Bomba a Ranucci, quattro arresti: "Elevata pericolosità"
"Adesso si scoprano i loro mandanti"

Il braccio l’hanno preso, facile tocchi presto anche alla mente: «Criminali spregiudicati e di elevatissima pericolosità», scrivono gli inquirenti della Procura di Roma, quelli in un’intercettazione telefonica si dicevano «dobbiamo buttare i palazzi a terra, con la bomba messa là facciamo la storia», però intanto sono dietro le sbarre. I quattro arrestati (tre in carcere, una ai domiciliari) per l'attentato dell’ottobre scorso al giornalista Rai, Sigfrido Ranucci: hanno fra 22 e 53 anni, sono Antonio Passariello, residente a Cicciano (Napoli), Marika De Filippi, Saverio Mutone e Pellegrino D'Avino, residenti nell'Avellinese. È il gruppo che avrebbe agito su commissione (in cambio di alcune migliaia di euro), tutti con precedenti penali per droga e il 53enne anche per sequestro di persona, violenza sessuale, rapina ed estorsione.
A proposito, una mail anonima inviata al pm Carlo Villani, riportata nell'ordinanza, spiega che è Passariello ad aver messo in atto l'azione, ma senza averne informati i gruppi criminale che a lui sarebbero riconducibili. Tant’è che l’autore della mail scrive che «vende» Passariello appunto perché avrebbe lavorato per il clan Moccia di Afragola senza avvisare i compagni con cui svolgeva altre attività malavitose. E in un messaggio mandato proprio a Passariello da un appartenente al clan, si legge«stai sott’occhio, ma assai assai, per la stupidaggine che hai fatto a Roma», cioè la bomba fuori casa di Ranucci.
I quattro da un po’ erano preoccupati e pronti a scappare. A garantire la fuga sarebbero stati i mandanti, visto - si legge nell’ordinanza - il loro «intenso interesse ad allontanarlo dall’Italia e fornirgli versioni di comodo finalizzate, si badi bene, non a scagionarlo ma esclusivamente ad evitare che loro stessi fossero identificati». La banda poteva contare su «risorse economiche, strumenti di pagamento ricaricabili e modalità operative idonee a eludere eventuali attività investigative», pensando di trasferirsi per «10, 15 giorni», in Paesi come «Spagna, Austria e Francia» e Passariello avrebbe anche preferito la Spagna: «Ti danno i soldi e lì ti vai a divertire…».
Primo commento di Ranucci: «Sapevo che sarebbe avvenuto qualcosa, ma ovviamente dalle indagini non è trapelato nulla. Adesso aspettiamo gli sviluppi. Adesso bisognerà capire i dettagli di tutta questa vicenda e capire se ci sono altri livelli». E ancora: «Da quello che ho capito, c’è chi ha organizzato, chi è stato complice, chi ha fornito assistenza legale, chi ha provato a distruggere le sim».
Soddisfazione e polemiche sul fronte politico istituzionale. Adesso «l’auspicio, oltre al ringraziamento all’autorità giudiziaria e alle forze di polizia - ha commentato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano -, è che dopo i presunti esecutori materiali, per i quali c'è stata l’ordinanza di custodia cautelare, si faccia un passo anche nei confronti dei mandanti. Tutto ciò che è contro la sicurezza dei cittadini, in particolare la sicurezza di chi svolge attività di informazione, deve essere chiarito nel modo più completo».
Se il Cda Rai in un comunicato «rinnova la piena vicinanza a Ranucci e confida s’individuino anche gli eventuali mandanti di un gesto tanto grave e intimidatorio», i parlamentari Pd della Commissione di vigilanza Rai replicano con una nota: «Stona profondamente il comunicato del Cda Rai, che prima rifiuta di dare la tutela legale al giornalista e poi rinnova la sua vicinanza allo stesso». Più duri i 5 stelle in commissione Vigilanza: «Prendiamo atto della rinnovata solidarietà dai vertici Rai - fanno sapere -. L’occasione è gradita per rinnovare anche l’invito a essere conseguenti a queste parole o a farsi da parte».
Infine, la Federazione nazionale della stampa italiana «è pronta a costituirsi parte civile nell'eventuale processo a carico delle quattro persone arrestate e «ci auguriamo che quanto prima si possa arrivare a nuovi sviluppi, ma anche all’individuazione dei mandanti e delle motivazioni del gesto contro il giornalista».
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