Lefebvriani, ecco come si è arrivati al nuovo scisma

Oggi la Fraternità sacerdotale San Pio X ordinerà quattro nuovi vescovi senza il mandato pontificio. Un atto che sancisce un'altra frattura con la Chiesa di Roma. A nulla è valso l'ultimo appello del Papa di ieri
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July 1, 2026
L'ordinazione dei primi quattro vescovi della Fraternità sacerdotale San Pio X il 30 giugno 1988 a Ecône. Un gesto che portò alla scomunica dichiarata da Giovanni Paolo II, poi ritirata da Benedetto XVI nel 2009
L'ordinazione dei primi quattro vescovi della Fraternità sacerdotale San Pio X il 30 giugno 1988 a Ecône. Un gesto che portò alla scomunica dichiarata da Giovanni Paolo II, poi ritirata da Benedetto XVI nel 2009
Era il 9 giugno 1988 quando Giovanni Paolo II scriveva all’arcivescovo francese Marcel Lefebvre una lettera che rappresentava l’ultimo tentativo per fermarlo dall’ordinare quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio. «La invito caldamente a ritornare, con umiltà, alla piena obbedienza al Vicario di Cristo – si leggeva nella missiva – non solo la invito a farlo, ma glielo chiedo per le piaghe di Cristo nostro Redentore, nel nome di Cristo che, alla vigilia della sua Passione, pregò per i suoi discepoli “perché siano tutti uno”».
Trentotto anni dopo la scena si è ripetuta con la lettera aperta inviata ieri da Leone XIV al superiore generale della Fraternità sacerdotale San Pio X, don Davide Pagliarani, successore di Lefebvre. « La Chiesa riconosce l’attaccamento alla vita liturgica, l’impegno nella formazione sacerdotale, lo zelo apostolico e il desiderio di fedeltà alla Tradizione che caratterizzano molte persone e comunità legate a codesta Fraternità – ha scritto il Papa –. Con questo spirito, e colmo di affetto cristiano, vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi! Vi esorto a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli, perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione. La Chiesa è disponibile a un percorso di dialogo e di intesa che lo Spirito Santo può rendere possibile e fecondo. Prego per voi, perché lacerare la tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità. Il Signore illumini le vostre coscienze e risvegli i vostri cuori. Per l’autorità ricevuta da Cristo, con animo addolorato, ma ancora pieno di speranza, sento il dovere di chiedervi di desistere dal vostro intento e affido queste intenzioni al Cuore Immacolato di Maria, Madre del Buon Consiglio».
Nel 1988 Lefebvre tirò dritto e procedette alle ordinazioni episcopali illecite il 30 giugno. Oggi sullo stesso prato di allora, a Écône, borgo svizzero nel Canton Vallese, sede dello storico seminario internazionale della San Pio X, avverrà il medesimo strappo, salvo improbabili colpi di scena all’ultimo minuto. Anche stavolta saranno ordinati contro la volontà del Pontefice quattro vescovi: Pascal Schreiber (Svizzera, 53 anni), Michael Goldade (Stati Uniti, 46 anni), Michel Poinsinet de Sivry (Francia, 42 anni) e Marc Hanappier (Francia, 36 anni). E come il 1° luglio 1988 arrivò dal Vaticano la dichiarazione di scomunica latae sententiae , cioè automatica, per i vescovi consacranti e quelli consacrati, così per giovedì 2 luglio è attesa da Roma un’analoga dichiarazione.
Per capire perché nel 2026 Écône torna a essere drammaticamente alla ribalta bisogna tornare all’inizio, agli anni Sessanta. Marcel Lefebvre (1905-1991) non era un vescovo qualunque. Religioso Spiritano, era stato delegato apostolico per gran parte dell’Africa francofona e arcivescovo di Dakar, in Senegal, prima di essere eletto superiore generale della sua congregazione, una delle più impegnate nelle missioni. Al Concilio Vaticano II fu una delle figure di riferimento del Coetus Internationalis Patrum , il gruppo dei padri conciliari più critici verso alcuni dei testi allora in discussione. Contestò soprattutto la dichiarazione sulla libertà religiosa, il decreto sull’ecumenismo, alcuni aspetti della collegialità episcopale e successivamente la riforma liturgica di Paolo VI. Secondo Lefebvre non si trattava di semplici scelte pastorali discutibili, ma dell’inizio di una crisi destinata a investire la trasmissione stessa della fede.
