
Sono passate meno di tre settimane dalla piena applicazione del Patto sulla migrazione e dal sì definitivo dell’Europarlamento alla stretta sui rimpatri. Ma il centrodestra Ue rilancia già su un ulteriore inasprimento delle regole sull’asilo, dalla protezione sussidiaria al ricongiungimento familiare. A insistere in questa direzione è il Partito popolare europeo (Ppe), la forza di maggioranza relativa all’Eurocamera, che esprime più della metà dei commissari Ue (e la stessa presidente Ursula von der Leyen) oltre che la gran parte dei capi di Stato e di governo dei Ventisette.
In una risoluzione approvata dall’assemblea politica del Ppe, che si è riunita il 29-30 giugno a Vienna, si legge che «l’immigrazione irregolare fuori controllo, l'inefficacia dei rimpatri, l'abuso delle procedure d'asilo e la pressione esercitata su alloggi, scuole, sistemi sanitari e servizi sociali minano la coesione sociale e la fiducia dei cittadini». Ma è sulla rotta futura da intraprendere che i popolari fanno un passo avanti e chiedono a Bruxelles di mettere in campo nuove iniziative. In particolare, nel mirino del Ppe finisce la protezione sussidiaria, lo scudo legale che viene concesso a chi non rientra nei casi di persecuzione individuale previsti dallo status di rifugiato, ma è comunque una persona migrante che fugge dalla guerra o è a rischio di torture o pena di morte nel Paese di origine. Secondo la ricetta avanzata dai popolari, la Commissione (l’unico organismo che può avviare una proposta legislativa nell’Ue) dovrebbe «valutare una revisione» della legislazione vigente «al fine di abolire lo status di protezione sussidiaria», con l’obiettivo «di consentire un rimpatrio più rapido una volta terminata la guerra civile nei rispettivi Paesi d'origine».
L’istituto giuridico è definito a livello Ue con alcuni standard minimi (come la durata che deve essere di almeno un anno), ma ciascuno Stato membro può poi specificare ulteriormente i benefici oltre questa soglia. Nel 2025, secondo i dati di Eurostat, 85.515 richiedenti hanno ottenuto la sussidiaria, cioè il 23,7% di tutte le decisioni positive: in particolare, siriani, afghani e venezuelani. Tra i Paesi Ue, è la Germania quella che storicamente ha fatto un ricorso decisamente ampio alla protezione sussidiaria rispetto allo status di rifugiato (fino a sospendere, un anno fa, il ricongiungimento familiare dei beneficiari di sussidiaria «per allentare la pressione sul sistema di accoglienza e integrazione»).
Non finisce qui. L’offensiva del Ppe, che spesso a Bruxelles è descritta come un esercizio di “realpolitik” per frenare l’avanzata delle destre estreme, propone anche altri provvedimenti. Ad esempio - prosegue la risoluzione politica -, si chiede di «concedere agli Stati margini sufficienti per limitare i ricongiungimenti familiari», tenendo conto tra le altre cose «della capacità di integrazione, della disponibilità abitativa, del benessere dei minori e dell’ordine pubblico». O, ancora, si invita la Commissione «a valutare ulteriori misure legislative per prevenire la migrazione irregolare verso l'Ue», una formula in cui rientra «il riconoscimento esplicito del diritto degli Stati membri di rifiutare l'avvio delle procedure di asilo alle frontiere esterne dell'Unione nei casi di strumentalizzazione dei flussi migratori».
La strumentalizzazione è spesso evocata dai governi dell’Est Europa - Polonia e baltici in testa - per descrivere gli attraversamenti migratori al confine con la Bielorussia, che la ritengono una tattica di guerra ibrida (sponsorizzata da Minsk e Mosca) per mettere pressione sui sistemi di accoglienza. Il dibattito è aperto, ma a microfoni accesi e taccuini aperti, per ora, dalla Commissione oppongono il più classico dei “no comment” in relazione alle iniziative di partito. Aspettando, magari, un nuovo pressing (anche) da parte dei governi, come già accaduto sui finanziamenti degli hub di rimpatrio fuori dall’Ue.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire Temi






