Pace e sviluppo, l’esempio di Guido Carli
nel solco della visione di Montini

In una antologia dedicata agli interventi “internazionali” dell’ex governatore della Banca d'Italia le radici di un pensiero economico illuminato
January 27, 2026
Pace e sviluppo, l’esempio di Guido Carli
nel solco della visione di Montini
Guido Carli/ ANSA
Ci sono parole che oggi sembrano date per disperse, soprattutto nello scenario planetario: “cooperazione”, “integrazione economica”, “assetto ragionevole delle relazioni internazionali”, “comune disciplina”. Termini che suonano quasi anacronistici, come se fossero stati pronunciati invano, consumati dall’uso e smentiti dalla realtà. A rinfrescarci la memoria arriva un’interessante antologia degli interventi “internazionali” tenuti da Guido Carli come governatore della Banca d’Italia (1960-1975), con il titolo Per la stabilità monetaria e il mercato e una prefazione di Antonio Patuelli e Maurizio Sella (Laterza, 2025). Il volume offre l’occasione per attribuire meriti e responsabilità, per distinguere luci e ombre, prendendo come misura quel processo intellettuale e politico guidato da uomini di prestigio che affrontò, già prima della fine della Seconda guerra mondiale, il problema cruciale di dare al mondo regole nei commerci e nella finanza, evitando – come era avvenuto nei nefasti Anni Trenta – protezionismo e conflitti monetari.
Furono Keynes e l’ambiente rooseveltiano a ispirare la celebre conferenza di Bretton Woods, tenuta nel 1944 negli Stati Uniti. L’Italia fu tra i primi paesi, fra i non presenti, a aderire al nuovo ordine economico mondiale: furono De Gasperi ed Einaudi a volere che il Paese tornasse nel consesso internazionale, per convinzione morale ma anche per opportunità politica ed economica. Vi era stata una preparazione culturale: i cattolici democratici e una parte del mondo riformista (si pensi, per esempio, al “Manifesto di Ventotene” del 1941) guardavano alla comunità internazionale. Non inventori del multilateralismo, ma interpreti di una necessità storica che andava maturando su più fronti. Il Codice di Camaldoli del 1943 era stato esplicito: aveva chiesto di dar vita ad «adatte istituzioni internazionali» e di raggiungere «un assetto dell’economia internazionale che dia a tutti gli Stati i mezzi per assicurare ai propri cittadini di ogni ceto un conveniente tenore di vita». Artefice di quelle pagine era stato Sergio Paronetto, economista, capo della segreteria tecnica di Menichella all’Iri, al quale il giovane Carli era stato introdotto dalla famiglia Montini. Come non vedere, in queste parole, lo scheletro ideale degli accordi e delle istituzioni che sarebbero nate pochi anni dopo e che portavano i nomi di Fmi, World Bank, Gatt? Centrali, come nerbo interpretativo, sono le parole del saggio introduttivo di Giovanni Farese, storico dell’economia all’Università Europea e alla Luiss, che ricorda i rapporti tra Giovan Battista Montini, Sergio Paronetto e Carli. Dal gruppo filtrano e si propagano proposte allora inedite, come quelle firmate Demofilo (in realtà Alcide De Gasperi) nelle Idee ricostruttive della Democrazia cristiana del luglio 1943, dove si allude alle «funzioni politico-economiche della comunità internazionale» e alla creazione di «un organismo finanziario promosso dalla comunità internazionale che potrà avere la funzione di agevolare la stabilizzazione delle monete e la disciplina del movimento internazionale dei capitali», vale a dire il futuro Fondo monetario.
Del Fondo, Carli sarà, dal 1947, il primo rappresentante italiano, e poi protagonista convinto di altri organismi di cooperazione monetaria e finanziaria internazionale, come l’Unione europea dei pagamenti (sorta in seno all’Oece da cui nacque poi l’Ocse), fino a diventare ministro del Commercio estero nel cruciale 1957-1958, quando entrò in vigore il Trattato di Roma. Qual è il filo rosso che lega l’azione e le idee di Carli? Farese fornisce una chiave di lettura “alta”: accanto all’etica e alla prassi “paronettiana”, la sua azione si ispira a «un’impostazione kantiana (la pace) e keynesiana (lo sviluppo)». Un incrocio raro tra cultura morale e pragmatismo istituzionale. Nominato governatore della Banca d’Italia, Carli ascoltò con deferenza e amicizia il discorso di Papa Montini all’Onu nel 1965, quando il Pontefice (il primo in assoluto a parlare in quel consesso) definì l’Assemblea un’aula «della concordia e della pace». E in un passaggio di grande entusiasmo disse: «Voi sancite il grande principio che i rapporti tra i popoli devono essere regolati dalla ragione, dalla giustizia, dal diritto, dalla trattativa, non dalla forza, non dalla violenza, non dalla guerra, e nemmeno dalla paura, né dall’inganno».
La lezione che arriva da allora e da quegli uomini risuona ancora oggi con sorprendente attualità. Sul piano economico si trattava di ripristinare la stabilità del sistema monetario e finanziario e favorire lo sviluppo degli scambi internazionali: attraverso soluzioni tecniche sofisticate, ma guidate da uno spirito autenticamente cooperativo e multilaterale, sfuggendo sia al bilateralismo degli scambi sia, ancor più, all’autarchia. Per evitare, come disse Carli nel 1967 in un discorso all’American Bankers Association, «forme di neo-mercantilismo e di involuzioni autarchiche» ieri e oggi sempre in agguato. Aleggiano in quella tradizione, cui la mente non può evitare di tornare, figure simboliche come il presidente americano Kennedy. Nel 1968 Carli ricordava, nella prefazione al libro di colui il quale era stato capo economista di Kennedy alla Casa Bianca, Walter Heller, che bisognava essere riconoscenti agli economisti che in quel periodo «avevano contribuito ad aprire il mondo a scambi sempre più intensi, a forme di assistenza finanziaria di dimensioni inusitate, a concezioni nuove di integrazione economica supernazionale». E proprio Paolo VI, nel discorso all’Onu, aveva evocato il presidente assassinato definendolo «un grande scomparso»: «L’umanità deve porre fine alla guerra o la guerra porrà fine all’umanità», disse riportando le sue parole. Parole che sembrano venire da un altro tempo, e invece parlano drammaticamente al nostro.

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