In molte scuole di Prato gli studenti cinesi sono la maggioranza, ma non conoscono la città
Il capoluogo toscano anticipa un fenomeno già in moto altrove: gli alunni stranieri sono un terzo del totale e la dispersione è alta. “Prato comunità educante” da anni lavora per «farli uscire dall'aula»

Quello che per molte scuole italiane è uno scenario ancora tutto da scrivere, al cui arrivo docenti e dirigenti tentano di farsi trovare preparati, a Prato è una realtà quotidiana da decenni. Gli studenti stranieri, nelle aule del Comune toscano, non sono più una minoranza. All’istituto “Lippi”, gli alunni senza cittadinanza italiana rappresentano il 46% del totale, al “Mascagni” il 65%, al “Marco Polo” il 48% e al “Malaparte” il 49%. In generale, la popolazione studentesca straniera sfiora un terzo del totale, contro l’11% a livello nazionale. Significa che non è raro trovare classi in cui la maggior parte degli studenti non parla italiano o, addirittura, tutti gli alunni sono cittadini cinesi: dalla Cina proviene, infatti, il 62% degli scolari che studiano nelle aule pratesi. Il risultato è che, in quello che di fatto è un laboratorio nazionale di didattica, è sempre più difficile permettere a ogni alunno il raggiungimento delle competenze minime. Non a caso Prato è tra la città italiane con il più alto tasso di dispersione scolastica: l’11% degli studenti abbandona gli studi o accumula ritardi, contro l’8,9% nazionale, e oltre 500 ragazzi interrompono il percorso scolastico senza aver raggiunto le competenze sufficienti per entrare nel mondo del lavoro o affrontare la vita in società. È per questo che le esperienze che hanno successo nel contrasto alla povertà educativa a Prato vengono osservate in tutta Italia. “Prato comunità educante” è forse la più longeva ed efficace. Attivo dal 2022, il progetto coinvolge oltre 150 docenti e permette a più di 2mila studenti di partecipare ad attività extrascolastiche a cui non avrebbero avuto accesso altrimenti: «Il rischio a Prato è che uno studente straniero, che vive in microsistemi autosufficienti, riesca ad abitare in città senza mai far parte davvero della comunità – spiega Simone Natali, responsabile del progetto –. In pratica, finita la scuola, un alunno torna a casa e passa dalle 14.15 alle 19.55 sul divano davanti allo smartphone in completo isolamento. Noi, invece, agganciamo i ragazzi nell’unico luogo dove sono obbligati ad andare, la scuola, e li portiamo a teatro, a fare sport o a migliorare le loro capacità linguistiche. Questo cambia la loro vita».
“Prato comunità educante” si fonda sul lavoro di decine di enti del Terzo settore e della società civile. È a loro che viene affidato il compito di coinvolgere gli studenti con background migratorio, che altrimenti vivrebbero in “comunità matrioska” capaci di abitare nel Comune senza scambi significativi con il resto della popolazione, in attività culturali e ricreative «per favorire la coesione sociale». In ciascuna delle circa 40 scuole coinvolte, educatori esterni e docenti lavorano insieme con un obiettivo: portare gli studenti fuori dalle proprie aule. All’istituto comprensivo “Marco Polo”, in pieno centro cittadino, Antonio ha speso diversi pomeriggi con i propri compagni della primaria tra le vie della sua città. Al rientro in aula, con la sua classe, ha ricostruito la mappa del centro di Prato in settanta pezzi di argilla: «Adesso conosco meglio la mia città – spiega lo studente di origini cinesi di 8 anni –. Ho capito dove sono i giardini e dove posso andare con i miei amici». Ma il progetto, al “Marco Polo”, non propone solo attività extrascolastiche: «Svolgiamo anche un importante lavoro con tutti gli alunni, anche e soprattutto quelli stranieri, dentro all’istituto – spiega il vicedirigente scolastico Lorenzo Gori –. Li facciamo parlare per sentire quali sono le loro necessità, le fragilità e i problemi. Poi cerchiamo insieme una soluzione realistica a ciascuno di questi». Il risultato è che agli alunni, posti al centro della didattica, viene sempre chiesta un’assunzione di responsabilità. Un esempio su tutti: «Al “Marco Polo”, per questioni di sicurezza, i ragazzi trascorrono l’intervallo in aula – continua Gori – ma questo genera disagio negli studenti. Quindi, abbiamo concesso una uscita a settimana che, però, deve essere sorvegliata dagli alunni stessi. L’obiettivo è renderli autonomi e farli uscire sempre».
In generale, dopo i primi tre anni di sperimentazione, “Prato comunità educante” nel 2026 ha allargato i suoi obiettivi: non è più solo un ponte tra le aule e la città, ma è diventato un progetto educativo vero e proprio. Tradotto: non incentiva soltanto la partecipazione ad attività extrascolastiche, ma entra nelle classi formando i docenti e lavorando sulle competenze sociorelazionali degli studenti. Lo scopo è sempre lo stesso – «ridurre la dispersione e il ritardo scolastico, facendo crescere le competenze linguistiche degli stranieri», sintetizza Natali – ma gli strumenti e la platea sono nuovi: per il triennio 2025-28, il progetto gode di 900mila euro, stanziati da Fondazione Cassa di Risparmio di Prato in collaborazione con Intesa Sanpaolo e dal Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. La platea sono migliaia di studenti tra elementari, medie e superiori: «Li intercettiamo nei corridoi di scuola – spiega il responsabile –. Entriamo in aula una volta al mese per ascoltare i loro bisogni: in un anno abbiamo intervistato 4.125 studenti per capire quante volte sono andati al cinema, al teatro, quali sono i loro voti e le loro materie preferite. Tutto è utile a tracciare la mappa della povertà educativa». I sondaggi, nel tempo, hanno permesso agli educatori di selezionare le venti classi più “sfidanti”, per farle studiare tramite Unità didattico-educative utili allo sviluppo di competenze per chi ha difficoltà linguistiche: «È inutile spiegare la Rivoluzione francese se per oltre metà della classe è incomprensibile», commenta Natali.
La fascia d’età sotto osservazione è quella tra i 14 e i 15 anni, perché è nel primo biennio di superiori che il pericolo di abbandono scolastico è più alto: il 49,5% degli studenti a Prato abbandona in quegli anni, contro il 35,4% della media nazionale. L’obiettivo esplicito di “Prato comunità educante”, perciò, è avvicinare questi due numeri: «Per farlo le scuole, schiacciate dalla burocrazia, non possono agire da sole – conclude Diana Toccafondi, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Prato –. Per questo, abbiamo chiesto alla società civile di prendersi in carico tutti questi studenti. Dobbiamo sentirci tutti responsabili del loro futuro, senza dare la colpa degli insuccessi solo a docenti e dirigenti scolastici».
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