Cambiamento: parola giusta per i giovani
Dalla nave di Teseo a ChatGPT. Per gli adulti cambiare
è una promessa o una minaccia; per i ragazzi è l’esperienza quotidiana attraverso cui prendono forma cercando se stessi

Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni, per capire cosa ci rivelano del nostro mondo
Cambiamento
[/cam-bia-mén-to/], s.m.
Il cambiare, il cambiarsi: c. di casa, c. di stagione, fare un c., specialmente nelle abitudini, nel carattere e simili; spesso in senso fig., mutamento improvviso di situazione, di uno stato di cose: c. di indirizzo politico, c. di mano, c. nella circolazione stradale. In sociologia, c. sociali e culturali, quelli che determinano trasformazioni nella struttura sociale e culturale di un gruppo. Nella scherma, azione con cui si cerca di deviare il ferro dell’avversario dalla linea di offesa. È la parola giusta per noi. Quest’anno infatti abbiamo vissuto, da protagonisti, un sacco di cambiamenti: fisici, nel modo di pensare e di relazionarci con coetanei e adulti. Non sempre è facile accettarli perché portano con sé incertezza, paura, spesso fatica e soprattutto ansia. Abbiamo notato grandi cambiamenti anche nel modo di studiare grazie all’intelligenza artificiale come, per esempio, il nostro “amato” ChatGPT.
La parola cambiamento compare spesso nei discorsi degli adulti. La utilizziamo per parlare della società, della tecnologia, della politica, del lavoro, la invochiamo come una promessa oppure la temiamo come una minaccia. Talvolta la trasformiamo addirittura in un valore assoluto. Le ragazze e i ragazzi che hanno scritto questa definizione, invece, la riportano dentro l’esperienza concreta del vivere. «È la parola giusta per noi», scrivono. In poche parole stanno definendo se stessi. Il cambiamento rappresenta una delle esperienze più tipiche della condizione giovanile, tanto da costituirne quasi il tratto distintivo. Essere giovani significa effettivamente attraversare trasformazioni continue, svegliarsi ogni giorno e scoprire che qualcosa è diverso, nel proprio corpo come nei propri pensieri. E anche negli altri.
Per un adulto l’identità tende a coincidere con una certa stabilità. Abbiamo una storia, una professione, un carattere relativamente consolidato; possiamo fare affidamento su elementi che tendono a permanere nel tempo. Per una ragazza o un ragazzo l’identità si presenta invece come un percorso e ciò che conta è il divenire. Accade però il paradosso che per cambiare occorre conservare qualcosa di sé. È una questione antica: già Plutarco raccontava che gli Ateniesi conservarono per secoli la nave di Teseo sostituendone, una dopo l’altra, le tavole che il tempo deteriorava. Alla fine dell’imbarcazione originaria non rimase più nulla. Era ancora la stessa nave? Da allora questa domanda, che riguarda anche ciascuno di noi, è rimasta viva. Crescere significa cambiare profondamente, sostituire idee, abitudini, desideri, modi di guardare il mondo. Eppure continuiamo a riconoscerci come la stessa persona. L’identità potrebbe consistere proprio nel custodire un filo di continuità attraverso tutti i cambiamenti. Ogni trasformazione autentica richiede di tenere insieme trasformazione e permanenza. Si aggiungono esperienze, si correggono errori, si acquisiscono competenze, si modificano convinzioni e abitudini, mentre continua a esserci un soggetto che cerca e mantiene la sua unità. Il cambiamento può risultare faticoso proprio perché richiede di integrare il nuovo nella propria storia senza perdere il legame con la persona che si è stati fino a quel momento.
Crescere, ci dicono i ragazzi, significa restare in una condizione di continua revisione di sé. Il corpo cambia. Cambiano i gusti, le amicizie, le domande, le idee sul mondo. Cambia il rapporto con i genitori e quello con gli insegnanti. Cambia anche il modo di guardare se stessi. Ed è un lavoro veramente impegnativo, che può trascinarsi dietro paure, incertezze e angosce; dovremmo ricordarcene noi che ci siamo già passati. Qui emerge una lucida consapevolezza, significativa per chi vive in una cultura che celebra continuamente il cambiamento, l’innovazione, la trasformazione, la reinvenzione, l’aggiornamento, tanto che cambiare sembra coincidere automaticamente con migliorare. I ragazzi mostrano una percezione più articolata della questione, indicano che ogni cambiamento comporta un costo. È un richiamo utile anche per noi adulti, spesso tentati di trasformare il cambiamento in un valore assoluto. Le trasformazioni, invece, chiedono sempre di essere valutate nei loro effetti e nelle loro conseguenze, ma anche, e forse soprattutto, nelle loro origini. La domanda decisiva non è infatti se si cambia, perché il cambiamento accade comunque, a ogni età, ma come.
