Le zone umide sono un business
di Paolo Viana
Anbi: investire 260 milioni produce ricadute per 2,4 miliardi

Il falco pescatore non lo sa, che la webcam puntata sul suo nido vale 2,4 miliardi di euro. Eppure, anche il ripopolamento della Diaccia Botrona, la riserva naturale creata dal Granducato 260 anni fa, rientra in quel programma di difesa e valorizzazione delle zone umide che l’Associazione nazionale delle bonifiche (Anbi) vuol realizzare, sia per ragioni ambientali che economiche. L’intero ciclo di interventi costa 260 milioni, ma generebbe un valore di dieci volte superiore (senza contare che riparare i danni costa già 1,2 miliardi all’anno), come ha spiegato il direttore di Anbi Massimo Gargano alla presentazione dei lavori alla riserva naturale della Diaccia Botrona, alle porte di Castiglione della Pescaia, dove il torrente Bruna si butta nel Tirreno.
«Con un finanziamento di due milioni di euro e la collaborazione del Comune - ha spiegato il direttore del Consorzio di bonifica Toscana Sud Fabio Zappalorti -, regoleremo gli afflussi del depuratore e dei canali irrigui e ripristineremo le opere che Leonardo Ximenes creò per restituire 50 chilometri quadrati all’agricoltura ma anche evitare la salinizzazione delle acque fluviali. Ci metteremo due anni anche perché i lavori rispetteranno i tempi delle nidificazioni».
La lotta al cuneo salino, in tempi di cambiamento climatico, accomuna molte zone umide. Per vincerla, «i consorzi di bonifica sono sempre più spesso lo strumento operativo della Regione», come ha ammesso il governatore Eugenio Giani alla “posa della prima acqua”. La Toscana ha una delle leggi più avanzate: permette di affidare i lavori pubblici a questi enti della sussidiarietà, governati dagli agricoltori. «Questa è una delle aree umide più importanti d’Italia ed è il motivo per cui celebriamo qui la giornata mondiale dedicata a questi ecosistemi» ha detto ieri Paolo Masetti (Anbi Toscana), e Francesco Vincenzi, presidente nazionale, ha sottolineato che oggi «il rafforzamento del patrimonio di aree umide e infrastrutture naturali legate all’acqua è attuabile con il Piano Nazionale Invasi Multifunzionali, promosso da noi con Coldiretti». Si punta a una rete nazionale di bacini idrici di mediopiccola dimensione, progettati secondo criteri di sostenibilità ambientale, «con un uso limitato o nullo del cemento e una forte integrazione nel contesto paesaggistico e territoriale» precisa a sua volta Gargano.
Una parte di questi interventi è cantierabile. «A regime, consentirà di incrementare la riserva idrica nazionale» è il messaggio lanciato da Vincenzi in Maremma. E’ possibile anche perché si è fatto un gran lavoro per coniugare esigenze agricole e ambientali, a lungo contrapposte: la crisi climatica, peraltro, rende inevitabile una condivisione degli sforzi. Gli interventi di cui parlano l’Anbi e Giani puntano a realizzare infrastrutture non esclusivamente agricole né soltanto ecologiche, ma multifunzionali: l’acqua viene regimata per favorire la biodiversità, ma anche per le irrigazioni, per il ripopolamento faunistico ma anche la difesa idraulica… «Questo è lo sviluppo sostenibile» puntualizza Giani, ricordando la storia di bonifica della sua regione; nel Grossetano «fino al 1897 c’erano due capoluoghi perché c’era la malaria e Grosseto per molti mesi era in isolamento. In 55 anni questo territorio ha cambiato volto ma 2,5 chilometri è stato preservato come area umida, che oggi vogliamo difendere dal cuneo salino». Strategie valide anche in montagna: «si lavora sulle aree umide dell’Alto Valdarno, che hanno un valore paesaggistico oltre che agricolo e di difesa del territorio - conferma Serena Stefani, che guida il consorzio Toscana 2, nell’Aretino -; sviluppare la rete irrigua di Montedoglio è prioritario tanto per l’ambiente quanto per le imprese ed è quindi anche un modo per evitare lo spopolamento delle aree interne».
La presenza della Lipu al convegno di Castiglione dimostra che si può investire sulle infrastrutture se sia alleano le motivazioni: in questo caso si parla di «una rete idraulica ed ecologica, capace di integrare invasi, canali, casse di espansione e oasi naturalistiche - come ha spiegato Gargano -. In molti casi, i bacini multifunzionali sono progettati per generare o rafforzare veri e propri ecosistemi umidi, favorendo la creazione di nuovi habitat, la ritenzione idrica diffusa e il miglioramento della qualità delle acque. Essi operano come punti di accumulo, regolazione e rilascio controllato della risorsa, alimentando a valle aree umide esistenti o contribuendo alla nascita di nuove oasi naturalistiche in una logica di continuità idrologica e ambientale. Il Piano presenta, inoltre, un impatto rilevante sul piano socioeconomico, contribuendo allo sviluppo occupazionale locale e al rafforzamento delle filiere territoriali, in particolare nelle aree rurali e interne. Per evitare che all’agricoltura sia riservato lo stesso destino dell’automobile» ha concluso il direttore Anbi, con un chiaro riferimento all’impatto del Green deal sul settore primario.

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