La missione possibile: dare un nome a un migrante morto in mare 12 anni fa

Potrebbe essere il corpo di un ragazzo eritreo annegato il 3 ottobre 2013 a Lampedusa. «Per ridargli un’identità per la prima volta si è fatta la riesumazione di una vittima di naufragio», spiega Cristina Cattaneo, direttrice del Labanof
January 14, 2026
La riesumazione al cimitero
La riesumazione al cimitero di Bompensiere, piccolo comune in provincia di Caltanisetta
Uno scheletro, i suoi tratti dentari, il Dna e poco più, spoglie di una vita senza nome né volto, sepolta in Europa, troppo lontana da casa. Dall’altra parte – in Africa o nel resto del mondo – le foto, i ricordi e il Dna di chi è ancora alla ricerca dei resti fisici di un proprio caro, risucchiato dal Mar Mediterraneo mentre tentava la traversata verso un porto e un Paese sicuro. Da molti anni ormai a incrociare questi dati in Italia c’è l’equipe del Labanof dell’Università di Milano. Eppure, molti corpi recuperati dopo i naufragi rimangono ancora senza un’identità. Dodici anni dopo il naufragio al largo di Lampedusa del 3 ottobre 2013, che costò la vita a 368 persone, solo 185 di loro hanno un nome. «Ma in questi giorni è stato fatto un importante passo avanti – ci racconta Cristina Cattaneo, direttrice del Labanof –. Per la prima volta si è fatta la riesumazione di uno dei migranti, a spese di un donatore svizzero». Sepolto al cimitero di Bompensiere, piccolo comune in provincia di Caltanisetta, il recupero di questo corpo – avvenuto il 15 dicembre scorso – e il conseguente riconoscimento, che sarà fatto per la prima volta grazie alla riesumazione, permetteranno di dimostrare sul campo che le competenze e le tecnologie per identificare le vittime anche dopo tanti anni esistono già.
In questo caso specifico, i dati raccolti finora hanno un buon match con l’identità di un ragazzo eritreo che potrebbe essere morto quel tragico 3 ottobre, ma per confermare definitivamente se si tratta davvero della 186esima vittima identificata servirà ancora «un lavoro sui tratti dentari scheletrici, che sono gli altri identificatori oltre il Dna, e sulle fotografie in vita del ragazzo». In queste ore di speranza per una famiglia eritrea, e per tutte quelle che auspicano una soluzione simile, ci si scontra però con i soliti limiti. «Per dare un nome a tutte le vittime serve una grande banca dati europea, come abbiamo suggerito in audizione al Consiglio d’Europa insieme al “Comitato 3 Ottobre”. Vuol dire fare l’autopsia a tutti i morti, raccogliere il loro Dna, ma anche dati come tatuaggi, difetti, insomma informazioni complete sulle persone scomparse. Bisognerebbe avere un posto che raccolga anche i dati forniti dai parenti. Così la madre eritrea che si trova in Svizzera, per esempio, saprebbe dove cercare il figlio anche se è sepolto nel Sud d’Europa e a chi portare il suo Dna, le foto del ragazzo e tutto ciò che potrebbe essere utile all’identificazione», specifica Cattaneo. In Italia, conclude la professoressa, abbiamo sviluppato un coordinamento un po’ migliore rispetto ad altri Paesi, «ma per lavorare bene ci vuole uno scambio di informazioni».
In questa direzione, dopo 12 anni di lotta dei familiari e delle diverse realtà che chiedono giustizia, a giugno si è raggiunto un primo traguardo. Ce lo racconta un altro dei protagonisti di questa battaglia, il presidente del “Comitato 3 Ottobre”, Tareke Brhane: «In una risoluzione del Parlamento europeo è stato introdotto un emendamento ispirato dalla nostra proposta di legge per l’identificazione delle vittime dell’immigrazione. I Paesi membri sono stati invitati a porre attenzione all’importanza dell’identificazione. Tuttavia, non c’è ancora un obbligo di legge per la raccolta dei dati necessari, né un protocollo comune per gli Stati membri e un database, come avevamo proposto». Non si tratta solo di trovare quella pace che può venire dall’amara consapevolezza di ciò che è stato davvero del proprio caro: «Senza certificati di morte è impossibile andare avanti in tutti i sensi. Ci sono mariti e mogli che dopo tanti anni vorrebbero risposarsi, ma non possono. Figli minorenni che per avere il passaporto ed espatriare hanno bisogno della firma di un padre che non c’è, ma non risulta neppure morto». L’identificazione, come detto, ha bisogno di tanti dati e del loro incrocio: «Come organizzazione, abbiamo oltre 65 famiglie sparse in Europa che ci chiedono di identificare i loro parenti. Per farlo, abbiamo pianificato diversi viaggi che ci permetteranno di raccogliere il campione di Dna di genitori, fratelli... Il prossimo viaggio sarà proprio tra qualche giorno in Olanda, dove incontreremo una decina di famiglie. Ma l’auspicio è che in futuro i dati delle vittime e dei parenti non vengano più raccolti occasionalmente, magari solo perché in corrispondenza del caso mediatico come a Lampedusa o a Cutro».
Quello che il Comitato, insieme alle altre realtà coinvolte, vuole dimostrare attraverso la prima identificazione fatta dopo una riesumazione è proprio che «se ci siamo riusciti una volta, lo si può fare ancora, anche dopo tanto tempo possiamo ridare un nome e un cognome a tutte quelle persone abbandonate nei vari cimiteri europei e via via schedarle, magari nell’arco dei prossimi 10-15 anni. Si può dare finalmente una risposta a quelle famiglie in attesa. È solo una questione di volontà politica».

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