Il nodo denatalità? Prima ancora dei figli, manca la comunità
l'Italia: un Paese anziano e popolato da persone sole

«Abbiamo il dovere urgente di ricostruire la comunità. Nessun nucleo familiare può o deve essere un’isola». Annunciando una legge regionale per contrastare la crisi demografica, l’assessora emiliano-romagnola Isabella Conti ha messo il dito nella piaga. La questione-denatalità ha fatto capolino perfino nell’ultima assemblea di Unione Italiana Food (oltre 500 imprese) svoltasi nei giorni scorsi a Milano.
Del resto, impietosi, i numeri sono lì a ricordarci che oggi le famiglie composte da una sola persona sono il 37%, ma diverranno il 41% nel 2050; la popolazione scenderà a 54,7 milioni (-4,2 milioni) e un italiano su tre sarà over 65. Qualche comico ci scherza su, ma la risposta alla drammatica situazione della natalità in Italia non consiste in un retorico appello a «fare figli per la patria». Al contrario, la denatalità va interpretata come responsabilità condivisa: un’urgenza sulla quale questo giornale batte con regolare costanza, spesso come voce che grida nel deserto.
Perché questa assunzione di responsabilità collettiva si realizzi, occorre una svolta culturale. Ha scritto di recente Concita Di Gregorio: «Le ragioni per cui si rinuncia (a fare figli – ndr ) sono sociali, economiche, esistenziali. Sono, in estrema sintesi, la solitudine. E la solitudine non è una circostanza fortuita», bensì – per parafrasare un acuminato saggio di Mattia Ferraresi – «il male oscuro delle società occidentali», figlio del modello liberale e, soprattutto, della sua degenerazione economica: un capitalismo dal volto disumano. Nel 2027 saranno quarant’anni da che l’allora Primo ministro Margaret Thatcher coniò una celebre frase, il perverso motto del neoliberismo: «Non esiste la società, ma solo gli individui e le famiglie».
Ebbene: il mondo attuale – «quello dei selfie e delle pubblicità profilate, dei pasti monoporzione e del single come stato sommamente desiderabile» (ancora Ferraresi) – sembrerebbe dar ragione a Thatcher & C. Se non fosse che, da tempo, un sinistro scricchiolio ci accompagna: lo spettro di un mondo sempre meno ospitale per la vita. Proprio il Regno Unito ha provato a porre rimedio alla situazione, istituendo nel 2018, per quanto paradossale possa apparire, il primo “Ministero della Solitudine”. Tale emergenza sociale riguarda da vicino pure quel che fu chiamato Bel Paese: secondo il recentissimo Rapporto annuale Istat, in Italia le persone che vivono da sole sono circa 9,9 milioni: quasi un quinto della popolazione totale.
Se vogliamo immaginare il destino del nostro Paese nei prossimi anni – sempre che non ci rimbocchiamo le maniche per cambiarne il corso – abbiamo davanti gli esempi, a dir poco drammatici: la Corea del Sud (dove le amministrazioni locali non si limitano più a sostenere la natalità dopo il matrimonio, ma intervengono persino nella fase dell’incontro e della scelta del partner!) e il Giappone, dove, nel corso del 2025, ben 77mila persone sono morte sole in casa. Parliamo di due Paesi ricchi, dal Pil invidiabile, competitivi a livello internazionale, eppure malati nel profondo.
Non basta un brodino, serve una terapia d’urto: un cambio di paradigma. Come osserva Noreena Hertz ne Il secolo della solitudine : «Ridefinendo le nostre relazioni come transazioni, assegnando ai cittadini il ruolo di consumatori e generando un divario sempre più ampio di ricchezze, quarant’anni di capitalismo liberista hanno marginalizzato valori quali la solidarietà, la comunità, l’unità». Invertire la rotta – rispetto a «un’economia che uccide», come ripeteva papa Francesco – è l’unica possibilità per evitare il collasso demografico.
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