Nadia, Angela, Nicola: la Spoon river dei bambini uccisi dalla mafia

Nel Legnanese, in un ristorante confiscato, è stato presentato un libro che racconta gli omicidi di 31 piccole vittime dei clan. Lo hanno scritto i ragazzi delle scuole
January 29, 2026
Nadia, Angela, Nicola: la Spoon river dei bambini uccisi dalla mafia
La presentazione del libro a Rescaldina
Se non fossi stata uccisa avrei potuto correre nel giardino dei miei desideri con mia sorella al calar del sole, per poterci perdere in dolci, infinite poesie». Nadia Nencioni amava scrivere versi. La sera del 24 maggio 1993, due giorni prima di morire con i genitori e la piccola Caterina (che aveva 1 mese e mezzo) a causa della bomba mafiosa in via dei Georgofili, a Firenze, scrisse il suo ultimo componimento intitolato “Tramonto”. Il testo fu trovato tra le macerie della sua casa, disintegrata dall’attentato. In onore di Nadia, i carabinieri diedero lo stesso nome all’operazione che nel 2023 portò all’arresto di Matteo Messina Denaro, uno dei mandanti della strage. Gli studenti della prima B dell’istituto Volta di Inveruno le hanno voluto restituire la voce, lasciandole raccontare le emozioni di una bambina di 9 anni, troppo giovane per morire senza nemmeno sapere perché.
La sua storia, insieme a quella di altre 30 giovanissime vittime della criminalità (ma sono state ben 117 negli ultimi 80 anni), riemerge dal libro La mafia porta via vite innocenti (Edizioni InDialogo): una raccolta dei lavori degli studenti di 10 scuole del Legnanese, che per mesi si sono impegnati nella ricerca di piccole esistenze andate perdute, anche nella memoria collettiva. Una Spoon river che mette i brividi, se si pensa che tra le vittime c’è anche Angela Talluto, che aveva solo un anno quando nel 1945 morì in un agguato del bandito Giuliano.
Un collage del dolore che ribadisce, se mai ce ne fosse il bisogno, che il motto “la mafia non tocca i bambini” è solo un falso, vergognoso mito, come rileva il capo della Dda milanese Alessandra Dolci nella prefazione. Un’opera collettiva che strappa all’oblio chi chiedeva solo di diventare grande, possibilmente felice. «Tutti questi bambini e ragazzi si sono trovati al posto sbagliato nel momento sbagliato» riflette Gloria Filippozzi, la studentessa che insieme ai compagni ha vinto il concorso ricordando Emanuela Sansone, la prima minorenne assassinata per volere dei boss, addirittura nel 1896, a 17 anni. I sicari volevano colpire la mamma, che aveva trovato il coraggio di denunciare, ma ammazzarono anche lei.
Dietro questo coro fatto di parole, disegni e fumetti c’è l’intuito di Giovanni Arzuffi, presidente della cooperativa La Tela di Rescaldina, che da sei anni gestisce l’omonima “osteria sociale” ricavata in un ristorante, il Re9, confiscato alla ‘ndrangheta nel 2010. A parte qualche restauro, il locale è rimasto com’era, ci sono ancora i vetri antiproiettile. Ma dentro è cambiato tutto. «Abbiamo voluto continuare l’attività di prima, cioè fare da mangiare. Ritrovando però il gusto della legalità…» sorride Arzuffi, che ha trasformato un covo dei clan in un presidio di antimafia quotidiana, in puro stile “pane e salame”. Bergamasco tanto vulcanico quanto pragmatico, migrato nel Legnanese «per amore»” a soli 20 anni, si dice allergico alla retorica. «Pensare e discutere va bene, ma poi bisogna darsi da fare». Ecco perché ha piantato una trattoria di resistenza civica e gastronomica (usa solo prodotti della zona) in un territorio avvelenato dalla presenza ingombrante delle cosche. «Qui la ‘ndrangheta non si vede ma c’è, come dimostra il recente processo Hydra. Non danno fastidio, non minacciano, perché non conviene. Si muovono con discrezione». Come quando uno dei vecchi titolari del Re9 «si sedette proprio a questo tavolo, dicendo: una volta qui era tutto mio…» Ma fu una frase senza rancore, perché tanto, come sentirono i carabinieri in un’intercettazione, «abbiamo aperto un altro locale qui vicino…». È la normalità mafiosa imposta nel profondo Nord, dove, dice il sindaco Gilles Ielo, «sembra che il problema sia lontano, e invece a Rescaldina, in pochi km quadrati, abbiamo ben due beni confiscati…» È stato lui a «tirare fuori il progetto dal cassetto» e assegnare l’ex ristorante alla Tela. «Ma l’iniziativa non piace a tutti – sottolinea il sindaco di centrosinistra – perché le si dà una connotazione politica. Senza rendersi conto che è un valore per tutta la cittadinanza». Ad Arzuffi danno del “comunista”, forse perché ostenta sopra il bancone del bar l’amaro “del partigiano, per forza di parte”. Una militanza forte, la sua, soprattutto sul fronte sociale. L’osteria impiega anche persone svantaggiate, propone cene al buio in cui si viene serviti da un cameriere cieco, vende prodotti dei terreni confiscati. E ancora ospita atelier artistici per ragazzi down, organizza incontri culturali, riserva una sala giochi ai figli dei clienti e la intitola ai gemellini Giuseppe e Salvatore Asta, uccisi nell’attentato del 1985 contro il giudice Carlo Palermo, sopravvissuto ma segnato per sempre nell’anima. Memoria e testimonianza si intrecciano ogni giorno, tra risate e piatti di squisito bruscitt milanese. Un progetto sostanzioso, proprio come piace da queste parti. Tanto da avere il sostegno della Bcc di Busto Garolfo e Buguggione. «Unire le forze e trasformare le difficoltà in occasioni di crescita comune è lo spirito che distingue chi restituisce un bene confiscato alla collettività, come segno concreto di rinascita» osserva Roberto Scazzosi, presidente della banca. Guardare avanti, senza lasciare indietro le ferite del passato. Un valore condiviso dagli studenti-scrittori, che hanno strappato al dimenticatoio anche la storia di Vincenzino Mulè, ucciso in un agguato a 12 anni il 9 febbraio 1981. Persino il suo paese, Cattolica Eraclea, l’aveva dimenticato. Grazie all’interesse degli allievi dell’istituto Dell’Acqua di Legnano, il borgo siciliano gli ha reso finalmente onore, dedicandogli l’aula magna della scuola. Perché nessun dolore vada perduto.

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