L'aggressione dopo un corteo, le accuse, la legge Scelba: dove nasce la sentenza su Casapound
di Giulio Isola
Dietro alla condanna in primo grado di 12 militanti baresi della formazione di estrema destra, c'è la violazione degli articoli 1 e 5 del provvedimento del 1952. Il reato è riorganizzazione del disciolto partito fascista. I legali dei coinvolti: ma non si parla di ricostituzione del partito. Opposizione e Anpi all'attacco: fatto storico, ora Piantedosi sciolga l'organizzazione

Mazzata su CasaPound. Il Tribunale di Bari ha condannato in primo grado 12 militanti baresi del movimento per i reati di riorganizzazione del disciolto partito fascista e manifestazione fascista con conseguente privazione dei diritti politici per cinque anni. Si tratta della prima sentenza che riconosce la violazione degli articoli 1 e 5 della legge Scelba da parte di affiliati all’organizzazione. Sette di loro sono stati condannati anche per lesioni. Ai primi cinque è stata inflitta la pena di 1 anno e 6 mesi di reclusione, agli altri sette 2 anni e 6 mesi di reclusione.
I legali dei condannati danno però una lettura diversa della sentenza e sottolineano «con forza» che «nessuno degli odierni imputati è mai stato processato e di conseguenza condannato per il delitto di ricostituzione del partito fascista, previsto e disciplinato dall’art.2 della legge Scelba. Al contrario gli stessi erano stati chiamati a rispondere della violazione dell’art. 5 della stessa legge che prevede altro, ovvero che punisce con la reclusione (fino a 3 anni) e la multa chiunque, in pubbliche riunioni, compia manifestazioni usuali del disciolto partito fascista. La norma vieta gesti, saluti (come quello romano) o simboli riconducibili al fascismo o al nazismo».
Il processo riguarda l’aggressione del 21 settembre 2018 nel quartiere Libertà di Bari ai danni di alcuni manifestanti antifascisti, di ritorno da un corteo organizzato otto giorni dopo la visita dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. Il Tribunale ha escluso per tutti l’aggravante della premeditazione e ha assolto altri cinque imputati “per non aver commesso il fatto”. Gli imputati sono stati condannati anche a risarcire le parti civili, le vittime dell’aggressione (l’allora europarlamentare di Rifondazione comunista Eleonora Forenza e il suo assistente Antonio Perillo; Giacomo Petrelli di Alternativa Comunista e Claudio Riccio di Sinistra Italiana), Anpi, Rifondazione comunista, Comune di Bari e Regione Puglia. Stringato il commento del procuratore di Bari Roberto Rossi dopo la lettura della sentenza. «La decisione dei giudici è quella che conta, vedremo la motivazione».
Nel dettaglio, sono stati condannati Giuseppe Alberga, all’epoca coordinatore provinciale di CasaPound; Antonio Caradonna, Paolo Antonio De Laurentis, Martino Cascella, Marcello Altini, Fabrizio De Pasquale, Ciro e Rocco Francesco Finamore, Roberto Stivali, Giacomo Pellegrini, Domenico Totaro, Ilario Mazzotta. Gli ultimi sette sono stati condannati anche per le lesioni. Assolti invece Matteo Verdoscia, Saverio Desiderato, Domenico Macina, Lucia Picicci e Patrizia De Anna. Le reazioni non si sono fatte attendere. «Sono state riconosciute le nostre ragioni e il valore della memoria antifascista sancita dalla Costituzione» spiega l’avvocato Emilio Ricci, vicepresidente nazionale Anpi. «La decisione – evidenzia - rappresenta un segnale chiaro contro ogni forma di apologia e propaganda fascista e riafferma il principio che l’ordinamento repubblicano non è neutrale di fronte a tali condotte». Il sindaco di Bari Vito Leccese parla di «una sentenza di grande valore democratico, che sgombra il campo da ambiguità: metodi e organizzazioni che si richiamano al fascismo sono incompatibili con la nostra Costituzione e non possono trovare spazio nella vita democratica».
La sentenza riaccende la polemica politica. «Adesso che perfino un tribunale, quello di Bari, ha condannato CasaPound per “riorganizzazione del disciolto partito fascista”, cosa aspetta Piantedosi a sciogliere l’organizzazione?» si chiede Laura Boldrini, deputata Pd e Presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo. Intanto il movimento fa discutere anche a Lucca, dove ha invitato a denunciare presunti episodi di negazionismo nelle scuole circa i massacri delle foibe in vista del Giorno del Ricordo. «Quando si invita a segnalare ciò che avviene nelle aule scolastiche - attacca il Pd locale - si introduce un elemento di pressione che rischia di trasformarsi in intimidazione verso docenti, dirigenti, studenti. La memoria delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata merita rispetto, studio serio e approfondimento storico. E proprio per questo non può essere usata come strumento di controllo politico o di vigilanza ideologica».
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