Le vite salvate dalle dipendenze? Pesaro le abbraccia (e le festeggia)

La comunità terapeutica “L’imprevisto” dimette un nuovo gruppo di giovani, tutti alle prese con il male di vivere e tutti ritrovatisi dopo aver toccato il fondo. Il cardinale Zuppi: l’amore trasforma ogni incontro in opportunità
April 12, 2026
Le vite salvate dalle dipendenze? Pesaro le abbraccia (e le festeggia)
«Esattamente quattro anni fa, a quest’ora, ero in fin di vita al Pronto soccorso per aver tentato il suicidio. Qualcuno ha voluto salvarmi. Oggi sono qui, viva e felice a scegliere ogni giorno di rinascere perché ora so stare dinnanzi alla bellezza, so accoglierla, so riconoscerla, so di far parte della bellezza stessa: mi abita dentro». A parlare con emozione, davanti a oltre 800 persone, è Chiara, 20 anni. Per lei è un momento speciale. Nell’Auditorium Scavolini di Pesaro si festeggia il ritorno alla vita di Dario, Diego, Francesco, Linda, Maddalena, Marco, Melissa, Sofia… Sono le cosiddette “Dimissioni” dalla comunità terapeutica “L’Imprevisto”, fondata nel 1990 da Silvio Cattarina insieme all’indimenticato don Gianfranco Gaudiano, noto come il prete degli ultimi. In 35 anni sono passati da questo centro oltre 1.500 tra ragazzi e ragazze. Ad ascoltare le loro esperienze sofferte e quelle dei loro genitori, anche tanti pesaresi, tra cui il sindaco Andrea Biancani e l’arcivescovo di Pesaro e di Urbino Sandro Salvucci. Molta gente è venuta qui attratta dal racconto di un autentico miracolo che si ripete circa tre volte all’anno. Come quello di Francesco, che spiega la fatica di riprendere il cammino a 26 anni. «Sono arrivato al capolinea come uno sconfitto – dice –, aveva vinto lei, era riuscita a piegarmi. Entrando in comunità ho capito che stavo combattendo una guerra senza armi. Qui mi hanno dato uno scudo per difendermi e una spada per attaccare, prima però mi hanno messo davanti a uno specchio che ho ricoperto di sputi. Dopo tre anni, ho capito che questa guerra non la vince chi è più forte ma chi riesce a stare davanti a quello specchio senza più sputarci sopra». Dalle profonde ferite per il dolore di un figlio vicino all’autodistruzione si assiste alla metamorfosi di “farfalle libere di volare”, come scriveva la poetessa Alda Merini. Ma qual è il segreto di questa realtà unica? «È l’amore che riesce a trasformare ogni incontro in opportunità», dice il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei. In questa comunità, infatti, si fa un’autentica esperienza di resurrezione.
«Da noi arrivano ragazzi giovanissimi, anche di 14 anni, convinti che il male abbia già vinto perché non conoscono l’amore». A parlare è Silvio Cattarina, originario di Storo, in Trentino, ma residente a Pesaro da oltre 40 anni. È sociologo e psicologo ma si definisce un educatore. Nei suoi libri scrive di essere cresciuto e invecchiato con i suoi giovani dai quali ha imparato tutto. «Sono loro l’imprevisto della mia vita – dice –, sono uno straripante bisogno d’amore. Quanti figli e figlie ci sono stati affidati dai loro genitori, che sono la presenza più sacra su questa terra. Ai ragazzi diciamo che è possibile aiutarsi, volersi bene, ricominciare, cambiare, accogliersi, essere amici. Scoprire il valore inestimabile della persona, avere compassione l’uno dell’altro. Perché si diventa adulti non quando si crede di aver fatto tutto da sé, ma quando si sente di dover molto agli altri. Come dice una nota espressione popolare: mentre all’inferno si va da soli, in Paradiso ci si va insieme».
Dal 2005 la sua opera si è allargata arrivando a comprendere anche la comunità femminile “Tingolo per tutti”. Completano il centro le “Case di reinserimento” e la cooperativa sociale “Più in là”. «Silvio è capace come nessun altro di cogliere il grido di questi ragazzi e il fondo buono del loro cuore che attraverso il male chiede sempre il bene», dice il noto pedagogista Franco Nembrini. Dal suo punto di osservazione ci si può rendere conto di quanto l’emergenza educativa sia una vera malattia dell’anima. Devianza, bullismo, dipendenze, anoressia, depressione, bulimia e droga. «È la catastrofe dell’umano che spinge all’angolo tante famiglie e che distrugge la relazione genitori-figli», spiega Cattarina. Il percorso di recupero è generalmente attivato dagli assistenti sociali del SerT (Servizio per le Tossicodipendenze) e sostenuto dal Sistema sanitario nazionale. «Qui non vogliamo aggressività né fisica né verbale – dice – e una volta al mese sono previsti incontri con i genitori. Viene vietato del tutto l’utilizzo del cellulare e le regole sono chiare fin dall’inizio. Se non le rispettano prendiamo provvedimenti e a volte purtroppo capita che alcuni vengano allontanati dalla comunità». “L’Imprevisto” dispone di circa 40 posti e di 14 operatori. Il periodo di permanenza media si aggira intorno ai due anni prima di arrivare alle tanto attese “Dimissioni”.
Da vent’anni a questa parte, tra gli amici della comunità, c’è anche Paolo Cevoli. «Sono rimasto colpito dalle storie di questi ragazzi meravigliosi che hanno toccato il fondo – racconta il noto attore ad Avvenire – e che con l’aiuto di Silvio sono tornati a vivere. E a ridere! Penso che l’ironia e la leggerezza della comicità siano un bel modo per affrontare la vita». Per questo non manca mai al momento delle “Dimissioni”, contribuendo al clima di festa con le sue gag brillanti che provocano l’entusiasmo dei ragazzi.
«L’esperienza che facciamo a “L’Imprevisto” è una lotta corpo a corpo, uno a uno, viso a viso per affermare una semplice verità: la vita non finisce, non finirà e non risulterà mai sconfitta», dice Cattarina. E poi c’è Dio che non viene mai meno. «Anche questa è una realtà che i giovani hanno smarrito, eppure Egli è vicino, proprio come lo sono i loro genitori. Nella comunità non c’è presenza più grande di loro, anche se non li vedono. Che eroismo e quanta dignità manifestano, pur in fondo all’abisso. Quegli sguardi confusi e feriti lottano con i figli. Per me che vengo dall’esperienza di don Luigi Giussani è impossibile non parlare di questo, perché la vita, la pace dei cuori e la felicità dei giorni si fondano su di Lui. Per questo dico sempre che un imprevisto è la sola speranza che abbiamo per rinascere».

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