Le città del Sud, i giovani e la difesa della Costituzione: ecco perché ha vinto il “no”

A Napoli i contrari alla riforma sono stati il 75%, a Palermo il 69%. Solo in tre Regioni del Nord ha prevalso il "sì". Il politologo Valbruzzi: «Centrosinistra abile nel creare una rete sociale pronta a mobilitarsi. La premier ha scaldato la sfida ma non ha spostato gli equilibri». Il caso dei voti contro la riforma dentro la maggioranza
March 23, 2026
Le città del Sud, i giovani e la difesa della Costituzione: ecco perché ha vinto il “no”
Festeggiamenti in piazza Barberini per la vittoria del "no" al referendum costituzionale / Ansa
Una nuova “questione meridionale” si aggira per l’Italia. Il “no” ha fatto il pieno nelle regioni del Mezzogiorno, tanto temute alla vigilia dalla maggioranza di governo. I numeri sono impressionanti e descrivono una valanga di voti contrari alla riforma, che è partita nelle grandi città e ha dilagato un po’ ovunque: a Napoli i contrari alla riforma sono stati addirittura il 75%, a Palermo il 69%, a Bari il 62%, a Roma il 60%. Il traino sulle Regioni è stato fortissimo e ha pesato, in percentuale, ancor di più di quello, in un certo modo scontato, delle cosiddette regioni “rosse”, Emilia Romagna e Toscana, peraltro decisive nella fase iniziale della campagna elettorale, quando questi territori hanno creato la base e il mood necessario per la rimonta, visto il vantaggio iniziale favorevole allo schieramento del "sì". Anche Genova e Torino (in entrambi i casi il “no" ha raggiunto il 64%) e la stessa Milano (58% per i “no”) hanno confermato che l’ostacolo più grosso alla riforma è arrivato dalle metropoli.
L’effetto giovani sul voto
Emblematico è il dato delle regioni del Sud: il “no” in Campania ha superato il 65%, in Sicilia il 60%, poco sotto si sono fermate anche Sardegna e Puglia. «L’opposizione è riuscita a mobilitare il proprio elettorato, a differenza dell’esecutivo. C’è una motivazione storica legata ai comportamenti elettorali – spiega il politologo Marco Valbruzzi, che insegna all’Università di Napoli - : il centrosinistra nei centri urbani del Meridione ha una rete consolidata che funziona, spesso legata alla società civile. È un’appartenenza prepolitica, che è servita molto in questi casi. Di converso, invece, il centrodestra non è riuscito a intercettare l’elettorato marginale, che nelle aree interne non ha trovato buoni motivi per recarsi ai seggi: non c’era una spinta sociale favorevole in queste zone del Paese, forse anche per via di una situazione economica che si è fatta via via più negativa nell’ultimo periodo». L’ultimo paradosso è stato proprio questo: nella consultazione che ha segnato il risveglio della partecipazione, con un’affluenza superiore al 58%, l’esecutivo ha finito per pagare l’assenza dai seggi della sua base, in un territorio enorme e poco presidiato, come il Sud del Paese. L’alta affluenza del Nord, che ha visto il “sì” prevalere in Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, non è bastata per compensare la fuga verso il “no” del Centro-Sud. È accaduto come nel 2006, ai tempi del referendum sulla cosiddetta devolution di bossiana memoria: l’asse lombardo-veneto (cui si è aggiunto in questa tornata il Friuli-Venezia Giulia) è rimasto l’ultima roccaforte, la vera trincea da cui affrontare la battaglia elettorale. Eppure dall’analisi dei flussi elettorali emerge anche un altro dato rilevante dentro i partiti: secondo il consorzio Opinio Italia, la quota di dissenso dentro le forze della maggioranza è stata alta, più del previsto. In Forza Italia, il 17,9% ha votato “no”, in Fratelli d’Italia più dell’11%, nella Lega il 14%: è il segnale di una maggioranza tutt’altro che coesa sui temi della giustizia. Interessante anche la stima sull’età dei votanti: tra i 18 e i 34 anni si sono espressi al 61,1% per il “no” e al 38,9% per il "sì", tra i 35 e 54 anni il 53,3% ha votato "no" e il 46,7% "sì"; oltre i 55 anni la forbice si assottiglia (il 49,3% si è schierato per il “no”, il 50,7% per il “sì”).
Lo spirito girotondino
Poi ci sono le ragioni legate alla stagione politica che stiamo vivendo, che non vanno ovviamente sottovalutate. Il 61% di chi ha votato “no” lo ha fatto perché non voleva che si modificasse la Costituzione, secondo gli instant poll di YouTrend. «Un pezzo di società civile, con lo spirito che una volta avremmo definito girotondino, è riemerso per avvisare il Palazzo – continua Valbruzzi -: non si tocchi la Carta e, al limite, se proprio di revisione costituzionale dobbiamo parlare, si pensi a un percorso condiviso». C’è stato dunque un richiamo della foresta anche per tanti elettori incerti sul da farsi: nel dubbio, meglio andare e votare “no”. Per questo, l’impressionante impegno, televisivo e non solo, della premier Meloni alla fine «non ha spostato nulla»: ha risvegliato e galvanizzato i suoi, ma ha fatto altrettanto con chi stava all’opposizione. «L’unico effetto che ha sortito è stato quello di portare più gente al voto, scaldando il clima della competizione». Partita per non politicizzare la contesa, la premier è così finita in trappola. Non è detto adesso che il voto del referendum sia sovrapponibile a quello delle prossime Politiche, anzi. «Dobbiamo entrare nella dimensione del voto d’opinione, che è diverso da quello d’appartenenza ideologica. Ad esempio - osserva Valbruzzi – la sovraesposizione degli esponenti della sinistra per il “sì” è stata evidente e alla fine ha spostato poco. Ora si tratterà di vedere se lo schieramento del “no” diventerà anche il Campo largo del “no”. Quel che è certo è che Meloni finirà la legislatura da “anatra zoppa”. In fondo, per lei, il referendum è stato come il voto di mid term e l’ha perso».

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