Piantedosi: «Col Patto Ue sui migranti una vera svolta. La remigrazione? Chiacchiere»
In vista dell'imminente visita di papa Leone a Lampedusa, intervista esclusiva al ministro dell'Interno, che rivendica il ruolo dell'Italia nell'intesa europea e sottolinea: dal Pontefice un richiamo fondamentale a coniugare accoglienza e legalità

«Efficacia e umanità non sono termini in contraddizione, anzi...». Prende le mosse dai due termini adoperati nei giorni scorsi dal commissario Ue alle migrazioni Magnus Brunner in un’intervista al nostro quotidiano, questo colloquio col ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che si mostra in sintonia con gli argomenti del collega europeo. «Un sistema che funziona è anche un sistema più giusto - osserva -. Il nuovo Patto europeo supera finalmente la logica dell'emergenza. Garantirà accoglienza a chi fugge realmente da guerre e persecuzioni e, al contempo, contrasterà l'immigrazione irregolare e i criminali che lucrano sui traffici di esseri umani».
Lei rivendica il ruolo propulsore dell’Italia...
Sì. È un cambio di paradigma che questo Governo ha avviato fin dal suo insediamento, ponendo all’attenzione dell’Ue la questione in termini chiari. Governare i flussi significa tutelare i confini, ma anche la dignità di ogni persona: non è con l’accoglienza indiscriminata e insostenibile attuata negli ultimi decenni o rilasciando indiscriminatamente permessi di soggiorno che si crea integrazione.
Papa Leone XIV, che il 4 luglio si recherà in visita pastorale a Lampedusa, sottolinea come il dovere di accogliere i migranti debba realizzarsi «pur nel rispetto delle leggi vigenti e della sicurezza nazionale». Il Governo raccoglierà l’appello del Pontefice?
Il messaggio del Santo Padre è un richiamo fondamentale e induce ciascuno di noi a riflessioni profonde. Accoglienza e rispetto della legalità sono due principi che possono e devono convivere. Il Governo è impegnato a garantire protezione a chi ne ha effettivamente diritto, ma anche a contrastare le organizzazioni criminali che alimentano l’immigrazione irregolare, mettendo a rischio la stessa vita dei migranti. Il nuovo Patto europeo rafforza questa visione. E la dignità della persona è e resta il punto di riferimento dell'azione dello Stato, insieme alla tutela della sicurezza dei cittadini.
Il Patto prevede procedure accelerate di frontiera. E il nuovo Regolamento rimpatri introduce la detenzione amministrativa fino a 30 mesi e lo spostamento dei migranti irregolari in return hub fuori dall'Unione. Quali garanzie ci saranno sul rispetto dei diritti umani ed entro quando l’Italia attuerà le norme?
Siamo pronti ad attuarle. Tempi e procedure certi rappresentano una garanzia per tutti. I return hub nei Paesi potranno operare esclusivamente sulla base di accordi con Stati che offrano garanzie effettive di rispetto del diritto internazionale e dei diritti fondamentali della persona.
Ma in che modo si potrà garantire che il trattenimento di fatto dei migranti in attesa di eventuale respingimento non si trasformi in una detenzione prolungata?
Il principio è chiaro: il trattenimento non sarà mai automatico, né generalizzato. Potrà essere disposto solo sulla base di una valutazione individuale e quando ricorrano i presupposti di legge, quali il concreto rischio di fuga o la necessità di garantire l'effettività della procedura. Ogni provvedimento sarà soggetto al controllo dell’autorità giudiziaria, nel rispetto della Costituzione.
Quale tutela avranno i minori e le famiglie con bambini?
La tutela dei minori resterà una priorità assoluta. I minori stranieri non accompagnati continueranno a essere esclusi dalle procedure accelerate di frontiera. Per le famiglie con bambini saranno garantiti percorsi dedicati, con particolare attenzione all’unità del nucleo familiare e dando priorità all’esame delle domande.
Qual è il cronoprogramma per costruire o adeguare la rete di hotspot necessari?
