Il tempo della festa per la famiglia conta. Per grandi e piccoli

Mentre si riapre il dibattito sulle possibili chiusure domenicali nella grande distribuzione, il Rapporto Cisf sottolinea l'importanza delle attività condivise tra le generazioni che vivono sotto lo stesso tetto: incontri, pasti e vacanze restano momenti formativi importanti
January 19, 2026
Il tempo della festa per la famiglia conta. Per grandi e piccoli
Dovrebbero star chiusi di domenica, supermercati e negozi, così «da rimettere in cima alla lista delle priorità la famiglia e il tempo condiviso». Gli obiettivi del dibattito che s’è riaperto su queste pagine, complice la presa di posizione di imprenditori e di cooperative, sono meritevoli. “La famiglia”, però, non è un’entità astratta, sempre uguale a se stessa, che si possa incasellare o risistemare all’interno di più o meno umani processi produttivi. Dunque per le famiglie in carne e ossa, cioè per tutti noi, che siamo concretamente alle prese con una vita lavorativa non-stop anche quando gli uffici sono chiusi, che ci barcameniamo con quella sportivo-agonistica sempre più invasiva dei figli, che incastriamo turni, incombenze domestiche, visite, spese e chi più ne ha più ne metta, la domenica è ancora “il giorno della famiglia”? Posto cioè che dovrebbe esserlo, riesce ancora ad esserlo?
«Assolutamente sì – risponde Anna, 52 anni, due figli nella periferia di Piacenza e una bella cartoleria, che di domenica chiude –: per noi il pranzo della domenica resta un punto fermo. Sono cambiate le case, i volti attorno al tavolo, ma non l’idea di ritagliarci un tempo per stare insieme senza fretta». Per lei, impegnata in parrocchia, animatrice della Messa («il cuore vero della domenica») la domenica è un rito che affonda le radici nell’infanzia come per molti: «Ricordo i pomeriggi trascorsi dai nonni, il privilegio di guardare “Discoring” con gli zii più grandi, ricordo il primo innamoramento per Alan Sorrenti e la sua “Figli delle stelle”, colonna sonora delle chiacchierate e dei giochi da tavola». Piccoli gesti di passaggio, incastonati in una ritualità più ampia, davano forma a un senso di appartenenza «che si è naturalmente trasferito al nostro modo, mio e di mio marito, d’essere famiglia. E così ai bambini, che oggi sono già diventati ragazzi, è passato quasi naturalmente che la domenica fosse un tempo riservato a noi, nello spazio privilegiato di casa». La domenica è indiscutibilmente il giorno speciale anche a casa Orsini, a Roma, dove la famiglia è da sempre intesa come “allargata”, cioè nella sua composizione estesa ai rispettivi nonni, fratelli, zii, cugini, nipoti: «La base è la casa dei miei – racconta papà Matteo, ingegnere, 40 anni –, che non amano tanto spostarsi e hanno un bel giardino. Se non riusciamo a trovarci tutti per il pranzo, perché oggettivamente è difficile incastrare sempre le agende, alcuni passano solo per l’aperitivo, oppure solo per il caffè, i più ritardatari per la merenda. Ma il nostro punto di forza è che siamo tanti (4 fratelli noi, 3 sorelle per mia moglie, più i rispettivi figli) e molto uniti: se manca qualcuno, recupera la settimana dopo, e quasi non si nota».