È un po’ come quando impostiamo un navigatore. Il fatto che l’automobile si muova non dice ancora nulla sulla bontà ed efficacia del nostro viaggio. Possiamo percorrere centinaia di chilometri e allontanarci dalla meta, se abbiamo sbagliato destinazione. Il movimento, da solo, non basta. Ciò che conta è la direzione Si può infatti cambiare in meglio o in peggio. Si può, ad esempio, diventare più capaci di stare con gli altri o più chiusi e più soli. È un punto di prudenza che meriterebbe maggiore attenzione nel dibattito contemporaneo in cui spesso ci ritroviamo a celebrare la novità per il solo fatto che è nuova. Il cambiamento, preso in sé, non possiede alcun valore morale. Diventa interessante quando si comprende da dove origina, dove conduce e quali effetti produce sulla vita delle persone. C’è poi un ultimo aspetto che merita attenzione: dopo aver parlato di se stessi, le ragazze e i ragazzi allargano improvvisamente lo sguardo al mondo. Citano infatti l’Intelligenza artificiale e il cambiamento che essa sta producendo nel modo di studiare. In questo passaggio brevissimo mostrano la consapevolezza di quanto la loro crescita personale si intrecci con una trasformazione storica e sociale più ampia.
L’esempio scelto è particolarmente interessante perché riguarda proprio la conoscenza dato che l’Intelligenza artificiale modifica il modo di studiare, di cercare informazioni, di produrre contenuti, di apprendere. Colpisce soprattutto quel riferimento al loro “amato” ChatGPT. È difficile non leggere nelle virgolette una sottile ironia, accompagnata forse anche una certa ambivalenza. Che siano consapevoli di quanto l’Intelligenza artificiale sia insieme una possibilità e una questione aperta? Essa infatti pone una serie di nuove domande rispetto al significato dello studio, al valore della fatica, al ruolo della memoria e alla costruzione personale del sapere. Sta a noi adulti aiutarli a formulare sempre meglio questo giudizio, uscendo dalla cristallizzazione della spaccatura fra tecno-entusiasti e tecno-apocalittici. Chi governa questi strumenti? Chi decide come funzionano? Chi possiede gli algoritmi, i dati e le infrastrutture che rendono possibile l’Intelligenza artificiale?
Nella recente enciclica Magnifica humanitas , papa Leone XIV richiama, fra le altre cose, proprio il rischio di una crescente concentrazione di potere nelle mani di pochi soggetti privati capaci di influenzare in profondità la vita collettiva. Questa riflessione dialoga sorprendentemente con il tema del cambiamento. Ogni innovazione modifica infatti oltre ciò che facciamo, anche i rapporti di forza, le possibilità di accesso al sapere, le forme della partecipazione sociale e della libertà. I ragazzi qui non formulano alcun giudizio definitivo, non celebrano l’intelligenza artificiale come una rivoluzione salvifica e non la descrivono nemmeno come una minaccia assoluta. La registrano come un fatto già entrato nella loro esperienza quotidiana e capace di modificare abitudini consolidate, senza rinunciare a quella sfumatura affettuosamente ironica racchiusa nell’aggettivo “amato”.
Anche il cambiamento tecnologico, dunque, conferma l’intuizione che attraversa tutta la definizione. La questione decisiva è il giudizio che siamo capaci di esercitare su di esso. Ecco che cosa i ragazzi ci stanno dicendo: il cambiamento è una condizione inevitabile della vita, cui nessuno può sottrarsi, ma la vera questione riguarda la sua direzione. Occorre sempre chiederci dove stiamo andando, che cosa stiamo diventando, quale beneficio stiamo ricavando dalle trasformazioni che favoriamo o semplicemente subiamo. In fondo crescere e progredire implica dare una direzione al cambiamento. E dovremmo essere grati a loro, che sperimentandolo ogni giorno, più di tutti ce lo ricordano.
Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta
Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta

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