Non faremo corse contro il tempo, sarà un percorso di mirata riorganizzazione strutturale. L’Italia è da sempre Paese di primo ingresso. E siamo pronti. Abbiamo lavorato, individuando i siti sulla base di criteri oggettivi: prossimità ai principali punti di ingresso, accessibilità, collegamenti infrastrutturali, andamento dei flussi e capacità di assicurare elevati standard gestionali. L'obiettivo non è moltiplicare le strutture, ma rendere più efficienti quelle già esistenti.
La «solidarietà obbligatoria flessibile» consente ai 27 Stati membri di pagare anziché accogliere i richiedenti asilo. Se vi ricorressero in blocco, l’Italia cosa farebbe?
Non cambierebbe nulla. Il nostro Governo ha sempre sostenuto che la relocation non è un obiettivo né una reale soluzione alla pressione migratoria. La strada da seguire è quella della protezione delle frontiere esterne, della prevenzione delle partenze in collaborazione coi Paesi terzi e del rafforzamento dei rimpatri. E l’Ue ha finalmente raccolto la sfida, approvando un quadro regolatorio che recepisce alcune delle linee d'azione da noi sempre praticate con coerenza. Se oggi gli sbarchi e gli arrivi irregolari sono drasticamente crollati non è per effetto di una redistribuzione che, al contrario, agirebbe da pull factor, ma grazie a solide collaborazioni coi Paesi di origine e di transito.
L'applicazione del Patto poggia sul concetto di Paese terzo “sicuro” per i rimpatri. Ma in alcuni di quei Paesi i diritti umani sono violati. Ciò non la inquieta?
Non credo che il nostro Governo debba dare dimostrazioni, rassicurazioni o giustificazioni circa l'attenzione sulla tutela dei diritti fondamentali delle persone. Il rispetto del principio di non-refoulement è un obbligo giuridico internazionale che l'Italia ha sempre osservato, anche quando lo stesso principio è stato oggetto di strumentalizzazione, e continuerà a osservare. La qualificazione di un Paese come “sicuro” avviene sulla base di criteri stabiliti dal diritto Ue, nel rispetto delle garanzie previste per ogni singolo caso. Ciò detto, una politica di rimpatri efficace non può prescindere da una solida cooperazione coi Paesi di origine e di transito. Perciò il nostro Governo ha rafforzato una rete di accordi che sta producendo risultati concreti: non solo nella riduzione delle partenze irregolari e nell'aumento dei rimpatri, ma anche nella creazione di canali di migrazione legale, di percorsi di formazione professionale e di opportunità di studio, come nel caso della Tunisia. E stiamo lavorando per ampliare la rete delle intese bilaterali.
Il Commissario Brunner ha annunciato lo stanziamento di nuovi fondi europei per i salvataggi in mare. Ma le navi delle Ong continuano a denunciare limitazioni operative dovute ad assegnazioni di porti di approdo lontani e fermi amministrativi. Ora, col Patto, il Governo cambierà approccio verso le navi umanitarie?
Il nuovo Patto non modifica la disciplina che regola l'attività delle navi delle Ong che, mi duole ricordare, in alcuni casi fanno pubblico pronunciamento della loro volontà di agire in spregio e violazione delle leggi italiane ed europee. Il soccorso in mare, in base al diritto internazionale, compete agli Stati e non allo spontaneismo ideologico di private organizzazioni che, peraltro, sembrano esaurire il loro interesse solo nel momento dell’attraversamento e non riguardo a tutto ciò che succede dopo lo sbarco. La tutela della vita in mare è un obbligo inderogabile. Ma occorre garantire che ciascun soggetto operi all'interno di un quadro condiviso di responsabilità, evitando iniziative spontanee che potrebbero perfino mettere a rischio vite o favorire indirettamente i trafficanti di esseri umani. Come talvolta, purtroppo, è accaduto.
Veniamo al fronte politico. Cosa pensa del concetto radicale di “remigrazione” propugnato dall'eurodeputato Roberto Vannacci?