Non tutte le famiglie, però, possono contare su questi numeri, anzi: conosciamo l’impietoso incedere della denatalità, della riduzione quando non della totale disgregazione dei nuclei. Né, contare, si può tutti su un tempo condiviso garantito: i dati sul lavoro in Italia, anzi, raccontano di un terzo degli occupati che lavora abitualmente nel fine settimana e circa uno su cinque impiegato anche la domenica o nei giorni festivi. Nei settori della ristorazione, del turismo, del commercio e della sanità, il lavoro domenicale – lo abbiamo detto – non è più l’eccezione, ma la regola. Eppure, se è vero che il calendario ha cambiato forma nel corso degli anni, la buona notizia è che lo stesso non si può dire dei cosiddetti “riti di famiglia”, cioè di quelle attività ricorrenti e significative che non hanno solo un valore simbolico per genitori e figli, ma di cui i rapporti intergenerazionali si nutrono in maniera decisiva per crescere in maniera sana. A descriverli con cura, numeri alla mano, ha pensato il Rapporto Cisf 2025 sulla famiglia: «Abbiamo chiesto alle persone quanto fossero significative alcune attività condivise – spiega Sara Nanetti, ricercatrice in Sociologia dell’Università Cattolica e curatrice del capitolo dedicato –, chiedendo di assegnare un voto da 1 a 10 e al primo posto abbiamo registrato la presenza del “dialogo sincero”, con una media di oltre 8. Seguono la “condivisione dei pasti”, con 7.6, e le vacanze trascorse insieme, a 7.4». Non semplici abitudini, ma veri strumenti di senso: attraverso di essi si costruiscono narrazione identitaria, scambio tra giovani, adulti e anziani e progettualità comune. E – qui torniamo alla domenica – è quasi scontato che queste attività si leghino al weekend, specie nelle famiglie con figli più piccoli: «La presenza di questi ultimi a casa nel fine settimana, complice l’assenza delle attività scolastiche, favorisce senz’altro la possibilità che il dialogo e la condivisione dei pasti assuma una rilevanza maggiore in questo momento. Così come le gite domenicali, che sono a tutti gli effetti assimilabili alle vacanze condivise di cui abbiamo trattato nel nostro report» continua Nanetti.
Le storie vere, anche in questo caso, raccontano la densità di questi rituali. Luca, 47 anni, dentista di Palmanova, ricorda le domeniche in campagna con la famiglia: «Il viaggio di rientro a casa in Fiat Ritmo rossa, i cipressi che scandivano il paesaggio, la voce di mio fratello piccolo che li contava», dettagli che sono diventati un piccolo rituale di sicurezza e appartenenza, funzionando come “tessuti connettivi” del legame familiare. Altri hanno il sapore della tradizione culinaria e della trasmissione di saperi. Sara, 52 anni, manager milanese, racconta della “torta turca” inventata da una prozia in Sicilia più di cento anni fa: «Inizialmente mia nonna paterna, Nelly, la preparava una sola volta all’anno per il compleanno del suo amato marito, Giovanni, coinvolgendo tutti nella realizzazione: chi a tostare le mandorle, chi a impastare il burro, chi a mescolare le uova. Mancato lui, decise di portare avanti la tradizione tenendola come dolce per il compleanno delle due figlie. Ora anche lei non c’è più e ci siamo fatti noi custodi di questa liturgia preparando ogni anno il dolce per il compleanno di mio marito Federico». La torta tramanda una storia, custodisce chi non c’è più. La cucina diventa un luogo sacro, il tempo condiviso e un argine contro la dispersione. La ritualità non è fatta solo di cene o viaggi, ma di momenti minimi che sostengono la relazione e il confronto: un gioco, alcune attività domestiche fatte insieme (il bucato, le pulizie), lo studio insieme, un giro di parole prima di congedarsi. «Quello che nel report chiamiamo “dialogo sincero” è l’attività più significativa anche per persone sole o giovani adulti fuori dalla famiglia di origine – continua Nanetti –. Non si tratta insomma solo di stare insieme fisicamente, ma di trovare spazi in cui progettare, ascoltare, scambiare». Come il momento tutto speciale dei Marelli, una famiglia di Cantù sparsa tra l’Italia e il mondo: «Io dico sempre che noi siamo i Marelli in cielo, in terra e in ogni luogo da quando è mancato mio figlio Paolo – racconta mamma Margherita, che ha superato i 70 –. Quando siamo insieme e ci dobbiamo salutare, nell’ultimo pasto facciamo un giro di tavolo: ognuno, bambini compresi, dice cosa gli è piaciuto di più del tempo vissuto insieme. È sorprendente ciò che emerge ogni volta».
Nell’epoca del trionfo della frammentazione e della solitudine allora, se non può e non riesce ad essere sempre il giorno effettivo per la famiglia, la domenica sta lì a ricordarci che i legami hanno bisogno di un tempo a sé stante, non funzionale a qualcosa (o non prestazionale per usar un termine tanto in voga) in cui la relazione viene prima dell’efficienza. E forse è anche questo il cuore della questione della domenica: non difenderla per dovere di facciata, come una sorta di totem intoccabile “a scatola chiusa”, ma riconoscere che senza quel tempo condiviso “speciale” – che sia la domenica, che siano le cene infrasettimanali, che siano i tragitti in macchina verso la scuola o di ritorno dal calcio – la famiglia perde il suo spazio narrativo e costitutivo diventando solo un incastro logistico.

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