La condanna in Olanda del supertrafficante Walid, il boss del peggior lager libico
Il tribunale di Zwolle contro l’uomo che gestiva il traffico di esseri umani, in uno scenario di stupri e torture. A inchiodarlo, le testimonianze delle sue vittime. Invece di difendersi il 46enne ha tentato di dire che non era lui

Vent’anni di galera per traffico di esseri umani e crimini contro i migranti commessi in Libia. In Olanda i supertrafficanti di esseri umani vengono estradati, processati e condannati per i crimini commessi in Libia contro migliaia di migranti e per aver minato la legislazione nazionale ed europea sull’immigrazione. Con una sentenza che resterà una pietra miliare, martedì 27 gennaio il tribunale di Zwolle ha condannato a 20 anni di reclusione, il massimo della pena previsto per questi reati dal codice olandese, l’eritreo Tewelde Goitom, detto Walid, boss del traffico nel peggior lager libico, a Bani Walid - conosciuta come la città dei fantasmi dai profughi subsahariani per l’alto numero di sequestrati uccisi in silenzio dopo stupri, sofferenze e torture tra il 2013 e il 2019. Torture e sevizie erano all’ordine del giorno e venivano filmate e inviate via social alle famiglie per estorcere riscatti anche di migliaia di dollari. Molte delle immagini di violenze e torture sui migranti comparse tra il 2017 e il 2020 sui social con persone appese a testa in giù o incatenate, pervenute ad Avvenire e pubblicate anche da questo quotidiano, arrivavano da quell’anticamera dell’inferno. Walid ordinava e suoi complici, detti kapò dai migranti prigionieri, eseguivano. Eritrei, sudanesi, somali ed etiopi che arrivavano in Libia dal Sudan e non avevano i soldi per proseguire il viaggio via mare venivano venduti da altre gang al boss eritreo, rinchiusi in uno dei capannoni del lager libico e diventavano suoi schiavi. i prigionieri erano costretti a dire che erano di proprietà di Walid.
E ad inchiodarlo sono state le sue stesse vittime, sopravvissute alle torture e ai trattamenti crudeli e inumani cui venivano sottoposte e al viaggio nel Mediterraneo sulle carrette del mare. Nessuno ha dimenticato l’orrore visto e il dolore patito. Così nel 2020 lo hanno riconosciuto per strada e fatto arrestare dall’Interpol alcuni sopravvissuti tornati ad Addis Abeba insieme al suo sodale Kidane. Processato in Etiopia e condannato a 18 anni, è stato estradato in Olanda nel 2022 perché molti rifugiati avevano trovato la forza di denunciarlo e raccontare tutto a poliziotti e magistrati dei Paesi Bassi che si sono mossi. Martedì scorso dopo tre anni e mezzo Walid è stato riconosciuto capo di un'organizzazione criminale internazionale di trafficanti di esseri umani.
«Il vostro unico scopo – ha detto il giudice René Melaard leggendo la sentenza – era guadagnare più soldi possibile da gente che stava cercando solo un futuro migliore. Avete trattato i migranti senza alcuna umanità, in modo particolarmente crudele, violento e degradante». Solo quando i riscatti erano stati pagati, le vittime venivano messe su barche molto precarie per il viaggio spesso mortale lungo il Mediterraneo e molti in questi anni sono annegati. Mellard ha notato anche che Walid non ha mai mostrato pentimento per le sue azioni e che una perizia psichiatrica lo ha giudicato mentalmente idoneo a prendersi la sua responsabilità criminale. Oltre a scontare la pena, l’eritreo dovrà restituire alle vittime che rientrano sotto la giurisdizione olandese 30.000 euro.
Rispondendo alle contestazioni dell’imputato, la giustizia olandese si è detta competente a giudicare il reato di traffico di esseri umani perché nella maggior parte dei casi uditi come testimonianze, il punto di arrivo era l'Olanda, mentre il trafficante ha scampato la condanna per gli omicidi e e gli abusi sessuali perché sono stati commessi in Libia. Dal 2022 ad oggi Walid, 46 anni ha tentato di negare la propria identità, sostenendo di essere vittima di uno scambio di persona e ha negato tutte le accuse. Ma la corte ha creduto ai testimoni, che hanno presentato fotografie del lager, del trafficante e immagini satellitari affermando che non c’era possibilità di dubbio sulla sua identità. Hanno vinto le vittime che coraggiosamente si sono presentate in aula a testimoniare incuranti del fatto che diversi complici del super boss siano liberi sul territorio europeo. Interessante anche l’accoglimento della tesi dell’accusa che Walid ha messo in pericolo la legislazione europea sui migranti che potrebbe indurre altro stati a seguire l’esempio olandese e a perseguire non solo a parole i trafficanti di esseri umani .
I rappresentanti della comunità dei rifugiati eritrei in Olanda hanno ringraziato per la condanna, dopo aver seguito il caso per molti anni e sono contenti che sia stato comminato il massimo della pena possibile. La giustizia olandese ora non si ferma e il 31 marzo prossimo partirà il processo al socio di Walid, Kidane Zakarias Habtemariam, accusato di crimini simili, considerato anche lui a capo dell’organizzazione criminale che aveva organizzato Bani Walid ed estradato dagli Emirati Arabi Uniti in Olanda il 24 dicembre scorso. Anche di Kidane avevamo raccontato la cattura con Walid nella capitale etiopica e la rocambolesca evasione. Kidane era stato infatti catturato in Sudan il giorno di Capodanno del 2023 dopo essere riuscito a sfuggire alla giustizia nel 2021 in Etiopia. Infatti, prima di essere condannato all’ergastolo per traffico di esseri umani ed estorsione, l’eritreo chiese di poter andare in bagno, dove, con l’aiuto di due complico arrivati in aereo dal Sudan, sostituì il suo abbigliamento da carcerato con abiti civili e guadagnò indisturbato l’uscita dall’edificio probabilmente dopo aver corrotto le guardie. Dopo la cattura in Sudan da parte di agenti emiratini e dell’Interpol, è stato espulso negli Emirati Arabi Uniti, dove era accusato di riciclaggio di denaro. Il riferimento era ai conti bancari sui quali migranti e rifugiati e le loro famiglie pagano il viaggio e il riscatto.
Soddisfazione per la sentenza che ha chiuso il processo di Walid è stata espressa anche dalla procura presso la Corte penale internazionale che ha collaborato al processo e che il 21 gennaio ha aperto un'inchiesta sul governo italiano per la scarcerazione e il rimpatrio a Tripoli del trafficante libico Almasri.
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