Come ministro dell'Interno applico le regole esistenti, non alimento dibattiti sulle definizioni né me ne faccio condizionare. E il Governo ha una linea chiara: contrastare l'immigrazione irregolare, aumentare i rimpatri di chi non ha titolo a rimanere e favorire canali legali di ingresso per rispondere alle esigenze del nostro sistema economico e produttivo. La stiamo perseguendo con risultati concreti, non chiacchiere. Comprendo che il confronto politico appartenga alla dialettica democratica, ma non mi pare che l’onorevole Vannacci abbia aggiunto qualcosa di concreto.
C’è chi ipotizza un ritorno del vicepremier Matteo Salvini alla guida del Viminale. Lei ha avuto giorni fa un colloquio al Quirinale col Presidente Mattarella. Da qui a fine legislatura, la sua posizione è blindata?
Non mi curo di indiscrezioni o ricostruzioni giornalistiche né le commento. Il mio rapporto col Presidente del Consiglio, coi colleghi di Governo e con tutte le forze della maggioranza è improntato alla massima lealtà istituzionale. Sono concentrato esclusivamente sul lavoro affidatomi. Le valutazioni sugli assetti di Governo non spettano a me. Da parte mia c'è l’impegno a continuare a lavorare per la stabilità del Governo e del Paese finché mi verrà chiesto. E, francamente, ritengo che i risultati raggiunti finora parlino più di qualsiasi altra cosa.
Ha iniziato la legislatura come ministro “tecnico”. Ma ha pensato al dopo? Immagina di candidarsi, eventualmente proprio nella Lega?
Il mio unico obiettivo è svolgere al meglio il ruolo di ministro dell'Interno. Parlare di scenari futuri sarebbe prematuro e poco rispettoso. L’ho già detto: quando quest’esperienza terminerà potrò tornare a fare il prefetto...
Al di là del dossier migratorio, quali sono oggi le priorità e le urgenze più critiche per la sicurezza interna?
Resta altissima l'attenzione sul rischio di radicalizzazione e di terrorismo, anche alla luce delle tensioni internazionali, così come il monitoraggio delle possibili ricadute sull'ordine pubblico. Ma non va dimenticato che la sicurezza dei cittadini inizia dal presidio del territorio, dal contrasto alle organizzazioni criminali, che continuano a cercare spazi di infiltrazione nell'economia legale, soprattutto in una fase di importanti investimenti pubblici. E grande attenzione viene dedicata alla criminalità diffusa, alla prevenzione dei reati predatori e a tutti quei fenomeni che incidono direttamente sulla percezione di sicurezza dei cittadini. Il nostro obiettivo è rafforzare la presenza dello Stato sul territorio, investendo nelle Forze di polizia, nella prevenzione e nella capacità investigativa.
Per presidiare centri urbani e periferie non servirebbero più agenti?
Voglio ricordare che questo Governo ha rafforzato gli organici delle forze dell’ordine con un assunzioni andate ben oltre il naturale turnover. Abbiamo investito ingenti risorse per fronteggiare un numero di pensionamenti come non si era mai visto. Lasceremo a fine mandato un patrimonio di seimila uomini in più. Non è cosa da poco, mi creda.
Chiudiamo coi cosiddetti decreti sicurezza. Le opposizioni, diversi giuristi ed enti umanitari ne hanno criticato vari aspetti. Lei quale bilancio fa della loro efficacia? E dobbiamo aspettarcene altri entro fine legislatura?
Il bilancio è assolutamente positivo. Ma è mio dovere, per il ruolo che ricopro, non sentirmi mai appagato. I provvedimenti adottati in questi anni hanno rafforzato gli strumenti a disposizione delle Forze di polizia e hanno consentito di intervenire con maggiore efficacia su fenomeni di particolare allarme sociale, contribuendo a migliorare il controllo del territorio e la gestione dei flussi migratori. Naturalmente, la sicurezza è una materia in continua evoluzione e richiede un costante aggiornamento di strumenti normativi e operativi. Perciò, il nostro obiettivo è sempre stato e continuerà a essere quello di rispondere con efficacia ai bisogni di sicurezza dei cittadini, nel pieno rispetto dei principi costituzionali e dello Stato di diritto.
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