Gisèle Pelicot: «Io, drogata e violentata da 50 uomini, ecco perché non sono una vittima»

In arrivo il libro-verità della donna francese al centro di un clamoroso caso di cronaca. Nel memoir la scelta difficile di accettare il processo a porte aperte e la forza di girare pagina
February 12, 2026
Gisèle Pelicot: «Io, drogata e violentata da 50 uomini, ecco perché non sono una vittima»
Gisele Pelico / EPA/YOAN VALAT
Già il titolo sorprende. "Un inno alla vita" ("Et la joie de vivre", nell'edizione originale francese, pubblicata da Flammarion): come può Giséle Pelicot celebrare la vita, lei che per 10 anni è stata violentata da più di 50 uomini, "invitati" dal marito Dominique che sistematicamente la rendeva incosciente somministrandole dosi da cavallo di sedativi? Ebbene, la donna che ha rovesciato il concetto di vergogna, le cui memorie tradotte in 22 lingue usciranno in contemporanea in tutto il mondo il 17 febbraio e in Italia per Rizzoli dal 19, contro ogni previsione afferma la passione per la vita e per l'amore. Il quotidiano Le Monde ha anticipato oggi ampi stralci del libro e Le Figaro le ha dedicato una ampia intervista, a testimonianza dell'enorme interesse in Francia (e non solo) suscitato dal caso in sé - una incredibile vicenda di stupro collettivo attuato da "uomini perbene" nei confronti di una donna inerme - e dal coraggio mostrato dalla vittima, che ha voluto un processo a porte aperte. Di questa scelta si legge diffusamente nei brani anticipati da Le Monde. «Quando ripenso al momento in cui ho preso la decisione (di aprire al pubblico il processo, ndr) mi dico che se avessi avuto 20 anni di meno, non avrei forse osato rifiutare le porte chiuse. Avrei temuto gli sguardi, quei maledetti sguardi con i quali una donna della mia generazione ha sempre dovuto fare i conti (...). Forse - continua - la vergogna svanisce più facilmente a 70 anni, e più nessuno fa attenzione a voi. Non lo so. Non avevo paura delle mie rughe, né del mio corpo».
Gisèle Pelicot, che ha redatto il libro insieme alla scrittrice Judith Perrignon, racconta che durante il processo le veniva voglia «di averlo (il marito, ndr) davanti a me. Per gli altri (gli stupratori, ndr) temevo il loro numero. Più il processo si avvicinava, più immaginavo di diventare ostaggio dei loro sguardi, delle loro menzogne, della loro vigliaccheria e del loro disprezzo. Ma non li avrei protetti chiudendo la porta?», si chiede. Fra i passi più impressionanti del libro, quelli in cui descrive il momento in cui ricevette la telefonata di un brigadiere che le chiedeva di raggiungerlo al commissariato di Carpentras. Era il 2 novembre del 2020, il marito era sottoposto a una indagine per aver filmato alcune donne sotto le gonne. Ne avevano parlato a casa, lei era disposta a perdonarlo purché consultasse uno psicologo. Poi arrivò l'orrore, quando l'agente le chiese se si riconoscesse nelle foto che avevano trovato nel pc dell'uomo. Era lei stessa, violentata da diversi aguzzini, uomini qualunque, nel suo letto, inerme. «Non riconoscevo quegli individui. Né quella donna. Aveva le guance flosce. La bocca molle. Era una bambola di stoffa».
"Un inno alla vita", dicevamo. Perché Gisèle ora sta ricostruendo la sua felicità; dopo aver testimoniato al mondo che in uno stupro non è la vittima a doversi vergognare, bensì chi lo perpetua, con caparbietà ha inseguito un percorso di amore. Un riavvicinamento ai tre figli, feriti a morte da questa terribile vicenda (c'è pure il sospetto che la figlia Caroline sia stata molestata dal padre, peraltro sospettato di un omicidio e di uno stupro), un nuovo compagno accanto al quale cercare di essere felice, il trasferimento da Mazan a île de Ré. Nel suo memoir racconta che una giovane un giorno l'aveva attesa fuori dal tribunale per dirle, piangendo, che la ammirava per il suo coraggio, Gisèle scrive: «Non è coraggio, ma la volontà e la determinazione di fare evolvere questa società patriarcale e machista». Un pregio del libro, da quanto si legge su Le Monde, è che il racconto in prima persona non contiene quello che il quotidiano francese chiama "dolorismo": Gisèle non vuole più essere ricordata come una "vittima", per quanto lo sia, nel peggiore dei modi: ma non nella vita, che invece è riuscita a riprendere in mano, affrontando a testa alta un processo pubblico, durante il quale non sono mancate le insinuazioni oltraggiose, sostenuta dall'affetto e dall'incoraggiamento di una valanga di persone, donne soprattutto. Ora un ultimo desiderio: rivedere Dominique Pelicot in prigione, dopo 6 anni. «Ho bisogno di risposte, me le deve. Parlerò all'uomo che ho creduto di sposare. Se è ancora là, mi risponderà. In ogni caso, andrò avanti. Questa visita non sarà un regalo, non una debolezza, sarà un addio». 

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