Viaggio nel Centro per il rimpatrio di Roma: Paulina e gli altri, rinascere si può

Da 20 anni i volontari di Sant'Egidio portano aiuto e umanità al Centro di Ponte Galeria. La storia di una donna, ex vittima della tratta, poi mediatrice culturale: oggi ha un lavoro e una casa
February 12, 2026
Viaggio nel Centro per il rimpatrio di Roma: Paulina e gli altri, rinascere si può
Un Cpr-Centro di permanenza per rimpatri/ WEB
Ci sono stereotipi che si sono infranti in questi più di venti anni di fronte a realtà che sembravano un ripetitivo disco rotto. Infranti insieme alla consapevolezza che «alcuni destini non sono già segnati per forza». Nel Cpr di Ponte Galeria a Roma ogni giorno sembra uguale all’altro per chi è costretto a viverci per i diciotto mesi al massimo previsti dalla legge. Ma lì dentro, da quando queste strutture per migranti irregolari sono nate nel 1998, c’è chi adesso ogni sabato mattina porta una parentesi di vita per i migranti. All’inizio solo nelle feste religiose, poi con cadenza settimanale per insegnare l’italiano, accompagnare e ascoltare le tante e variegate storie di chi è finito lì dentro come straniero irregolare. Sono i volontari della Comunità di Sant’Egidio che proprio nel gennaio 2005 hanno iniziato in maniera strutturata a portare il loro impegno nel centro di permanenza per rimpatrio della Capitale.
Ricorda le feste «che permettevano di vivere momenti di serenità e intrattenimento, ma consentivano anche l’inizio di un contatto» con gli ospiti del Cpr, Monica Attias, volontaria della prima ora. Anche le molte celebrazioni ecumeniche «sono state toccanti, perché lì abbiamo avviato una relazione di fiducia con i migranti che ci hanno permesso di conoscerli e, spesso, di aiutarli a cambiare vita». Le storie che le passano davanti sono molte e tanto diverse, ma nel cuore le sono rimaste le donne che in passato sono arrivate a Ponte Galeria vittime di tratta. «Una decina di anni fa c’erano fino a 190 immigrate per lo più nigeriane e cinesi – esordisce – molte siamo riuscite ad aiutarle anche grazie alla collaborazione con altre realtà di volontariato come la Caritas di Porto Santa Rufina oppure Suor Eugenia Bonetti con l’Usmi, ma alcune no. E questo è un piccolo rammarico».
Ma poi ci sono donne, come Paulina, che valgono tutto l’impegno di questi anni. Paulina è timida, ha 43 anni e grazie all’aiuto della Comunità di Sant’Egidio a fine 2015 è riuscita a «rinascere», arrivando lo scorso anno anche a sposarsi qui in Italia, ad avere un lavoro e ad attendere oggi il ricongiungimento familiare con la figlia di 18 anni lasciata in Nigeria.
Parla un buon italiano anche grazie alla scuola di lingua che ha frequentato all’interno della comunità di Trastevere. «Sono arrivata a Ponte Galeria il 22 luglio 2015 insieme ad altre 75 donne e dopo due settimane ho incontrato i volontari di Sant’Egidio con cui all’inizio abbiamo pregato, poi parlato tanto e imparato l’italiano. Uscita dal Cpr ho frequentato la loro scuola di sartoria e in questi anni ho fatto tanti lavori, dalla badante alla baby sitter». Dopo aver aiutato come mediatore culturale proprio nel Cpr a Ponte Galeria, adesso Paulina ha un lavoro stabile, una casa e una vita nuova. «Ricordo quando ci dicevano che la vita fuori dal cpr poteva cambiare, con pazienza e impegno, potevano essere felici e imparare tanto. Io ci ho creduto davvero, dall’inizio, e l’ho ripetuto fino allo sfinimento a tutte le donne vittime di tratta che ho incontrato negli anni lì dentro. Dicevo sempre loro: fidatevi».
Le sue parole sono valse «centro volte più di quelle di noi volontari – dice ad un certo punto Monica – lei parlava loro come una sorella maggiore, come quella che nella loro situazione c’era già passata e questo era un messaggio forte, che scuoteva le coscienze».
Paolo Marozzo, come Monica, è un volontario della prima ora e nel ripercorrere le tante storie di chi arriva a Ponte Galeria per poi essere rimpatriato (non sempre), sottolinea come quanti entrano nel Cpr «sono persone che vivono probabilmente il più grande fallimento della propria vita, quindi se l’approccio fosse solo burocratico non si capirebbero le vicende che ci sono dietro questi volti e occhi. E soprattutto non si capirebbe che queste esistenze possono cambiare». C’è chi sta in Italia da tempo e ti chiede solo di poter parlare con la famiglia in Marocco, altri che non vogliono arrendersi agli eventi e magari desiderano imparare la lingua e un mestiere. «La scuola per loro non è solo insegnamento - prosegue – ma momento di dialogo e di approfondimento delle storie personali. Crediamo nella forza delle giornate diverse, la stessa logica con cui organizziamo le feste». Anche Paolo in questi anni è cambiato, perché «frequentare mondi diversi dal proprio è una sfida che ti porta a scoprire che non bisogna fidarsi degli stereotipi e che non tutti sono destinati al fallimento». Come Daniel (nome di fantasia) un giovane nigeriano arrivato in Italia passando dalla Libia che – insieme alle istituzioni – si è riuscito a dimostrare essere minorenne e dunque a far uscire dal Cpr. «Dopo essere stato trasferito in una struttura adatta alla sua età – racconta Monica – lì ha potuto studiare e imparare un mestiere. Ora sta aprendo una sua attività nel settore turistico nel Sud Italia». Anche Monica nel tempo ha imparato «ad osare di più, a credere nella forza del cambiamento, perché non è sempre vero che il destino di queste persone è segnato per sempre».
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