Laura Genovese: «Lotto contro la droga. Voglio riscattare mio fratello Alberto»
Dopo la condanna per violenze e abusi dell'uomo, è nata la Fondazione che porta i loro due nomi. «All'inizio ci è crollato il mondo addosso, poi abbiamo condiviso il progetto di aiutare insieme le persone tossicodipendenti»

Sono lontani i giorni difficili del 2020, quando a casa Genovese, nel cuore di Napoli – una famiglia conosciuta, benestante, mamma e papà medici, la figlia più piccola, Laura, avviata alla carriera di avvocato – arriva come un fulmine a ciel sereno la notizia dell’arresto di Alberto. La tv e i giornali sono un fiume in piena, il telefono inizia a squillare per non smettere mai, nemmeno di notte: «Ma davvero? Ma tu sapevi? Ma possibile?». Sì, possibile. Un figlio e un fratello amato, d’una intelligenza straordinaria, partito a 18 anni con un treno alla volta di Milano e di una carriera nel mondo dell’impresa, è precipitato nella tossicodipendenza. Droga, abusi, violenze: nell’inferno di Terrazza Sentimento, così come viene da subito ribattezzato il superattico con vista Duomo dove vive, Alberto Genovese per i media s’è trasformato in un mostro. «E noi non ne sapevamo nulla». Laura ha la voce squillante e il viso incorniciato dai capelli biondi. Racconta tutta la storia senza imbarazzo, e senza sconti: «Mio fratello sta pagando per quello che ha fatto, sconta la sua condanna come giusto che sia». Lei, però, in questa storia ha avuto la sua parte e a raccontarlo c’è la neonata fondazione dedicata al recupero delle persone tossicodipendenti che porta il suo nome. Assieme a quello di Alberto.
Torniamo all’inizio. Cosa ricorda di quel momento?
Che ci crollò il mondo addosso. Intendiamoci, noi sapevamo da anni che Alberto aveva problemi di dipendenza: lo vedevamo molto di rado, ma quelle poche volte appariva sempre più magro, non mangiava, non dormiva, era irascibile, irriconoscibile. Mamma gli spediva libri, trattati di medicina: da dottore non poteva accettare che si buttasse via a quel modo. Ma comunque non rinunciava a lui, lo cercava, lo chiamava. Io invece iniziai ad allontanarmi: non riuscivo a capire come potesse essere cambiato così tanto, non lo riconoscevo più. Quando con la notizia del suo arresto venne fuori tutto il resto, restammo senza parole.
La cosa più brutta?
Non aver capito niente di quello che succedeva, e ritrovarsi nella situazione di non sapere cosa fare. Io non ero nemmeno in grado di dare spiegazioni. A cominciare dai miei figli piccoli, entrambi maschi. Per proteggerli, per evitare le loro domande, ho tenuto la tv spenta in casa per 3 anni. Mi sentivo come nelle sabbie mobili, paralizzata.
E poi?
E poi ho scoperto cos’era la tossicodipendenza. Una malattia, non un gioco o un vizio. Ho scoperto che mio fratello s’era ammalato, che con la droga aveva cercato di colmare tante fragilità, che a causa della droga era diventato una persona diversa da quella che conoscevo. E ho visto l’essere umano, non il mostro che i giornali descrivevano: quell’essere umano che aveva clamorosamente sbagliato aveva bisogno d’aiuto, di cure. Così come tutti quelli come lui, e come tutte le Laura che ogni giorno affrontano senza strumenti e senza consapevolezza alcuna l’abisso della droga che inghiotte i propri cari.
Così è nata l’idea di fare qualcosa insieme.
Sì. In questi cinque anni sono stata molto vicina a mio fratello, l’ho visto tornare in sé. In carcere ha iniziato il suo percorso di riparazione, attualmente esce tutte le mattine per andare a lavorare come volontario alla Casa della Carità. Lo farà fino ad aprile 2027, quando avrà saldato il suo debito con la giustizia. L’estate scorsa, mentre chiacchieravamo, gli ho espresso per la prima volta il desiderio di impegnarmi sul fronte delle dipendenze. Assieme a lui, non da sola. Ha subito condiviso il progetto.
Coraggiosa, la scelta del nome: Fondazione Laura e Alberto Genovese…
Ce lo siamo detti. Ma poi ci siamo anche detti che può servire. La Fondazione vuole evitare che altri piombino in una spirale distruttiva come ha fatto mio fratello. Senza contare che nessuno più di una persona che ha vissuto l’incubo della dipendenza da sostanze vuole e può mettersi al servizio degli altri.
Cosa fate?
Dall’estate scorsa siamo partiti con un servizio di consulenza online gratuita, gestito da psicologi e professionisti delle dipendenze, e abbiamo aperto due presidi ambulatoriali, uno a Milano e uno a Napoli. Hanno bussato alla nostra porta già oltre 200 persone, che accompagniamo assieme alle loro famiglie. La Fondazione pensa a coprire le spese per il supporto clinico, piscologico e anche al dopo: offriamo borse di studio per chi al termine del percorso di recupero voglia riprendere gli studi, frequentare l’università. Stiamo lavorando per aprire a breve nuovi ambulatori e anche una comunità residenziale.
Da donna, ha mai provato rabbia per quello che suo fratello ha fatto ad altre donne?
Mi sono arrabbiata con me stessa, piuttosto, per non essere intervenuta prima, per non averlo evitato. Poi, da sorella che non ha mai smesso di amare suo fratello nonostante tutto, ho deciso che sarei diventata io il suo specchio, che l’avrei riscattato io, che avrei parlato io per lui. È quello che ho fatto.
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