Lavoro, casa e migranti: un borgo molisano ha trovato la sua ricetta contro lo spopolamento

di Costanza Oliva, inviata a Castel del Giudice
Gli abitanti di Castel del Giudice, in provincia di Isernia, sono solo 300 ma sono "ostinati". Le nuove abitazioni sono tutte rigenerate da edifici abbandonati
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May 21, 2026
Lavoro, casa e migranti: un borgo molisano ha trovato la sua ricetta contro lo spopolamento
Vista dall'alto di Castel del Giudice
Castel del Giudice avrebbe dovuto chiudere i battenti nel 2021: secondo gli studi, tra spopolamento e calo demografico, non sarebbe rimasto più nessuno in questo borgo dell’Appennino molisano. Oggi gli abitanti sono poco più di trecento. Pochi, certo, ma sufficientemente ostinati da rendersi protagonisti di progetti innovativi capaci di offrire una lezione anche a centri ben più grandi. «Da oltre vent’anni lavoriamo su tre aspetti», spiega il sindaco Lino Gentile, «coinvolgimento della comunità, superamento del vittimismo rinunciatario e innovazione, perché i modelli per sostenere le aree interne in passato non hanno dato grandi risultati». Un metodo nato prima che si parlasse di co-progettazione, che punta a sperimentare e valutarne davvero l’impatto. Può sembrare un paradosso, ma anche qui emerge una delle grandi questioni delle città: l’abitare. «Il lavoro è fondamentale, ma se non hai casa, non puoi avere un nuovo abitante», sintetizza Gentile. Le risposte sono arrivate per tappe. La prima è stata la trasformazione della scuola, chiusa per mancanza di iscritti, in una residenza sociosanitaria, per vent’anni l’unica Rsa del Molise. Poi Melise, azienda partecipata da Comune e cittadini, che produce mele biologiche e oggi è una realtà multifunzionale, con birra agricola, trasformati e nuove filiere pensate anche per rispondere al cambiamento climatico. Il microbirrificio, avviato nel 2020, utilizza per oltre metà materie prime autoprodotte, con orzo coltivato in azienda e un luppoleto in espansione. Accanto, il recupero di circa sessanta varietà antiche di mele, più resistenti alle anomalie climatiche. Si lavora anche sul forno di comunità e sull’apiario, condiviso tra una trentina di apicoltori, come integrazione al reddito e presidio di biodiversità. «Abbiamo otto dipendenti di Castel del Giudice e due migranti – un ragazzo nigeriano arrivato con la famiglia via mare quindici anni fa e un venezuelano – oltre ai lavoratori stagionali», spiega il responsabile Emanuele Scocchera. Il tema dell’abitare torna anche nel recupero del patrimonio edilizio. Dai primi anni Duemila quaranta stalle abbandonate, frammentate e non accatastate, sono state trasformate in Borgotufi, albergo diffuso con ristorazione, camere e spazi comuni. «Abbiamo prima acquisito gli immobili, superando frammentazione e irregolarità, e poi siamo intervenuti sul piano fisico», spiega Gentile. Poi è arrivata la cooperativa di comunità: nata come agricola, oggi gestisce l’alimentari del paese e il sistema di accoglienza e integrazione (Sai). Su dodici famiglie di migranti ospitate, dieci sono rimaste. E la cultura, con il centro studi Casa Frezza, gestito da giovani tornati dopo esperienze fuori: «È il presupposto dello sviluppo». Attività educative quotidiane, supporto allo studio, incontri e un festival letterario. Per seguirle arrivano ragazzi anche dai centri vicini: «Un piccolo ribaltamento», in cui la periferia si fa centro.
Dei 20 milioni ottenuti con il Pnrr (Bando Borghi), una quota importante è destinata a nuove soluzioni abitative: social housing per anziani autosufficienti, residenze per smart worker, spazi per artisti, un hub digitale. E strumenti nuovi: una cooperativa di abitanti e un modello di community land trust per facilitare l’accesso alla casa. Intanto il Comune ha avviato un regolamento comunale per acquisire tutti gli immobili abbandonati, anche tramite esproprio: «Parliamo del 50-60% delle abitazioni. Sono fatiscenti ma vogliamo recuperarle». Tra i progetti più recenti c’è LIFE ClimatePositive, cofinanziato dall’Unione europea e coordinato da Etifor, che punta sulla gestione sostenibile delle foreste. In Italia il 36% del territorio è boschivo, ma l’84% non ha un piano di gestione: significa boschi lasciati a sé stessi, più esposti agli eventi estremi e meno capaci di generare valore. Il progetto prova a rimetterli in gestione, mettendo insieme piccoli proprietari e valorizzando i servizi che il bosco può offrire, dal carbonio alla biodiversità. «Non è stato calato sul territorio, ma costruito insieme al territorio», spiega Caterina Palombo di ETICAE. A Castel del Giudice questo lavoro prende forma in due aree marginali. A Bosco della Selva, vicino al Sangro, un pascolo abbandonato è stato ripiantato con abete bianco e frassino, accanto a nocciolo micorrizato, che nel tempo potrà dare frutta secca e tartufo. Le prime due specie contribuiscono anche allo stoccaggio del carbonio, assorbendo CO₂ e trattenendola nel legno e nel suolo. A Bosco Casale si interviene invece su un rimboschimento artificiale lasciato senza gestione, eliminando le conifere e favorendo le specie autoctone. Il principio resta lo stesso: prendersi cura del territorio, delle relazioni, del futuro.

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