Nessun passo indietro: i lefebvriani hanno ordinato i loro quattro vescovi. E si allontanano da Roma

A Ecône, in Svizzera, durante una "cerimonia" di più di cinque ore compiuta secondo gli antichi rituali, ha avuto luogo quell'atto scismatico al quale Leone XIV aveva chiesto di rinunciare. Pagliarani: «Scegliamo la fede integrale. Il mondo è inganno»
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July 1, 2026
I quattro vescovi lefebvriani consacrati oggi a Econe, in Svizzera: Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier / ANSA
I quattro vescovi lefebvriani consacrati oggi a Econe, in Svizzera: Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier / ANSA
C'erano poche speranze che l'ordinazione dei quattro vescovi lefebvriani venisse rimandata e così è stato: a Écône, in Svizzera, la Fraternità sacerdotale San Pio X ha consacrato questa mattina quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio, consumando lo strappo più grave con Roma dai tempi delle consacrazioni compiute da Marcel Lefebvre nel 1988. La celebrazione ("cerimonia" secondo il linguaggio della stessa Fraternità), iniziata in mattinata nel seminario internazionale della Fraternità, è stata presieduta dal vescovo Alfonso de Galarreta, con il vescovo Bernard Fellay come co-consacrante: entrambi erano tra i quattro vescovi ordinati da Lefebvre il 30 giugno di trentotto anni fa. Ma su quel prato svizzero, in realtà, non è tanto il rito in sé a sancire la distanza con Roma, bensì la visione del rapporto tra Chiesa e mondo, ridotto a una lotta contro un nemico a cui rispondere "con la spada". Una visione espressa chiaramente durante l'omelia dal superiore della Fraternità, don Davide Pagliarani.
I quattro sacerdoti consacrati oggi sono lo svizzero Pascal Schreiber, lo statunitense Michael Goldade e i francesi Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier. Il rito è stato trasmesso in streaming in più lingue e, secondo la stessa Fraternità, ha visto la partecipazione di circa un migliaio tra sacerdoti, religiosi e religiose, oltra a circa 15mila fedeli. Una liturgia durata più di cinque ore e ospitata sotto a un tendone, tenutasi nonostante l'ultimo appello lanciato ieri da Leone XIV, con una lettera datata 29 giugno, solennità dei santi Pietro e Paolo, e indirizzata al superiore generale della Fraternità, don Davide Pagliarani. «Vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi», aveva scritto il Papa, invitando i lefebvriani a «considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli» e avvertendo che «lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità». Già il 13 maggio, infatti, il Dicastero per la dottrina della fede, con una dichiarazione del prefetto, cardinale Víctor Manuel Fernández, aveva chiarito la posizione della Santa Sede: le ordinazioni episcopali annunciate dalla Fraternità, «non avendo il corrispondente mandato pontificio», avrebbero costituito «un atto scismatico» e comportato la scomunica stabilita dal diritto della Chiesa per l’adesione formale allo scisma.
Oggi nell’omelia ad Écône, don Pagliarani (che già ieri aveva sostanzialmente rispedito al mittente l'appello del Papa) ha rivendicato la scelta della Fraternità, presentandola come un gesto necessario per garantire la continuità della propria opera. «Noi dobbiamo essere pronti a pagare qualunque prezzo per salvare la Chiesa», ha affermato il superiore generale, sostenendo che la Fraternità non intende separarsi dalla Chiesa ma rimanervi «per mezzo della fede». Ma il nodo è proprio in questo punto: per Roma, una consacrazione episcopale senza mandato del Papa non è soltanto una disobbedienza disciplinare, ma una ferita alla comunione ecclesiale. La Fraternità, fondata da monsignor Marcel Lefebvre nel 1970, contesta da sempre l'impianto teologico e pastorale del Concilio Vaticano II, in particolare il dialogo ecumenico e interreligioso, la libertà religiosa e la riforma liturgica. Da parte sua, la Santa Sede, pur mantenendo negli anni diversi tentativi di dialogo, ha sempre indicato nella comunione con il successore di Pietro il criterio decisivo per ogni possibile piena riconciliazione. Ma ciò che davvero crea un solco difficilmente sanabile, in realtà, è la visione ecclesiologica lefebvriana, da cui deriva un approccio al mondo di sostanziale contrapposizione: è emerso chiaramente nell'omelia di oggi, nella quale Pagliarani ha usato l'immagine del leone che non arretra, che non si piega agli inganni del mondo, e della spada, per descrivere il tipo di atteggiamento che i nuovi vescovi dovranno avere nel loro ministero. Parole forti, contenute anche nella recente "Professione di fede cattolica" pubblicata dalla Fraternità. «I vostri nemici non vi affronteranno frontalmente», ha avvisato il superiore, che poi ha deprecato la visione, oggi troppo diffusa a suo parere, della "perfezione dell'uomo", di questo "uomo magnifico", una visione che genera un pericoloso antropocentrismo e porta a negare Dio. Un approccio agli antipodi rispetto a quello del Vaticano II, che non nega la centralità e la verità di Cristo, fondamento della vita della Chiesa, ma che cerca i segni della presenza di Dio ovunque essi si manifestino anche al di là dei confini visibili della comunità dei credenti.
Tornando all'ordinazione di stamattina, il precedente più diretto resta quello del 1988. Allora Lefebvre consacrò quattro vescovi senza il mandato di Giovanni Paolo II, provocando la dichiarazione della scomunica per lui, per il vescovo co-consacrante Antônio de Castro Mayer e per i quattro nuovi vescovi. Nel 2009 Benedetto XVI revocò la scomunica ai vescovi ancora in vita, in un gesto pensato per favorire il cammino verso la piena comunione, ma senza sanare automaticamente la posizione canonica della Fraternità. Ora, con la consacrazione dei quattro nuovi vescovi, la distanza torna ad allargarsi. La Santa Sede non ha ancora pubblicato un eventuale atto formale successivo alla celebrazione, ma il quadro canonico era stato definito in anticipo dal Dicastero per la dottrina della fede e ribadito dal Papa nel suo appello finale. Resta sullo sfondo la preoccupazione per i fedeli legati alla Fraternità, ai quali Leone XIV ha rivolto parole di riconoscimento per l’attaccamento alla vita liturgica e alla formazione sacerdotale, ma anche un monito chiaro: nessuna difesa della Tradizione può giustificare la rottura della comunione.

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