Con questo convincimento nel 1970 nacque, con l’approvazione del vescovo di Friburgo, la Fraternità sacerdotale San Pio X. Il seminario di Écône divenne rapidamente il punto di riferimento per giovani di molti Paesi ostili ai cambiamenti del post-Concilio. E il contrasto con Roma si aggravò altrettanto rapidamente. Dopo la visita apostolica al seminario e la Dichiarazione del novembre 1974 nella quale Lefebvre denunciò quella che definiva la deriva modernista della Chiesa postconciliare, la Santa Sede revocò il riconoscimento canonico della Fraternità e l’arcivescovo venne sospeso a divinis per avere continuato le ordinazioni sacerdotali senza autorizzazione.
È in questi anni che prende forma il principio destinato a diventare il cardine dell’intera costruzione canonica della Fraternità: lo stato di necessità. Secondo Lefebvre la crisi della Chiesa giustificava misure eccezionali per salvaguardare il sacerdozio cattolico e la Messa tradizionale, rendendo leciti atti normalmente proibiti dal diritto canonico. Quando, nel 1988, ritenne vicina la propria morte e giudicò insufficienti le garanzie offerte da Roma per assicurare un futuro alla Fraternità, decise di consacrare quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio.
Contrariamente a quanto molti immaginavano nel 1988, la Fraternità San Pio X non si è estinta con Lefebvre, ma è cresciuta. Se allora contava poco più di duecento sacerdoti, l’anno scorso ne contava 733, con altri 264 seminaristi, oltre a religiosi e religiose presenti in numerosi Paesi e alcune centinaia di migliaia di laici che gravitano attorno alle sue opere. I rapporti con Roma hanno attraversato stagioni diverse. Benedetto XVI, nel tentativo di favorire una riconciliazione, nel 2009 revocò la scomunica ai quattro vescovi consacrati a Écône, aprendo un lungo confronto dottrinale che tuttavia non portò a un accordo. Papa Francesco concesse ai sacerdoti della Fraternità la facoltà di confessare validamente e stabilì modalità per il riconoscimento dei matrimoni celebrati nei suoi priorati. Gesti pastorali importanti, che tuttavia non modificarono la situazione canonica della San Pio X.
Negli ultimi mesi il confronto si è riacceso. Dei quattro presuli consacrati nel 1988 ne sono rimasti in vita soltanto due, entrambi anziani. Secondo la Fraternità, senza nuovi vescovi rischierebbe di non poter garantire nel tempo le ordinazioni sacerdotali e la propria continuità. Per questo don Davide Pagliarani ha annunciato le quattro consacrazioni, ribadendo che i nuovi presuli non riceveranno alcuna giurisdizione territoriale e non costituiranno una gerarchia parallela. Tuttavia una consacrazione episcopale compiuta contro la volontà del Papa – è la posizione implicita della Santa Sede – resta un atto scismatico, a prescindere delle intenzioni, dal momento che la costituzione divina della Chiesa richiede che il ministero episcopale sia esercitato nella comunione gerarchica con il Romano Pontefice. Sullo sfondo rimane poi la questione che accompagna la Fraternità fin dalle sue origini: se lo stato di necessità invocato da Lefebvre possa giustificare, ormai da quasi cinquant’anni, una struttura di portata internazionale che agisce senza un riconoscimento canonico, ricercando una pressoché totale autonomia. Di questo confronto hanno fatto parte anche l’incontro del 12 febbraio tra don Davide Pagliarani e il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, che non è riuscito a superare l’impasse, e l’invio, pochi giorni fa, al Papa e ai cardinali di una Professione di fede in 154 punti da parte della Fraternità San Pio X.
Intanto nel pomeriggio di ieri sempre don Pagliarani ha risposto alla missiva del Pontefice. «Lungi da noi il volerci separare dalla Chiesa di Roma – si legge nel testo – al contrario, desideriamo servirla con mezzi straordinari, come si soccorrerebbe una madre in difficoltà che necessita di un aiuto particolare, anche se tale aiuto non è compreso da tutti. Sono tuttavia certo che il Santo Padre possa comprenderlo. La Santa Sede ha già dimostrato di saper comprendere situazioni molto complesse e di saper concedere il tempo necessario al discernimento. Posso dunque chiedere filialmente a Sua Santità di concedere anche oggi il tempo necessario a questo discernimento». Inoltre «nel 1988 la Fraternità fu già dichiarata scismatica, per ragioni e in circostanze del tutto analoghe a quelle odierne. Eppure, dopo tanti anni, oggi stiamo dialogando come un padre con suo figlio». In parole povere si chiede al Papa di non procedere immediatamente con la scomunica. Ma il dado è ormai tratto.

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