La Shoah e il dovere di non dimenticare
In un contesto di confusione e di perplessità, riflettere sul significato del Giorno della Memoria diventa un imperativo categorico. Le lezioni di Levi e Segre, le parole di Mattarella e Zupppi

Il Giorno della Memoria invita oggi a riflettere sul suo significato anche grazie ai richiami negli ultimi giorni dal Presidente della Repubblica, negli incontri con i giovani magistrati e con i vincitori del concorso per la carriera diplomatica, a conclusione dei rispettivi corsi di formazione. Ai primi il Presidente ha ricordato l’impegno della magistratura nell’attuazione dei principi costituzionali, la risposta di essa alle richieste di tutela dei cittadini; il contributo offerto al patrimonio della nostra cultura giuridica, il riconoscimento dei diritti fondamentali attraverso l’imparzialità nell’applicazione delle leggi e la saggezza nella loro interpretazione, nel rispetto della separazione dei poteri. Ai futuri diplomatici il Presidente ha ricordato il servizio reso alla Costituzione dalla diplomazia, il suo contributo al dialogo fra Stati e fra popoli nel rispetto della dignità, nella ricerca di pace, nella salvaguardia dei diritti fondamentali, nel contesto del rapporto storico, istituzionale ed economico fra Italia e Unione europea. Accanto a questi due aspetti istituzionali, il Presidente ha ricordato il 20 gennaio scorso il valore e l’aspetto della solidarietà, altrettanto fondamentale nel richiamo dell’impegno di una fondazione storica verso i più deboli. Colpisce l’asimmetria tra obiettivi e risultati perseguiti nella realtà politica, istituzionale, “legale” e sociale degli ottanta anni di vita della Costituzione prima ricordati e l’attuale situazione in cui viviamo, di confusione e di “crisi globale” con i suoi molteplici problemi. La crisi mondiale, europea e italiana, nella sua globalità rischia di travolgere principi, tradizioni, relazioni ed esperienze consolidate. V’è l’illusione che per risolvere quella crisi possano essere sufficienti scelte unilaterali nel ventaglio tra le alternative del diritto internazionale, del multilateralismo, delle pressioni economiche e/o di quelle tecnologiche, della deterrenza o delle capacità militari. V’è il rischio di dimenticare che nella tensione tra diritto e forza finisca purtroppo per vincere sempre quest’ultima.
In un simile contesto di confusione e di perplessità, il richiamo al Giorno della Memoria diventa un “imperativo categorico”. Di fronte al riemergere di tensioni, di conflitti che credevamo tramontati, di egoismi. O anche di fronte a polemiche e strumentalizzazioni politiche dell’uno o dell’altro segno che quanto meno esasperano i contrasti e la possibilità di dialogo e immiseriscono l’importanza e la drammaticità dei temi in discussione. Occorre ricordare la “lezione” della Shoah, emblema unico e come tale irripetibile della crudeltà, della sopraffazione, della violenza e della indifferenza per la distruzione della dignità e della condizione dell’identità umana. È un emblema che “vieta” ed elimina qualsiasi possibilità di revisionismo, negazionismo o giustificazione per quella “offesa” alla dignità umana. È un emblema che è espresso esplicitamente dal ricordo del primo atto compiuto dal Presidente della Repubblica subito dopo la sua nomina, il 31 gennaio 2015, con il pellegrinaggio al luogo di eccidio delle Fosse Ardeatine. È emblema e monito senza equivoci di quella “offesa”. Quel ricordo si ricollega alla lezione memorabile di un testimone e vittima delle atrocità della Shoah, Primo Levi, e al suo invito perentorio: “Meditate che questo è stato…”; si completa con la lezione di un’altra testimone e vittima, Liliana Segre: “… se è stato può capitare ancora…”. E come ha ricordato ieri il cardinale Zuppi nell’Introduzione ai lavori del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana, «ci preoccupa lo sviluppo di fenomeni di antisemitismo che non ha giustificazione per i pur drammatici problemi della inaccettabile violenza a Gaza e in Cisgiordania. Alla vigilia del Giorno della Memoria, la Chiesa italiana condanna profondamente la recrudescenza di fatti ignobili, mentre ribadisce la propria vicinanza a tutte le Comunità ebraiche del Paese e rinnova il proprio contributo per contrastare tali fenomeni».
Sono due “lezioni”, quelle di Levi e Segre, che inquadrano e completano il ricordo del Presidente della Repubblica sulle aperture politiche, istituzionali e sociali che hanno accompagnato in questi ottanta anni il percorso della Costituzione. Un ricordo che conferma l’attualità e la necessità di quelle testimonianze di fronte alle possibili cause di una “nuova e diversa” Shoah: con nuove ed eguali caratteristiche di universalità; con nuove vittime, nuovi autori, complici e spettatori indifferenti, a conferma della grandezza e della fragilità della condizione umana.
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