 2023 ammonta a circa 1,4 miliardi.
Le disuguaglianze territoriali nell’utilizzo dei servizi educativi per la prima infanzia non si sono ridotte nonostante le diverse misure di sostegno introdotte. La spesa dei Comuni è integrata dal “Bonus asilo nido”, un contributo erogato dall’Inps alle famiglie. Per questo rimborso delle rette da loro pagate, nelle strutture pubbliche e private, l'Istituto ha erogato 662 milioni di euro. I criteri utilizzati dai Comuni per formulare le graduatorie di accesso al nido pubblico (o al privato convenzionato) presentano una grande variabilità a livello locale. In generale, la disabilità rappresenta la condizione più tutelata, seguita dall’occupazione a tempo pieno di entrambi i genitori.

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